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Romanzi sul sogno americano, American Dream: piccola galleria di libri ed autori che hanno fatto i conti con uno dei più grandi archetipi culturali dei nostri tempi.
(I parte qui)

 

Tommaso De Beni consiglia:
Cormac McCarthy, SuttreeEinaudi, 2011, 560 pgg.

Corman McCarthy - SuttreeMcCarthy è un grande vecchio della letteratura americana, ma è noto soprattutto per la recente trasposizione cinematografica di Non è un paese per vecchi. Anche La strada, un suo recente romanzo dai toni apocalittici (o meglio, post apocalittici) è stato portato al cinema. Suttree è un’opera maestosa che lo scrittore americano iniziò a scrivere a 26 anni e che terminò solo venti anni dopo nel 1979. I modelli principali sembrano Joyce e Cèline, il primo per la non linearità della narrazione e la confusione tra pensieri, parole e immagini, il secondo per l’ambientazione marginale e degradata e il linguaggio ardito. Il protagonista è un pescatore alcolizzato che ha amici alcolizzati e parenti alcolizzati. La sua origine sociale non è povera, ma alla mediocrità borghese ha preferito l’epopea del sottoproletariato. Si sceglie per compare un ragazzino che si cala perfettamente nella parte di ratto di città e che ha un vizio assurdo che non è nemmeno classificabile. Scoparsi le angurie infatti non può considerarsi zoofilia. McCarthy ci mostra impietosamente l’altra faccia dell’american dream proprio negli anni in cui l’immaginario americano era più forte: gli anni Cinquanta. Da un lato le Tv, le lavatrici e le casalinghe sorridenti, dall’altro i quartieri poveri, i neri, gli emarginati, gli alcolizzati, i ladri, le puttane, il degrado fisico morale ed anche paesaggistico. Suttree è un’opera che non prende certo per mano il lettore, anzi  ingaggia un corpo a corpo con esso, come Corporale di Volponi, un altro romanzo degli anni ’70 che ha per modelli in parte Joyce e in parte Cèline. La piaga dell’alcolismo è indissolubilmente legata, nel romanzo di McCarthy, alla povertà e alla disperazione. Non si tratta del padre di famiglia o l’imprenditore che si fa un goccio di Cognac alla sera, ma l’uomo di mezza età che inizia a bere già di mattina e che si sveglia il giorno dopo in mezzo al suo stesso vomito. Un problema associabile forse a quello dell’eroina negli anni ’80. La particolarità è che Suttree questa vita se l’è scelta, questo è il suo mondo. Anche questa è l’America.

Giulia Cupani consiglia:
Mark Twain, Le avventure di Huckleberry FinnBur, 2011, 197 pgg.

“Chi cerchi di trovare uno scopo in questa narrazione sarà perseguito a termini di legge; chi cerchi di trovare una morale verrà bandito; chi di trovare un intreccio fucilato. Per ordine dell’autore”, scrive Marc Twain a proposito del libro di avventure che racconta la storia infinita di Huck Finn, ragazzino fluviale emblema di un’America antica e scomparsa, fatta di campi di cotone, schiavi neri e spazio lasciato aperto alla ricerca della libertà.
Non c’è morale, nella vicenda di Huck, non c’è insegnamento né volontà di indicare una strada: c’è solo la vertigine di una narrazione che scorre davvero come un fiume in piena, trascinando con sé tragedie e commedie in una cascata in cui non c’è modo né bisogno di trovare un senso ma che bisogna solo fermarsi a guardare, sorpresi dall’intensità delle cose che sobbollono sotto la superficie, e che emergono senza bisogno di troppe definizioni, senza necessità di parole in eccesso. Perché, se è vero che nella storia di Huck e del suo viaggio lungo il Missisippi non c’è una morale nel senso comunemente inteso, è altrettanto vero che in questo romanzo emerge e si inabissa senza sosta qualcosa di enorme, qualcosa capace di fondare interi universi: è prima di tutto, infatti, una parabola sulla libertà, questo racconto. E’ il racconto fluviale di una liberazione e di una ricerca, è la storia di infiniti soprusi che si scontrano con un’altrettanta infinita voglia di affrancarsi da ogni genere di costrizione cercando una strada propria per farlo, una strada che magari passa da una zattera lanciata lungo un fiume, senza mete e obiettivi, senza morale, senza padri da ricordare o case a cui fare ritorno.
Non esiste un romanzo che più di questo riesca a raccontare la storia di una formazione: nel mondo di Huck Finn è tutto giovane, tutto nuovo e ancora intatto, pur nel suo essere anche, a tratti, indicibilmente crudele e ingiusto. La sua America è un continente adolescente, pieno di ingenuità, ignoranza e crudeltà ma anche di slanci, di energia da canalizzare verso nuovi orizzonti imprevedibili, un mondo traboccante in uguale misura di entusiasmo e di ingiustizia. La storia infinita di Huck Finn è esattamente questo: la storia di un adolescente in un mondo che gli assomiglia, e che lui cerca di possedere con un’incontenibile energia nativa e naturale, con la forza del suo essere completamente privo di vincoli, di regole, di costrizioni.
L’America di Twain è un’America piena di speranza, un luogo pieno della forza del “possibile” tipica della giovinezza, un luogo perduto fatto di fiumi e libertà. Non c’è modo di raccontare questo romanzo se non accettandolo così, fermandosi a guardare, dalla riva, le infinite cose che bollono sotto la superficie del suo fiume, e che ci raccontano qualcosa che abbiamo per sempre perduto e che per sempre custodiremo nelle parole di questo romanzo solo all’apparenza ingenuo.

Emanuele Caon consiglia:
Joe R. Lansdale, La notte del drive-in, Einaudi, 2004, 342 pgg.

È venerdì sera, Jack, Bob e Randy decidono di farsi una grande nottata horror all’Orbit, il più grande drive-in del Texas che per tutta la notte proietta classici dell’orrore. Tutto normale fino a qui, a un certo punto però una sorta di meteorite passa sopra la testa degli spettatori, il drive-in improvvisamente è isolato dal resto del mondo, l’oscurità o per meglio dire il nero lo circondano sciogliendo chiunque provi ad uscire. Inizia l’incubo, il viaggio allucinato in cui assistiamo alla degenerazione totale dei comportamenti umani. I prigionieri del drive-in, sono costretti a nutrirsi di merendine, popocorn e CocaCola, la vita diventa una lotta selvaggia per la sopravvivenza, il cibo inizia a scarseggiare e l’uomo inizia ad obbedire agli istinti più primordiali. La situazione degenera con omicidi, stupri e cannibalismo in una spirale sempre più grottesca fino alla comparsa del Re del Popcorn. La notte del drive-in, composto da: Drive-in e Drive-in 2, che descrive l’avventura dei protagonisti fuori dall’Orbit, in un mondo ben diverso da quello che ricordavano, è poco adatto alle persone impressionabili, trasuda di violenza, follia e disperazione, è un libro in cui Dio ti dice di uccidere. Si tratta di una storia delirante, sanguinaria ma anche ironica, che attacca la società dei consumi e delle religioni. Lansdale con gli orrori dell’Orbit ha rappresentato gli aspetti peggiori degli Stati Uniti d’America: consumismo, razzismo, bigottismo e violenza.

 

Prima parte

CAMing out! – American Dream (I parte)

 

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