CAMing-out-suicidi-letterari

“Suicidi Letterari”: autori che si sono immolati e romanzi che parlano di autodistruzione.Decidere di farla finita sembra essere una delle vie più brevi per accedere all’immortalità, soprattutto in letteratura. Provare per credere?

Alberto Bullado consiglia:
Chuck Palahniuk, Survivor, Mondadori, 2003, 289 pgg.

Chuck Palahniuk - SurvivorSurvivor di Chuck Palahniuk è il romanzo ricavato dalla scatola nera di un aereo di linea. Narra in prima persona la vicenda di Tender Branson, ovvero l’ultimo sopravvissuto al suicidio collettivo di una setta religiosa stile Amish. Nota importante: l’aereo in cui si trova il protagonista sta precipitando nell’oceano. Perciò il romanzo si profila, sin dall’inizio, come un incalzante countdown: il numero delle pagine, curioso particolare, procede a ritroso. Il destino di Branson, dunque, è già segnato: rimane da capire com’è giunto questo strano personaggio a sequestrare un aereo di linea (prima dell’11 settembre) dopo essere diventato un messia mass mediatico, profeta del nulla e manichino di una speculazione in pieno di stile USA, dopo una gavetta da inserviente enciclopedico in fatto di economia domestica in ville di criminali (?) e attori porno. Di mezzo l’incontro con Fertilità Hollis, che possiede la maledizione di prevedere future disgrazie, e il ritorno di Adam, fratello di Branson, probabilmente il reale assassino dei membri della setta. Il suicidio rimane un tema ricorrente nel romanzo. Una sorta di leitmotiv macabro ma nello stesso tempo comico e stralunato. Branson, da sopravvissuto, nella prima parte del romanzo dà consulenza ad aspiranti suicidi via telefono. In seguito la sua sconclusionata assistente sociale deciderà di farla finita. E poi il finale, spoilerato a partire dall’incipit. Tutto sommato, Survivor è il racconto di un’immolazione grottesca che più di tutti valorizza, assieme a Invisibile Monster, una delle caratteristiche vincenti dei pazzeschi ritratti sociali di Chuck Palahniuk: l’iperbole che giunge all’iperrealismo, passando per un espressionismo molto spinto. Inutile adottare un linguaggio medio e storie classiche o edificanti per esprimere l’alienazione e la disgregazione del presente: Palahniuk l’ha capito. E per questo è diventato, da Fight Club in poi, un autore di culto in grado di scioccare il proprio pubblico di romanzo in romanzo, rendendo l’intera sua opera un best seller irrinunciabile. Uno scrittore virale, prima ancora di Facebook e Twitter.


Giulia Cupani
consiglia:
Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi, 2005, 266 pgg.

Il sistema periodico di Primo Levi è una raccolta di racconti che brillano per pulizia e perfezione, tensione all’asciuttezza, capacità di mettere a nudo nuclei di esistenza limpidi e concreti, più veri di qualsiasi verità possibile. E’ la storia di una vita, quello che si dipana in questi racconti, iniziata ancor prima di quella dell’autore, come viene mostrato nella vorticosa genealogia familiare del primo racconto, e che finisce per abbracciare l’universo intero in quello conclusivo, che condensa in dieci pagine tutta la storia del cosmo, quindi di ciascuno di noi, grazie alla descrizione dell’abissale intrecciarsi degli infiniti legami di un singolo atomo di carbonio. In mezzo a questi due poli, ogni racconto parla – per mezzo dell’elemento chimico che gli dà il titolo – di qualcosa che è insieme infinitamente piccolo, determinato, personale, ma anche universale, perché è universale la tendenza che emerge, in ogni piccola storia di Levi, a rivolgersi alla vita dell’umanità in quanto tale. Le misuratissime parole che raccontano di laboratori, esperimenti, pomeriggi trascorsi a distillare o evaporare, le parole lucide e lancinanti che raccontano le storie eterne di Sandro, amico scalatore “che stava tutto nelle azioni”, o di mitici cercatori d’oro sulle rive di fiumi piemontesi, o di Giulia infuriata e minacciosa, sono in realtà parole di respiro infinitamente superiore a quello delle loro piccole storie: raccontano di un mondo universale e pulito, che coinvolge e riguarda ciascuno di noi esattamente come la formula chimica di una molecola che forse non conosceremo mai, ma che ugualmente è implicata, nella nostra vita, da sempre e per sempre. Per questo Il sistema periodico è un libro che brilla: perché nei suoi racconti ogni cosa ha un posto, e perché attraverso la chiave di lettura della chimica, delle leggi che regolano il mondo fisico, nascono storie pure e universali, in cui ogni parola occupa esattamente il suo posto, perfettamente determinato e impossibile da pensare in modo diverso. Non c’è differenza tra forma e contenuto, in un libro così: la quadratura delle storie che Levi racconta è la quadratura della maniera in cui sono raccontate. E da questa purezza emerge una chiarezza di sguardo, una capacità di amore elementare e solido per le cose dell’esistenza che conquista e spiazza, che rimane appiccicata addosso a chi legge come una sensazione impossibile da silenziare. Può sembrare paradossale che una tale dichiarazione d’amore per quello che compone la vita venga dalla penna di uno scrittore che la vita se l’è consapevolmente tolta una mattina di venticinque anni fa. Attraverso questi racconti, in qualche modo, parla uno degli eterni paradossi della letteratura: non è raro trovarsi, un po’ spaesati, a sentirsi raccontare cos’è l’esistenza grazie alle parole lucide e levigate di un suicida.

Tommaso De Beni consiglia:
David Foster Wallace, Considera l’aragosta, Einaudi, 2006, 382 pgg.

David F. Wallace - Considerando l'aragostaQuesto autore l’ho conosciuto solo dopo la sua morte, anche se si tratta di uno scrittore nato nel 1962. Il motivo è la sua prematura scomparsa, ovviamente, ma anche il ritardo con cui Einaudi ha tradotto e portato in Italia le sue opere; ritardo che riguarda un po’ tutta la narrativa straniera nel nostro Paese. Due giorni dopo il suicidio di Foster Wallace ho scoperto la sua esistenza come scrittore: alla Feltrinelli di Padova gli scaffali erano invasi dai suoi libri, con tanto di famigerate striscette che lo presentavano come l’autore più bravo della sua generazione o come un genio incompreso. Chissà se tale, e tanto, entusiasmo, c’entra più con la sua scrittura o con la sua fine. Lo stesso anno, ad un corso di scrittura creativa, Foster Wallace è stato inserito in una specie di categoria di “scrittori bravi e recenti che voi dinosauri di Lettere troppo fermi sui classici dovreste conoscere”.
Per Foster Wallace, scrivere era una cosa maledettamente seria. Non voglio fare gossip sui motivi della sua scelta finale, ma da quel poco che ho capito la scrittura, la letteratura e il lavoro intellettuale lo hanno schiacciato con tutto il loro peso e la loro “serietà”. Spesso gli scrittori (quelli bravi) hanno una vita di merda, e l’arte è per loro una valvola di sfogo. Se non ci si diverte più nemmeno a scrivere, che senso ha andare avanti? Quando poi mi hanno prestato Considera l’aragosta, raccolta di saggi scritti dal 1998 al 2004, ho potuto finalmente misurarmi con la scrittura di Foster Wallace. Il libro ha degli elementi postmoderni, uno su tutti il fatto che gli argomenti varino con disinvoltura dal porno a Kafka; ma al di là delle etichette l’autore del libro dimostra un’intelligenza elastica e trasversale. Riempie i saggi di note lunghissime che a volte contengono altre note, senza però appesantire il testo. Riesce inoltre a fornire con pochi tratti splendide rappresentazioni della realtà americana, come nel saggio sull’11 settembre e in quello sui repubblicani e le aragoste, trovando una mediazione tra l’astrattezza del ragionamento e l’immediatezza dei fatti e delle persone. Infine condisce i suoi scritti con geniale umorismo, che è a mio avviso un ottimo viatico per raccontare le cose. Il rapporto tra serietà e umorismo, tra ilarità e tragedia, è un tema fondamentale per capire l’opera di David Foster Wallace.

Isacco Tognon consiglia:
Antonio Ingroia, Nel labirinto degli dèi. Storie di mafia e antimafia, Il Saggiatore, 181 pgg.

Antonio Ingroia - Nel labirinto degli dèiNon hanno niente di letterario i suicidi di cui parla Ingroia, sostituto procuratore presso la Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Proprio niente. Nel labirinto degli dèi è un libro che racconta di magistrati e mafiosi, della continua lotta agli affari illeciti e agli omicidi di Cosa Nostra, quella stessa lotta che troppo spesso si avvale del silenzio omertoso dei cittadini, della connivenza di politici e colletti bianchi, che arriva ad insinuarsi fino all’interno della magistratura stessa. Racconta, Ingroia, il suo impegno di magistrato, gli episodi che lo hanno visto coinvolto negli ultimi vent’anni nei processi di mafia; ricorda, con tono ammirato e riconoscente, il debito suo -e di tutta l’Italia che crede nella legalità- nei confronti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ai suicidi dedica un intero capitolo: parla delle morti indotte a cui sono ricorsi i magistrati Lombardino e Signorino, indagati per colluzione con la mafia, parla del suicidio del maresciallo dei carabinieri Lombardo.
Ma il suicidio di Rita Atria fa storia a sé, è di altra natura. Rita, cresciuta in una famiglia mafiosa, perde il padre prima, poi il fratello, entrambi uccisi da Cosa Nostra. Seguendo l’esempio della cognata, Rita decide di collaborare con la giustizia, sceglie di cambiare vita. Abbandonata anche dalla madre e dai parenti, costretta a cambiare vita, città, il suo unico punto di riferimento è il “suo” giudice, Paolo Borsellino. Dopo la strage di via D’Amelio, Rita è di nuovo sola. Passa una settimana, poi non ce la fa più. Si uccide.
Suicidio, rottura, disperazione. È questa la solitudine di chi è lasciato solo a credere ancora che la faccia pulita dell’Italia possa essere vincente.
E noi, da che parte stiamo?

 

Seconda parte

CAMing out! – Suicidi letterari (II parte)

Paperino Suicida Paperina suicida
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