CAMing-out-alzati-cammina 

Romanzi in cui si nasce e si rinasce, in cui la vita si allontana, ondeggia, a volte quasi scompare, prima di ritornare, in qualche modo, a scorrere fortunosamente nelle vene dei protagonisti. 

 

Nicolas Alejandro Cunial segnala:
Haruki Murakami, Norwegian wood, Einaudi, 2006, 379 pgg.

Rinascere significa morire due volte. Per Murakami anche tre.
Il suicidio del migliore amico di Toru, protagonista di questo splendido romanzo che deve il suo nome alla celebre canzone dei Beatles, introduce una storia tra le più introspettive e profonde scritte dall’autore nipponico: Toru è un ragazzo appena maggiorenne che vive in un limbo autoreferenziale, incapace di prendere qualunque decisione poiché teme, a ragione, che ogni sua scelta possa rovinare la vita degli altri, e anche la sua. Il fulcro attorno a cui ruota il suo universo esistenziale è costituito da Naoko, l’ex ragazza dell’amico scomparso, e nel tempo il suo attaccamento nei confronti della ragazza diventa sempre più totalizzante ed esclusivo. Toru conosce però Midori, che certamente lo attrae – forse più di Naoko – ma per il semplice fatto di sentirsi legato, e di sentire che il proprio legame con Naoko è l’unico in grado di tenere la ragazza in equilibrio sul ciglio della follia, non cede alla sua attrazione, instaurando con la neo-conosciuta un rapporto segnato da quell’aura di indecisione che circonda ogni aspetto della sua esistenza.
L’altro incontro che segna la vita di Toru è quello con Nagasawa, che gli fornirà l’occasione di vivere un percorso di crescita cinico, realistico, esasperatamente vero, e che lo condurrà ai limiti dell’insensibilità emozionale costituendo però per Toru anche un’ancora a cui aggrapparsi quando verrà a conoscenza del suicidio di Naoko, la ragazza che aveva perpetuato il suo limbo personale in cambio di un amore non corrisposto.
Nel precipitare degli eventi Toru si scoprirà fragile, fuggirà da ciò che lo circonda per poi svegliarsi immerso nel sale delle proprie lacrime grazie ad una voce interiore, a un consiglio che anni prima proprio Nagasawa gli aveva regalato: “non ti autocommiserare mai”.
Toru tornerà quindi alla vita, affrontandola però da un nuovo punto di vista: quello dell’azione, della decisione, dell’ora e subito, trovando la porta di Midori fortunatamente ancora aperta. Scopriremo così, con il procedere delle pagine, che Midori rappresentava la vita, Nagasawa un Caronte metaforico e Naoko la morte. Una morte però necessaria per rinascere sotto il segno della vita vera. La vita che – come ci insegna Murakami in questo romanzo – o si vive, o uccide.

 

Giulia Cupani segnala:
Ian McEwan, Bambini nel tempo, Einaudi, 2005, 229 pgg.

Bambini nel tempo è una storia di amore e di tragedia, la storia di una ricerca e di un approdo, di un
disperato bisogno di pace che nasce dalla constatazione dell’inenarrabile caoticità di ogni tempo presente. Tutto inizia quando, nella vita quieta di Stephen, piomba il peso di una tragedia enorme e immotivata: un giorno, mentre è in coda alla cassa di un supermercato, l’uomo perde sua figlia. La bambina che è lì con lui, semplicemente, si inabissa e scompare, nello spazio di uno sguardo: un attimo prima c’è, un attimo dopo è uscita per sempre dalla cornice della storia, senza ragione apparente, senza possibilità di farvi ritorno. Si apre così, per Stephen, l’abisso di una ricerca che non è – ed è in questa scelta la forza di questo romanzo, il tratto da maestro di McEwan – la ricerca disperata di una bambina forse rapita, forse vittima di un incidente. Questo aspetto della vicenda rimane sempre sullo sfondo, lontano, un’eco remota su cui non è necessario soffermarsi perché è chiaro da subito, al lettore, che il destino di Kate è segnato: la bambina non tornerà, mai nulla si saprà della sua storia, e tutto quello che i sopravvissuti a questa tragedia possono fare è provare a elaborare il lutto per la sua perdita.
Ed è questa la vera ricerca che anima questo romanzo, questo il suo vero centro: il viaggio che Stephen compie dentro se stesso, nel suo passato, negli andirivieni nel tempo che in queste pagine appare sempre come qualcosa di leggermente sfasato, qualcosa che scorre per forza di cose in maniera non lineare, slittando, costituito di passato che sguscia nel presente, dandogli senso, e poi si ritrae, lasciando i personaggi soli con il compito di trarre le conseguenze di ciò che esso ha suggerito. Stephen, rimasto solo di fronte all’enormità della sua perdita e della colpa implicita in essa, viaggia nel tempo cercando tracce del proprio passato e ritrovando in esso i semi di sé stesso bambino, le tracce labili lasciate dal fluire di ogni minuto nel successivo, inesorabilmente.
Alla fine del romanzo per Stephen, per sua moglie, per tutti coloro che nel dramma di questa storia hanno saputo attraversare il dolore cercandoci dentro – ognuno a suo modo – i germi della possibilità di un inizio diverso, si apre di colpo una strada nuova. Nel miracolo fatto di sangue, lacrime, muco e invincibile amore di un parto improvvisato in una casa di campagna isolata dal mondo, la vita ritorna a scorrere, dentro il fluido instabile, pericoloso e affascinante del tempo. E in lei ogni cosa ricomincia, insieme al pianto di un neonato.

 

Tommaso De Beni segnala:
Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo, Einudi, 2005, 655 pgg.

Sembra strano pensare che un romanzo di Dostoevskij possa andare a finire bene. E infatti non si può propriamente parlare di lieto fine, ma se non altro i personaggi principali non muoiono. O – almeno – non muoiono veramente, perché da un punto di vista metaforico il concetto di morte e rinascita è ben presente. Il delitto annunciato dal titolo si compie subito, all’inizio del romanzo. Un delitto aggravato dalla casuale presenza della sorella della vittima designata. La scena che lo descrive sembra anticipare certi film dei fratelli Cohen come Blood Simple e Fargo, nel senso che non c’è la freddezza del “natural born killer” ma anzi c’è molta goffaggine e improvvisazione nelle gesta dell’ex studente Raskol’nikov, che sembra uccidere per soldi, per mantenersi a Pietroburgo, per poter riprendere gli studi, per non dover dipendere dai sacrifici della madre e della sorella. Lui è giovane, pieno di idee e propositi: l’usuraia che uccide, invece, è decrepita e cattiva, non sa nemmeno lei cosa ci sta a fare al mondo. Ma dopo aver commesso il delitto Raskol’nikov prende solo poche cose e pochi soldi. Nasconde la refurtiva e la lascia lì, continuando a vivere miseramente. L’omicidio allora pare più la conseguenza di un ragionamento, di una nuova teoria per cui certi uomini hanno il diritto e il dovere di eliminare gli ostacoli. A metà romanzo,quando ancora non si sa se il ragazzo riuscirà a cavarsela o sarà una brutta fine, egli dice, durante un interrogatorio, di credere in Dio e nella resurrezione di Lazzaro. Ma da solo non arriverebbe mai a un sincero pentimento. Fondamentale è l’incontro con Sonja, un’umilissima ragazza, costretta a prostituirsi, che ha molta fede. Ha solo quella. Quando Raskol’nikov le confessa di essere l’autore del delitto lei prova più pena che paura. Nel frattempo, però, un innocente è stato accusato del duplice omicidio da lui commesso, e ha confessato di essere colpevole, perché vuole prendersi carico del dolore dell’umanità come ha fatto Gesù, pagando con la propria vita terrena, in cambio della salvezza eterna. Raskol’nikov potrebbe fuggire e riuscire a farla franca oppure potrebbe suicidarsi. Invece decide di costituirsi e farsi arrestare. Dopo sette anni di colonia penale in Siberia, per lui inizierà una nuova vita con Sonja e sarà come essere morto e rinato diverso, grazie all’amore.

 

Alice Campagnaro segnala:
Raymond Carver, I principianti, Einaudi, 2010, 289 pgg.

Decisamente bistrattata dall’editor Gordon Lish (che ne curò la prima uscita nel 1981, con il titolo Di cosa parliamo quando parliamo d’amore), questa seconda raccolta di Carver è stata riproposta nella sua interezza nel 2009, in una nuova edizione che ci restituisce una caratteristica costante e fondamentale dello stile dell’autore, talvolta attenuata dai tagli: il contrasto tra la “normalità” della vicenda narrata e lo scarto improvviso, inaspettato, che lascia nella bocca del lettore un sapore acido.  Spesso i protagonisti di queste storie sono persone che conducono un’esistenza “normale”: una famiglia, un lavoro, degli amici con cui divertirsi. Eppure, ciascuno di loro è sconvolto da una qualche forma di nevrosi che si manifesta nell’alcoolismo, nella violenza improvvisa e brutale o nella violenza più sottile, più impalpabile e inquietante, quella che potrebbe manifestarsi. Così la “normalità” e l’orrore, il grottesco e il ridicolo, si alternano molto velocemente – spiazzando il lettore – attraverso un linguaggio quotidiano, volutamente amichevole, che talvolta (soprattutto nei dialoghi) si fa ossessivamente ripetitivo. Qualsiasi tentativo di riscatto è destinato a fallire: se anche l’alcoolista riesce a liberarsi dal fantasma dell’alcool (da cui Carver stesso era perseguitato), nella sua percezione del reale resta sempre un filo di inquietudine, un sentimento della precarietà.
Solo in un caso, nel racconto originariamente intitolato Una cosa piccola ma buona (nell’edizione dell’81, Il bagno) Carver costruisce un finale di salvezza e sollievo totalmente senza ombre; un’oasi di serenità in mezzo alle altre storie, in cui la pace è sempre impossibile.
Il racconto parla di due genitori il cui figlio, per una disgrazia improvvisa, finisce in ospedale: ogni volta che uno dei due si decide a tornare a casa per poco tempo, il telefono squilla e una misteriosa voce dice qualcosa di incomprensibile a proposito del bambino. Nella seconda parte del racconto, che Lish decise di tagliare del tutto, la madre ricorda di aver ordinato una torta per il compleanno del figlio, e capisce che il pasticcere è l’autore di quelle telefonate. Quando i due vanno dall’uomo per insultarlo e dirgli che il loro bambino è morto, questi li accoglie e dà loro da mangiare dei panini appena sfornati: i due genitori affranti ritrovano l’appetito e la vita. Il senso di sollievo, senza ombre e implicazioni, che si sprigiona da questa conclusione, è qualcosa di talmente dolce, assolutorio e benefico da indurci a controllare, sulla copertina del libro che abbiamo in mano, che si tratti ancora e sempre di Carver.

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