CAMing-out-scrittori-alla-seconda

Scrittori che scrivono storie che raccontano di scrittori, libri che hanno per protagonisti i loro stessi autori o colleghi, immaginari e romanzati o realistici e autobiografici.

 

Giulia Cupani consiglia:
Paolo Nori, Bassotuba non c’è, Feltrinelli, 2009, 171 pgg.

Paolo Nori - Bassotuba non c'è“Io sono quello che non ce la faccio”, dice Learco Ferrari nell’incipit di questo romanzo.
Non ce la fa, Learco, perché ha scritto un libro che forse sarà pubblicato, ma dopo l’estate, ma non è ancora sicuro, certo l’editore dice che è bello. Non ce la fa perché la sua gatta Paolo è diventata triste, da un po’ di tempo a questa parte, e non vuole più mangiare, anche se poi mangia lo stesso, perché nonostante tutto lo sa che, alla fine, la vita continua. Non ce la fa, soprattutto, perché nella sua testa si affollano decine di voci, le voci stonate e ragionevoli dell’Angelo Custode multiforme che gli parla della sua vita, gli chiede conto del libro che ha scritto e delle cose che ha fatto, e soprattutto gli parla di Bassotuba, proprio quella che non c’è. Bassotuba che se ne è andata con un sociologo allievo di Vattimo, lasciando Learco e la gatta Paolo a combattere da soli contro questa strana faccenda che è la vita, con le sue notizie sconvolgenti, le sue rivelazioni e le bollette da pagare.
È la piccola storia di un uomo assurdo, questo romanzo. Una storia raccontata a scatti irragionevoli come fili di pensieri, in cui tutto sta in piedi perché attaccato al personaggio storto e commovente di questo scrittore-sassofonista-magazziniere triste che vive nonostante ogni tristezza, che vive nonostante la sua esplicita incapacità di farlo. Lui, in fondo l’aveva detto subito: lui è quello che non ce la fa.
“Dicono, quando tu dici Scrittore, dicono Bello! Sempre Bello! dicono. […] Aspetta, gli dico, aspetta un attimo. Che va bene che ho detto scrittore, ma c’è scrittore e scrittore. C’è lo scrittore che ha pubblicato e quello che non ha pubblicato. Lo scrittore che non ha pubblicato bello una sega. Lo scrittore che non ha pubblicato Fatica. Lo scrittore che non ha pubblicato Nervoso. Bestemmie, lo scrittore che non ha pubblicato. […] Vuole diventare lo scrittore che lo pagano, per pubblicare. Lì, forse, potrà anche essere bello. ma prima, altro che bello. Prima Aspettare. Prima Stare in casa vicino al telefono. Prima Manie di persecuzione. Prima Sospetto che qualcuno ti abbia scassinato la cassetta delle lettere. […] Prima Perché non telefona? Non gli è piaciuto? Prima Invidia. Prima Soldi zero. Prima. Dopo, forse, bello. E allora, dicono, cosa scrivi a fare? Non lo so, gli rispondo. Allora pensano Che vita, che fai. Ma non dicono niente, per delicatezza.”

Tommaso De Beni consiglia:
Stephen King, Misery, Sperling & Kupfer, 2010.

Uno scrittore è un po’ come Dio: può decidere la nascita delle persone e determinarne la vita e la morte. Diversamente da Dio, però, uno scrittore può morire. E prima di morire può soffrire molto. Inoltre uno scrittore può essere giudicato e condannato da una giuria molto speciale: quella dei lettori. Ne sa qualcosa Paul Sheldon, scrittore di successo (derivato però da libri d’intrattenimento fruibili per lo più da casalinghe disperate) protagonista di uno dei libri migliori di King, che ha deciso di sbarazzarsi di Misery, l’eroina dei suoi romanzi, senza però fare i conti con il destino e con Annie Wilkies, la sua “Ammiratrice numero uno”. Come ne Il gioco di Gerald, King dimostra di padroneggiare magistralmente le tecniche di scrittura (tutta la storia è raccontata dal protagonista bloccato nella casa di Annie) e costruisce un vortice delirante in cui scopriamo che i “mostri” non sono per forza legati al soprannaturale. E come in tante altre opere, lo scrittore del Maine mette in scena la scrittura stessa: oltre all’espediente del “racconto nel racconto” troviamo infatti informazioni sull’editoria e sul mestiere di scrivere. A metà strada tra autoironia e preveggenza, viene raccontata la storia di uno scrittore tenuto in ostaggio da una lettrice troppo esigente, e mi viene da sorridere pensando: “allora potrebbe succedere anche a te, Stephen”. In effetti un bel giorno (mi pare fosse il 1990, quindi dopo l’uscita di Misery) King si è trovato in casa un fan un po’ invadente e da quella volta ha smesso di fornire troppe informazioni su di sé ai lettori: «caro Lettore, lascia che i miei romanzi siano il miglior modo per conoscermi». La letteratura cosiddetta horror dimostra (anche con un esponente postmoderno come King) di non essere fruibile solo per l’intrattenimento. Dietro al concetto di orrore e di mostro (dal latino, letteralmente: “ciò che si mostra”) stanno infatti riflessioni filosofiche e psicologiche non banali. Misery ha inoltre il merito di dimostrare che scrivere è una faccenda seria e che fare lo scrittore non è poi una passeggiata come potrebbe sembrare a chi vede questo ambiente dall’esterno.

Isacco Tognon consiglia:
Anton Čechov, Il gabbiano (dramma teatrale).

Anton ČechovKonstantin Gavrilovic è uno scrittore. Si sente scrittore, ma il suo sogno lo porta a volare alto, verso la ribalta che conduce all’essere riconosciuto come autore vero, uno di quelli che pubblicano, che la gente conosce, in modo tale da far capire a tutti i sentimenti profondi che lo ispirano. Vuole dare voce alla vita “come ci appare nei sogni”, non rappresentarla così com’è o come dovrebbe essere. La scrittura nasce dentro di lui come “sorgente che sgorga liberamente dall’anima”. Scrive pezzi teatrali per Nina, lo scenario è un piccolo lago di campagna al tramonto; ma Nina, la “dolce adorata” Nina, è la forza vitale che al tempo stesso lo ispira e lo porta alla follia suicida. Troppo pesante l’eredità che il giovane si porta addosso: è figlio di una grande attrice che vede soltanto noia nei suoi, mentre il compagno della donna, Trigorin, è un affermato scrittore.
Konstantin vive una doppia sconfitta: la prima come scrittore, snobbato dalle riviste cittadine e condannato all’emarginazione da una scena letteraria che immaginava come unica possibile realizzazione personale; l’altra come amante. Nina rifiuta quell’amore un tempo corrisposto e segue il sogno di diventare attrice, corre in città alla ricerca del successo gettandosi nelle braccia di Trigorin, dal quale sarà poi abbandonata. Quando torna in riva al lago, nella campagna russa dove la noia e l’inadeguatezza alla vita sono le uniche sentinelle rimaste a far da guardia ai giorni di Konstantin, trova il giovane scrittore deluso, sconfitto dai propri sogni di amore e di gloria. È ancora innamorato, ma l’incontro con Nina si trasforma nell’ultima conferma di una vita ormai insipida, dominata solo da una grande sofferenza in cui i ricordi del passato felice non fanno che aumentare l’amarezza di un presente in cui tutto è perduto.
“Com’era bello una volta, ricordi Kostja? Ricordi, com’era chiara, calda, allegra, pura la vita! E i sentimenti? Erano come fiori delicate e eleganti. Ricordi?”.

Alberto Bullado consiglia:
Hunter S. Thompson, Paura e disgusto a Las Vegas, Bompiani, 2000, 270 pgg.

Scrittori², cioè scrittori che scrivono di scrittori. Ma forse questo è il caso di parlare di scrittori alla terza, cioè al cubo. Ovvero uno scrittore che scrive di un se stesso, Raoul Duke, che deve fare i conti con un proprio alter ego. Un doppione ferocemente psichelico e fuori controllo, il Dottor Gonzo, cioè Oscar Z. Acosta, sedicente avvocato obeso e samoano. Paura e disgusto a Las Vegas, purtroppo conosciuto maggiormente come film (un cult indiscusso ed inspiegabilmente tradotto in Italia con il titolo: Paura e delirio a Las Vegas), è un romanzo straordinario. Ed è anche molto importante, almeno per tre motivi: 1) incrocia tre diversi archetipi letterari, cioè il viaggio (non solo geografico), il reportage di formazione e la critica sociale/di costume (nuova generazione che dissacra la precedente); 2) l’affresco epocale di quegli anni ’70, disastrosamente freak; 3) il fatto di aver coniato uno stile che poi influenzò in modo parecchio robusto non solo la letteratura, ma anche, e soprattutto, un certo giornalismo, detto, appunto, Gonzo (pseudonimo che, peraltro, Hunter S. Thompson amava utilizzare per firmare alcuni suoi pezzi). Più che uno stile vero e proprio, un’attitudine, che alla descrizione oggettiva dei fatti preferisce un’analisi sghemba ed espressionista della realtà. Uno strumento non meno affilato per svelare la medesima realtà, spesso restituita attraverso un’ottica spregiudicata e stronza, disincantata e sarcastica, condita con un’irriverenza simpatica e bastarda che verrà poi adottata da molti altri scrittori e giornalisti come marchio di fabbrica. Non a caso il romanzo venne pubblicato in due puntate dalla rivista americana Rolling Stones, nel 1971. La trama, va beh, la conoscete: i due protagonisti devono recarsi a Las Vegas per una corsa di moto e Dune-Buggy, alla ricerca del “Sogno Americano”, accompagnati da uno sconcertante arsenale di droghe. Di qui una godibilissa e fantasmagorica odissea, nella quale la realtà spesso lascia spazio ad un inferno allucinante e grottesco, dove l’America piccolo borghese del gioco d’azzardo, conformista e consumista, viene deformata e fatta a pezzi dalla disarmante sincerità dei due protagonisti, raramente sobri. Un romanzo potente e magmatico che attinge a piene mani in un funambolico immaginario tossico, kitsch e weird. Un po’ come se negli anni ’70 Bosch, anziché dipingere un quadro, avesse scritto un libro sotto mescalina.

Seconda Parte

CAMing out! – Scrittori² (II parte)

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )