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Romanzi in cui si parla di “Passione e Calvario”, di temi biblici che ruotano intorno alla persecuzione, al sacrificio e all’infausto destino di un’icona, come quella di Cristo, tanto religiosa che letteraria.

Giulia Cupani consiglia:
José Saramago, Il Vangelo secondo Gesù Cristo, Feltrinelli, 2010, 351 pgg.

José Saramago - Il Vangelo secondo MatteoÈ un romanzo d’amore e inquietudine, questo Vangelo scritto da un anziano signore portoghese che non credeva in Dio. Un romanzo d’amore, inquietudine, violenza, verità. È la storia possibile di un pugno di uomini e donne di millenni fa, è la storia che tutti noi conosciamo di quel Giuseppe e quella Maria che un giorno concepirono, su un letto di paglia appoggiato per terra, un figlio destinato a morire per mano umana, un figlio che prima di morire parlò e camminò e incontrò persone che amò in ogni modo possibile.
È questa, la storia di questo romanzo: la storia di un uomo invischiato nell’abisso di cose eterne come lo spirito, il sangue, la morte, la colpa, Dio, il Diavolo. La storia di un uomo che è tutti gli uomini, in fondo, e che come tutti ha combattuto la battaglia fallimentare contro la finitezza delle cose, contro la vergogna della colpa e la fatica dell’incredulità, contro le onde del perdono impossibile e dell’amore avvelenato dalla consapevolezza del suo perenne estinguersi…
Saramago parla di Gesù Cristo e racconta l’umanità intera e, con lei, il suo inesorabile carico di dolore e di tragedia. Parla di un mondo intessuto di sacrifici, di sangue versato, di agnelli immolati e di martîri inevitabili. Delle migliaia di poveri cristi crocifissi ad alberi ignoti e delle agonie strazianti degli Innocenti uccisi senza perché, del male come necessità e come bisogno, come inevitabile esito di qualcosa che non abbiamo voluto, ma che pure esiste, nonostante noi e prima di noi.
Pochi romanzi hanno tanta potenza nel raccontare le cose ultime. E infatti è soprattutto un libro potente, questo piccolo capolavoro di lucidità e umanità che racconta la storia infinita di una vita che comprende tutte le vite possibili, descritta attraverso le parole di un miscredente disposto a calarsi, senza paura, nell’abisso di cose grandi, cose che si avvicinano alla trascendenza, all’eternità, alla verità, pur senza allontanarsi di un passo dalla più totale, straziante umanità.

Antonio Lauriola consiglia:
Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, 2005, 209 pgg.

Primo Levi - Se questo è un uomoAltro che Settimana Santa! Altro che tre giorni di agonia! Se al Nazareno si deve l’origine dei termini, è agli anonimi poveri cristi che dopo di lui si sono fatti un Calvario così che si deve la fortuna – concetto che mai come per loro puzza d’ossimoro lontano un miglio – delle parole. E, se dei santi ne abbiamo pieno il calendario, dobbiamo cercare tra le voci a margine o aspettare gli anni della massa, dei libri in ogni casa, delle televisioni in tutti i salotti, per strappare dall’anonimato i cristi senza resurrezione.
Così, da un libro – prima – e dai numerosi che l’hanno seguito – poi – abbiamo saputo di Levi che, ormai sulla bocca di tutti (quantità certa, qualità affidata alla speranza), ha dato voce e memoria non a un popolo solo ma a più di una generazione.
Come quello crocefisso duemila e passa anni fa, Levi ci chiede Se questo è un uomo. Ma non ci sono miracoli per lui, né presunzione di divinità. E poco conta: perché lui, Levi, un po’ se ne fregava dell’Altissimo; l’ultima cena l’ha consumata ogni giorno, per molti mesi, in compagnia di migliaia di uomini e donne raccolti per una mattanza mai profetizzata. Una via crucis, quella che racconta, scandita da riti quotidiani e processi e insulti e morte.
Per Primo Levi non ci sarà la morte – non ancora – ma una croce da trascinare negli anni della prigionia (e nei quaranta seguenti) affiancato da sommersi e salvati cui dedica un capitolo in questo e un libro – il suo più bello – successivamente e che, come ladroni fedeli o rei, condividono con lui la triste sorte.
Se questo è un uomo è al tempo stesso un romanzo, una raccolta di racconti, un’autobiografia, un documento, una riflessione. È una Storia. Come un Vangelo. Di quelle che vanno lette.

Alberto Bullado consiglia:
Giuseppe Berto, La Gloria, BUR, 2001, 194 pgg.

Giuseppe Berto - La GloriaSotto Pasqua si celebra la morte, e quindi la resurrezione, di Gesù, quell’avvenimento che lo rese una superstar. Ed in quanto tale costretta, come qualsiasi altra icona del genere umano, a subire congetture e rivisitazioni postume. Tuttavia questo libro di Giuseppe Berto non ha nulla a che fare con la prole di Dan Brown, per due semplici motivi. 1) Si tratta di un libro pubblicato nel ‘78, 2) un’opera completamente diversa, ovvero un moderno vangelo apocrifo scritto dal pugno di Giuda Iscariota, l’apostolo maledetto, il reietto per antonomasia. Più che un’eretica autodifesa – nella quale la tragedia di Giuda si consuma alla stregua di un sacrificio imprescindibile e funzionale alla morte, e quindi alla resurrezione, di Cristo – si tratta di una testimonianza più intellettuale che blasfema. Una rivisitazione delle Scritture nemmeno di matrice teologica ma umana ed universale, la quale oltre a voler riabilitare la figura dell’Iscariota mira a sancire il sopravvento della coscienza della nostra miseria su tutto e la «certezza della vanità della parola di Cristo» (Carlo Bo). In questo senso la dannazione di Giuda corrisponde, in realtà, non solo ad un atto di arcana e sconfinata obbedienza, ma anche, e soprattutto, ad un incredibile sacrificio d’amore, vano e maledetto. Berto opta per la forma del monologo, una particolare mimesi stilistica improntata sulla prosa evangelica, dove un Giuda onnisciente si racconta, percorrendo tanto la sua vicenda personale quanto la storia dell’uomo, arrivando persino a citare filosofie e personalità del mondo moderno. Un Giuda inedito, che in questo libro rifulge anch’esso di una Gloria storicamente controversa, o forse perversa, come controverso e perverso può apparire il progetto divino. In questa particolare rivisitazione Giuda è la vera vittima sacrificale di un disegno inesorabile, mentre Gesù il macabro protagonista di una morte annunciata e persino anelata: «egli aveva già la morte addosso (…) una morte di martirio, di sangue». Un Cristo ebbro del proprio verbo, cosciente del proprio destino, forse accecato dalla propria vana-gloria. Tanto da interpretare la morte come una tentazione innata o persino una speranza, tramandata in seguito ad un’umanità alla ricerca della fine dei tempi, di un sommo compimento. Una Gloria che forse non potrà discendere mai, così come non venne allora, attraverso l’adempimento ultimo, il sacrificio di Cristo. Non è stato forse quello il vero Tradimento? «Non che Dio è morto (…). Forse bisognerebbe formularlo così: la morte è Dio».
Giuseppe Berto muore poco dopo la pubblicazione di questo libro un po’ troppo dimenticato. Forse una sorta di testamento spirituale. O forse l’atto ultimo di una vittima altrettanto designata, lo scrittore, condannato alla vanità della propria parola. E dei propri sogni di Gloria.

Tommaso De Beni consiglia:
Gustave Flaubert, Erodiade in Tre racconti, Feltrinelli, 2009, 131 pgg.

Gustave Falubert - Tre raccontiIl discendente di colui che ordinò la strage di neonati spaventato dalle voci sull’avvento del “figlio di David” abita la roccaforte di Macherus con altrettanto timore. Teme per il suo regno e tuttavia non può non sentire la presenza del divino che aleggia in quelle terre. Ha sposato Erodiade, la moglie del fratello, senza aspettare che quest’ultimo fosse morto, ma ormai la scintilla si è spenta. Il proconsole Vitellio, suo prezioso alleato, giunge a fargli visita con alcuni funzionari. Come in una sorta di blitz della Finanza, essi fanno l’inventario dei beni posseduti da Erode Antipa. E in fondo ad un buco scoprono un uomo. Si tratta di Giovanni Battista, chiamato dai suoi Iaokanan. Antipa non vuole che egli si aggiri per le sue terre a predicare, ma non ha nemmeno il coraggio di ucciderlo, come vorrebbe Erodiade. Il Battista scaglia le sue maledizioni e prefigura la sua stessa morte: «Perché lui cresca, bisogna che io diminuisca»; ormai tutti sanno che è prigioniero presso Antipa. Alla fine di una grottesca cena in cui si accenna alla risurrezione e alle imprese di un certo Gesù, fa il suo ingresso in scena una giovane e arrapante ballerina che seduce tutti, soprattutto Antipa. Si tratta di Salomè, la figlia che Erodiade abbandonò a Roma per seguire il tetrarca. La scintilla è riaccesa, Antipa perde la testa per lei, ed anche Iaokanan. Chiedimi tutto ciò che vuoi. Voglio la testa di Iaokanan servita su un piatto d’argento. La vendetta di Erodiade è consumata, la profezia è realizzata: bisogna che io diminuisca, affinché Lui cresca. Nell’ultimo dei Tre racconti, Flaubert rappresenta un episodio dei Vangeli (raccontato a modo suo anche da Pasolini ne Il vangelo secondo Matteo) raggiungendo la perfezione stilistica ed espressiva.

Isacco Tognon consiglia:
Jorge Amado, Teresa Batista stanca di guerra, Einaudi, 2005, 547 pgg.

Jorge Amado – Teresa Batista stanca di guerraLa Passione di Gesù Cristo. Già, quella con la “P” maiuscola, via crucis che diventa simbolo di redenzione, di salvezza per gli uomini e per i figli di Dio. In questo giorno così forte, cupo ma carico di speranza per i cristiani, penso invece ad una storia che parla di miseria, di umiliazione, di redenzione, una sorta di Passione laica e personalissima che raccoglie in nuce la possibilità di riscatto di un intero popolo; di una grande, misera e calpestata, classe sociale in un Brasile dai mille colori, Paese di luci e ombre. È Teresa Batista la donna “cantata” da un ispiratissimo Amado, ragazza che orfana e giovanissima conosce la strada della prostituzione come unica soluzione per tirare a campare. Non è ancora sbocciata la vita della giovane, e già Teresa si ritrova a terra, subisce violenze e soprusi. Eppure sogna, sogna e si innamora. Il suo cammino verso il riscatto si fa ricerca di una dignità negata, ma il prezzo da pagare è alto: deve sopportare ferite nel corpo e dentro il corpo, farle cicatrizzare, trasformarle in nuove speranze. Così Teresa si ribella a un destino scritto, a una sconfitta che si porta addosso dall’infanzia, inventando una via d’uscita verso la libertà in un cammino che la porta a farsi donna, al desiderio – ultimo e primo – di essere madre. Teresa amante e Teresa umiliata, Teresa vittima e assassina, Teresa ispiratrice del meraviglioso e grottesco “sciopero del canestro”: tutto questo e niente di tutto ciò. Perché la vera essenza di questa donna è sfuggente, sfaccettata, troppo bella per essere ancorata alle parole. Teresa Batista stanca di guerra si presenta forse, semplicemente, come un grande Inno alla gioia dei poveri, in cui dolcezza e violenza si intrecciano, si completano, si manifestano in tutta la loro forza.


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