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“Suicidi Letterari”: autori che si sono immolati e romanzi che parlano di autodistruzione.Decidere di farla finita sembra essere una delle vie più brevi per accedere all’immortalità, soprattutto in letteratura. Provare per credere?
(prima parte qui)

 

Tommaso De Beni consiglia:
Virginia Woolf, Mrs Dalloway, Newton Compton, 2010, 192 pgg.

Virginia Woolf - Mrs. DallowayHo letto da qualche parte che secondo le statistiche le donne si suicidano molto più spesso degli uomini. Quando penso alle statistiche mi viene però in mente l’aforisma di Trilussa: “La statistica è quella legge per cui se io e te abbiamo due polli e li mangi entrambi tu, ne abbiamo mangiato uno a testa”. Insomma, le statistiche non mi piacciono, perché propongono meri dati, dai quali poi ognuno ricava le riflessioni che vuole. Non so se i suicidi femminili siano legati alla follia, al parto, alle mestruazioni o più in generale alla condizione della donna, la quale spesso è stata repressa e maltrattata dalla società e dalla cultura dominante. Di sicuro una donna che non accetta di diventare l’angelo del focolare per intraprendere la carriera di scrittrice e raggiungere l’indipendenza economica non ha la strada spianata, soprattutto all’inizio del secolo scorso. Inoltre assistere a due guerre mondiali non è proprio il massimo. Delle conseguenze psicologicamente disastrose della prima guerra mondiale viene fornita una splendida testimonianza in Mrs. Dalloway di Virginia Woolf, esponente di un femminismo intelligente e coraggioso. La signora Dalloway esce per comprare i fiori “herself”, in un momento di giugno, in vista di un ricevimento serale. Attorno a questo personaggio ruota una serie di figure marginali, ma necessarie alla rappresentazione complessiva, come in un mosaico. Il tempo del discorso viene dilatato dagli intrecci di vite e storie personali e dai ricordi della protagonista, mentre il tempo dell’azione si esaurisce nell’arco di una sola giornata, come nel celebre Ulysses di Joyce, che viene spesso associato alla Woolf quando si deve spiegare cosa si intende per “flusso di coscienza”. La verità è che Virginia Woolf disprezzava il capolavoro di Joyce, perché lo considerava, tra le altre cose, volgare. Forse è proprio la volgarità del mondo che la scrittrice inglese a un certo punto non ha più saputo o voluto sopportare. In entrambi i casi, Ulysses e Mrs. Dalloway siamo di fronte a due grandi esponenti del modernismo, la corrente letteraria e culturale che tra due guerre devastanti ha rivoluzionato il XX secolo.

Antonio Lauriola consiglia:
Petronio, Satyricon, Newton Compton, 2012, 233 pgg.

Petronio - SatyriconPossiamo stare a quanto racconta Tacito e immaginare la scena, tra le torce vibranti che creano giochi di ombre e colori bruciati sulle pareti della ricca domus. Qui, tra signori unti e ubriachi, scorgiamo la figura di un uomo visibilmente frastornato che partecipa interessato alla conversazione che si sta tenendo. Si parla di poesia, d’amore e di sciocchezze e l’uomo, Tito Petronio Arbitro, si abbandona all’eloquio senza mostrare il patimento che gli agita l’animo e il corpo. Il viso ormai pallido e le braccia deboli, inerti lungo i fianchi sono quasi vuoti, privati della linfa vitale che sempre lo aveva sostenuto. “Questa non è dignità” dirà la matrona tra un sorso di vino e un massaggio languido al suo vicino. “Eroico! Eroico!” si sente dall’amico di sempre. Petronio ha sostituito da poco le bende ai polsi ma già il rosso delle vene recise ne sta tingendo i tessuti. Vino e poesia, si sa, stancano: “Che Bacco mi conduca, Orfeo mi rapisca, Ade mi consoli” dice infine.
Oggi, duemila anni dopo, ne leggiamo il Satyricon e scorgiamo, tra le righe, la persistenza di una morte espressa o celata, sempre esorcizzata col verbo ma, in fondo, mai temuta.

Giulia Cupani consiglia:
Cesarte Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, 2005, 266 pgg.

Cesare Pavese - Il mestiere di vivereÈ sempre imbarazzante, un atto dotato di un retrogusto spiacevole di pesantezza e quasi di indecenza, posare gli occhi su fogli che non erano destinati a noi. Gli autori andrebbero giudicati per le opere e non per la loro caratura umana, non per il loro privato e personale scorticarsi interiore, e questo cercare nelle parole private un senso che superi quello delle parole pubbliche è un esercizio che rischia di condurre a fraintendimenti, deviazioni, errori di rotta.
Cesare Pavese, e questo libro, fanno in parte eccezione a questa regola aurea, perché non c’è testo che conduca più chiaramente, più direttamente dentro le parole di questo autore e delle sue opere che questo pseudo-diario, scritto in sedici anni e concluso inesorabilmente con un appunto del 18 agosto 1950 che dice solo “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”, perfetto parallelo di quel “scenderemo nel gorgo, muti”, con cui si conclude una delle ultime poesie pavesiane.
Il mestiere di vivere è un racconto secco, caustico, impietoso di quello che Cesare Pavese era. Un racconto crudele, scritto da lui medesimo con consapevole e ricercata durezza. Un racconto lucido, corrosivo, cinico, che scava nella vita senza edulcorare nulla di quello che incontra, che raccoglie e rilancia considerazioni e note sulle cose del mondo che si sommano fino a formare un disegno incredibilmente coerente di quella che era la spina dorsale del suo autore. La stessa spina dorsale che l’ha sostenuto finché è stato possibile attraverso una vita di lavoro indefesso e ascetico, di riflessione intellettuale portata avanti senza sosta e senza possibilità di “vacanza”, e che l’ha infine condotto a togliersi la vita in un albergo di Torino, consapevole che ormai non c’era più nulla da dire e che il confine tra la possibilità dell’esistenza e l’inesorabile tensione verso la fine andasse ormai superato. Senza ripensamenti, senza perdono possibile.

Alberto Bullado consiglia:
Gustave Flaubert, Madame Bovary, Mondadori, 2011, 453 pgg.

Gustave Flaubert - Madame BovaryOk, non credo occorra introdurre l’opera né l’autore. La scelta cade su un classico perché questo bestseller ottocentesco racchiude in sé la commovente immolazione della sua protagonista, Emma Bovary, archetipo insuperato di tragica vacuità esistenziale. Non male per essere un esordio: Flaubert è lì lì per diventare Flaubert, ma la censura cerca di mettergli il bastone tra le ruote. Eppure il romanzo riesce ad arrivare ugualmente al grande pubblico, irradiando la letteratura di un capolavoro irrinunciabile. Emma Bovary, afflitta dalla noia, ammorbata dalle convenzioni, soffocata da un’aspirazione alla libertà spropositata e naif, interpreta l’adulterio, ma non solo quello, come una smania, un’ambizione, il biglietto di sola andata per una crociera in paradiso. Ma si sbaglia, così non poteva che essere per una donna affetta da un tale e rovinoso autismo sentimentale. In questo romanzo si verifica una morbosa empatia tra il lettore e una donna in fregola, che sente a tal punto di avere un debito di riconoscenza dalla vita da togliersela. Infine Emma ingerirà il veleno, ma il suo non sarà un finale romantico come nelle tragedie di Shakespeare, bensì un trapasso tribolante e penoso, e quindi orribilmente umano, anzi, “realistico”: epiteto che verrà attribuito a quest’opera, antesignana di un certo “realismo letterario”. Tant’è vero che il suo autore arriverà persino ad affermare: «Madame Bovary c’est moi». Un annuncio che passerà alla storia, che in realtà vuole esprimere un determinato principio stilistico: lo sforzo scrupoloso dello scrittore nel collocarsi, durante il proprio atto creativo, nella medesima prospettiva dei suoi protagonisti e del mondo creato dalle pagine dei suoi romanzi. Al di là di tutto questo, un ritratto opprimente di una borghesia in cancrena, così attuale da suscitare, quantomeno, un sorrisetto sarcastico. Velleità esistenziali, aspirazioni da un tanto al chilo, provincialità rosa ed un certa qual dose di sciatterie morali ed intellettuali che è inutile specificare quanto facciano tuttora parte dei nostri stra-abusati luoghi comuni. Dalla prosa maniacale di Flaubert prende vita un’opera senza tempo, mentre migliaia di Madame Bovary del terzo millennio affollano i social network, sospirano davanti alle soap opera alla tv e spasimano al cospetto di sogni futili, rincorrendo esistenze vuote e traballanti. Anime kitsch perse nel grigiore di una quotidianità che forse non verrà mai più colta dall’immortalità letteraria.

Prima parte

CAMing out! – Suicidi letterari (I parte)

 

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