CAMing-out-american-dream

Romanzi sul sogno americano, American Dream: piccola galleria di libri ed autori che hanno fatto i conti con uno dei più grandi archetipi culturali dei nostri tempi.

 

Tommaso De Beni consiglia:
Walt Whitman, Foglie d’erba, Feltrinelli, 2012, 294 pgg.

Walt Whitman - Foglie d'erbaQuesto autore americano ha fatto parte dell’educazione poetica (e sentimentale) di molti giovani, di diverse generazioni. Il suo opus magnum, l’opera della sua vita, cioè Foglie d’erba, ha entusiasmato critici e lettori. Ma non me. Probabilmente dovrò rileggermi queste quasi cinquecento pagine di versi lunghi, perché quando le ho lette la prima volta, al primo anno di università, non le ho proprio capite, nel senso che non ho capito dove fosse la grandezza di questi versi e la bravura di questo autore. Forse ero già troppo grande, avrei dovuto leggere Whitman a 15 anni. O forse ero troppo preso dalla poesia italiana e da Montale. Rispetto alla poesia italiana, gli va riconosciuto il fatto di essere in anticipo di un secolo – infatti il libro fu molto osteggiato quando venne pubblicata la prima stesura, nel 1855,e in seguito Whitman fu costretto all’autocensura, soprattutto per alcune parti considerate oscene (gli americani saranno anche più avanti, ma sono sempre dei bacchettoni), ma ciò non basta a convincermi. Forse dovrei essere americano, perché per uno statunitense acculturato Whitman è un autore fondamentale. A parte aver svecchiato la metrica e il linguaggio, gli si attribuisce il merito di essere il cantore (e per alcuni addirittura l’inventore) dell’american dream. Questi versi accolgono infatti personaggi umili come il fabbro (quello vero, non quello di Carducci), che però costituiscono il tessuto di una nazione che si dà da fare. Da un lato non si nega la memoria storica, l’orgoglio di appartenere a questa grande nazione e il sentimento di unità, dall’altro la diversità diventa un valore aggiunto. La voglia di godere nello spirito e nella carne le bellezze della natura diventa un grido di libertà. Libertà e democrazia sono i concetti cardine di quest’opera e questo probabilmente è il motivo per cui Foglie d’erba, al di là delle valutazioni teorico-estetiche, è un’opera immortale, citata in molti film e persino in alcuni slogan politici, che molti continueranno a leggere e ad amare per quello che rappresenta, più che per quello che è.

Alberto Bullado consiglia:
Chuck Palahniuk, La scimmia pensa, la scimmia fa, Mondadori, 2007, 268 pgg.

Una scelta obbligata. Un po’ perché è un autore che amo, un po’ perché è l’autore che descrive gli Usa come vorrei che fossero descritti e raccontati. Lasciamo perdere la solita tiritera dell’America dei marginali, degli esclusi, degli sfigati alienati che hanno smarrito la strada rispetto all’American Way of Life: abbiamo già appreso quella lezione e la letteratura ne è già sazia. No, con Palahniuk questi personaggi divengono archetipi grotteschi di uno stadio evolutivo superiore. Ogni romanzo dello scrittore di Portland è lì per dircelo, per inscenare iperboli iperrealistiche sempre dannatamente puntuali, caustiche ed illuminanti, ma in questo caso Palahniuk cede il passo ad una narrazione meno farsesca, ma non meno pazzesca, perché, fondamentalmente, reale. La scimmia pensa, la scimmia fa è una raccolta di brani, saggi, articoli, piccoli spunti autobiografici, che producono una summa irrinunciabile per chi ama questo autore. Racconti al limite dell’assurdo, episodi e reportage dove si narrano le gesta di feroci wrestler allo sbando con le orecchie a cavolfiore, orgiastici festival dei testicoli in salsa cowboy, equipaggi di sommergibili nucleari affetti da un’indicibile criptomossessualità, demolition derby a bordo di gigantesche mietitrebbiatrici e pazzoidi padri di famiglia intenti a costruire castelli. Insomma: un immaginario che il lettore di Palahniuk conosce bene. Ma non solo questo, anche ritratti di personaggi, noti e meno noti, e ancora gli incredibili risvolti biografici dell’autore – tra esperienze lavorative al limite e i retroscena processuali legati all’omicidio del padre – ai quali vanno inoltre aggiunti aneddoti buffi ed autoironici, risalenti alla sua (improvvisa) scalata al successo. Il titolo originale di questa insolita raccolta è Stranger than Fiction: True Stories. Ci siamo capiti. La realtà che supera la fantasia, la soglia dell’assurdo profanata da una quotidianità inquietante e che ci restituisce un mondo che in fondo non si trova in un universo parallelo, ma che al contrario si tratta di un prototipo: perché di fatto questo è l’America. Un territorio di conflitto: l’integrazione (compromessa? drogata? invalidante?) che ciascun individuo, solitario per definizione, che deve cercare di ottenere, anche andando incontro a psicomanie collettive e modelli di riferimento sociali per decelebrati. Uno scontro che produce esiti folli ma affascinanti. Esistenze demenziali e farneticanti che la penna di Palahniuk da anni ritrae senza far sconti a nessuno. Nemmeno a se stesso.

Giulia Cupani consiglia:
Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, Guanda, 2003, 351 pgg.

L’America di cui parla Foer in Molto forte, incredibilmente vicino è un’America traumatizzata. Un’America precipitata in un dramma collettivo imprevedibile e disarmante, in un trauma per cui non ci sono parole né spiegazioni né tantomeno soluzioni ma solo il disperato tentativo di ogni persona coinvolta di trovare una strada, dibattendosi alla cieca, per emergere dal proprio dolore, per continuare a vivere dopo “il giorno più brutto”. Parla dell’11 Settembre, questo romanzo, e del suo abbattersi su una nazione totalmente impreparata nei confronti di un evento del genere, una nazione del tutto sprovvista dei mezzi  – soprattutto psicologici – per comprenderlo, inserirlo in un contesto e reagire al suo compiersi in una chiave diversa da quella della mera vendetta.
Per farlo, Foer racconta la storia di un ragazzino di nove anni, Oskar, che nel “giorno più brutto” ha perso il padre, inghiottito dalle Torri Gemelle e mai più ritrovato. Oskar vive, da allora, in preda a una sorta di ossessione depressiva: cammina per New York cercando ovunque tracce che lo riportino da suo padre. Il ragazzino cerca disperatamente di ricostruire la propria identità, distrutta dal trauma, partendo dai pochi frammenti di oggetti che erano appartenuti a suo padre, oggetti che sente potrebbero portarlo a capire qualcosa che ancora ignora di lui, e magari anche raccontargli la storia della sua morte, una morte terribile che proprio perché collettiva, universale, in mondovisione, è stata anche intollerabilmente anonima. Oskar cerca di riempire l’immagine della bara di suo padre, sepolta vuota, inseguendo microscopiche tracce nascoste in oggetti che hanno valore solo per lui: una chiave, il messaggio in una segreteria telefonica diventano il filo a cui aggrapparsi per provare a trovare una logica al dolore, per dargli quel tanto di ordine necessario a trovare una scappatoia che consenta di vivere anche dopo di lui. È un romanzo di formazione americana degli anni duemila, questa storia che racconta Foer. La storia di un bambino prodigio che cerca di esaurire la realtà catalogandola e indagandola con Google, che cerca di superare la propria devastazione interiore per mezzo del ragionamento, delle concatenazioni logiche portate fino all’estremo, fino al momento in cui si rende conto che per uscire dal suo trauma l’unica strada passa attraverso un mondo di esperienze e di persone del tutto non-catalogabili, incomprensibili con i mezzi che lui domina. Attraverso di loro Oskar arriverà, infine, a una personale e provvisoria forma di salvezza, di liberazione, ma la sua storia è lì a raccontare il dramma di un’intera nazione, che una mattina si svegliò e si scoprì debole e attaccabile, derubata dei punti di riferimento della propria identità, incapace di reagire a questo trauma, smarrita e debole.

Isacco Tognon consiglia:
Tennessee Williams, Lo zoo di vetro, Einaudi, 2011 (orig. 1945), (opera teatrale).

Possiamo solo provare a immaginare, a quasi settant’anni di distanza, quale sia stata nel 1945 la forza de Lo zoo di vetro, un “dramma di memoria” in grado di portare il suo autore, che fino ad allora aveva visto le sue opere rappresentate soltanto in circuiti amatoriali, alla ribalta sui palcoscenici di Broadway. Tennessee Williams fa improvvisamente centro: riesce a dare al pubblico americano una storia in cui brillano -come le piccole statuette di vetro collezionate da Laura Wingfield- paure, insuccessi e convenzioni sociali della piccola borghesia degli anni ’30. Bastano le indicazioni autoriali che anticipano la scena prima per afferrare le immagini e le suggestioni di cui si servirà il testo: la scena si limita al piccolo appartamento dove vivono Tom e Laura Wingfield con la madre, un piccolo appartamento-cellula in un casermone dei quartieri residenziali di una città che potrebbe essere Chicago, Sant Louis o Cleveland. Oltre all’appartamento soltanto una scala anti-incendio, il rifugio per le sigarette in solitudine e per i pensieri di Tom, per quel suo desiderio di seguire la scia del padre e fuggire da quelle mura, dalle due donne di casa, da una vita da impiegato troppo modesta e monotona per un poeta e sognatore come lui. Oppressione e fuga si legano, la prima innesca la seconda, e la scaletta del caseggiato è solo l’anticipazione figurata del destino di Tom, il cui bisogno di fuggire riesce infine ad avere la meglio sul legame con una famiglia che non poteva che ostacolarne la fantasia e i sogni. Tom al magazzino guadagna poco, è scontento del lavoro, ma deve mantenere la sorella e la madre da quando il padre se ne è andato di casa. A peggiorare le cose ci pensano una sorella zoppa destinata ad una vita di rinunce e solitudini e una madre tanto ridicola quanto dolce e oppressiva, il cui unico pensiero è il riscatto dei figli: un lavoro migliore per Tom e un marito per Laura. Così, quando su pressione della madre il giovane Wingfield invita a cena il collega Jim O’Connor, Amanda vede finalmente la possibilità di un futuro sereno per la figlia. Ma l’ospite è già impegnato e prossimo a sposarsi, la visita si trasforma in un altro, ennesimo insuccesso. Di lì a breve Tom se ne andrà in cerca di fortuna, nella Marina mercantile o chissà dove, senza mai riuscire a staccarsi di dosso, però, il pensiero di una sorella lasciata sola e di una madre abbandonata al suo destino. Dramma di memorie e di sogni, ne Lo zoo di vetro l’autore regala per la prima volta parte della sua vita, fa della biografia un pozzo a cui attingere. Rielabora il suo impiego presso l’International Shoe Company, la malattia mentale della sorella Rose, la voglia di fuggire che lo portò a girare gli Stati Uniti e ne trae una storia che riesce a centrare la verità, ovvero i piccoli cosmi di paure, speranze e continue sconfitte cucite addosso ad una piccola America borghese negli anni del secondo conflitto mondiale.

Antonio Lauriola consiglia:
Charles Bukowski, Storie di ordinaria follia. Erezioni, eiaculazioni, esibizioni, Feltrinelli, 2009, 344 pgg.

Ritrovato il senso di libertà tra i vagoni merce e i sedili di qualche berlinona con Keroac, la sua vita On the road e i trip onirici da Vagabondi del Dharma, ecco affiorare i peggiori sintomi da postumi di una sbornia, attraverso i 42 racconti di questa straordinaria raccolta della penna di Charles Bukowski. Erections, Ejaculation, Exhibition and General Tales of Ordinary Madness è uno dei più grandi e suggestivi ritratti d’America e americani. E, al tempo stesso, il suo rovescio, la tela in controluce, e la tavolozza imbrattata. Autenticamente biografici senza scadere nella cronaca, questi racconti sono la vita e le passioni di un alcolista di successo della Los Angeles d’inizio ‘70: tra sbornie ai limiti del sopportabile ed esperienze sessuali a contagio garantito, Bukowski accompagna il lettore o, forse, si appoggia ad esso, barcollando – tra bettole, appartamenti fatiscenti, strade e parchi – presentando, di volta in volta, o personaggi di una fauna urbana che solo la megalopoli statunitense può offrire in epoca post-medievale. Perché solo a L.A., tra i ‘60 e i ‘70 – e quanto è distante, ancora oggi, l’esperienza alla nostra provincia d’Europa – poteva succedere di trovarsi ubriachi e osservare ammirati la trasparenza dei padiglioni auricolari del bonzo che aveva appena celebrato le nozze di un amico (Un matrimonio di rito Zen). Ma anche nei racconti maggiormente influenzati dalla fantasia e dai deliri alcolici emerge una società volgare e perennemente arrapata, bestialmente in lotta per la sopravvivenza, per il proprio piacere o per il semplice gusto sadico di procurare dolore: come la donna che rende minuscolo il suo partner per usarlo come dildo umano con la scusa di ridurre la sovrappopolazione mondiale (Sei pollici). Il lettore percepisce il puzzo di cavoli e sudore e umori immaginando l’appartamento ripugnante.
Racconti, romanzi, poesie: Bukowsky racconta la vera faccia dell’americano celebrato da certa filmografia. Al trionfo del protagonista giovane, bello e sempre capace di rialzarsi, lo scrittore toglie la maschera per scoprire le rughe, le cicatrici e gli occhi di un’umanità imbestialita.

Seconda parte

CAMing out! – American Dream (II parte)

 

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