CAMing-out-animaliStorie in cui non sono gli uomini a farla da padroni: romanzi con protagonisti animali, per indagare il confine tra ciò che è bestiale e ciò che non lo è.

 

Tommaso De Beni segnala:
Günther Grass, La ratta, Torino, Einaudi, 1997, 360 pgg.

Negli anni Settanta un’importante rivista scientifica pubblicò un articolo nel quale si teorizzava la futura scomparsa del genere umano, a seguito di mutamenti climatici e radiazioni nucleari. L’unica specie animale in grado di sopravvivere e proliferare, in questo ipotetico futuro, sarebbe stata un incrocio tra un daino e un coniglio. Tale articolo colpì molto Paolo Volponi, che nel 1978, ne Il pianeta irritabile, immaginò un futuro post apocalittico in cui gli animali si sbarazzano definitivamente degli uomini. Anche il tedesco Günther Grass fu colpito da questo articolo, e nel 1986 (l’anno di Chernobyl) uscì il romanzo La ratta. In questo libro l’archetipo della Madre viene sostituito da un ratto femmina, matrona e simbolo di fertilità della razza che abiterà il pianeta nel futuro. Lo scrittore stesso, in sogno, dialoga con questo animale che gli profetizza la scomparsa del genere umano in seguito a piogge acide e catastrofi nucleari e gli rinfaccia tutte le sue colpe. Il mito di una natura selvaggia che vive felice indipendentemente dalla presenza umana, passa così dall’antica Grecia a Leopardi fino all’epoca postmoderna, in cui grandi interpreti della modernità usano la fantascienza per ammonire gli uomini e denunciarne le scelleratezze. A fine anni Settanta, all’altezza del romanzo di Volponi, l’ecologia iniziò a prendere sempre più piede, e nel 1987 in Italia, un anno dopo l’uscita de La ratta, gli italiani dissero no al nucleare. Ma non si tratta di una semplice moda dei tempi. La guerra fredda è finita e Chernobyl è lontana, tuttavia questo tema è attuale anche oggi, sia nei dibattiti ambientali sia nei film catastrofici: la natura può fare a meno dell’uomo, che è solo uno dei tanti tipi di animali che abitano la Terra, ed è anche il più pericoloso. La letteratura contribuisce a modo suo a lanciare il messaggio, e in certi casi anticipa anche le scoperte scientifiche. Non si tratta di arcadica convivenza tra uomini e animali, né di allegorica trasfigurazione delle persone in bestie, ma di totale estinzione del genere umano. Della serie: uomo avvisato, mezzo salvato.

Antonio Lauriola segnala:
Michail Bulgakov, Cuore di cane, Milano, Bur, 2007, 169 pgg.

Il topos della metamorfosi è senza dubbio uno dei più prolifici in letteratura: dai miti arcaici al romanzo contemporaneo, di uomini e donne che si tramutano in bestie o piante ci sono esempi meritatamente celebri e centinaia di fortunatamente rimessi all’oblio. Più raro il caso di animali che, per una ragione o per l’altra, acquistano sembianze o peculiarità d’umano. Anche quando i tori si rivelano divinità o i rospi si erigono a splendidi principi si sottintende a un arcano precedente.
Caso straordinario di passaggio bestia – umano è quello partorito dalla poetica immaginazione del russo Bulgakov. Caso esemplare – come, del resto, tutta la sua opera – di quanto un libro possa rompere le balle al potere. È il 1925 quando lo scrittore russo prova, per la prima volta, a pubblicare Cuore di cane in patria. La pubblicazione gli viene negata ma, l’hanno successivo, va in scena una piéce da esso tratta dallo stesso autore. Ma per poco: perché la polizia politica fa sospendere la programmazione e confisca le copie di romanzo e dramma. Bulgakov non ne vedrà mai la pubblicazione in URSS, che solo nell’87 la permetterà.
Per quanto si possa richiamare un suo antecedente ne L’isola del dottor Moreau (1895) di H.G. Welles, Cuore di cane è un romanzo geniale per gli amanti del genere fantascientifico come per i ricercatori di allegorie satirico-ironiche. Il protagonista del libro è Pallino, un cane di cui leggiamo la soggettiva. Recuperato dal randagismo da un luminare di medicina, Pallino viene sottoposto a un intervento chirurgico che gli sostituisce testicoli e ipofisi con gli equivalenti umani. Nello scorrere delle pagine, assistiamo alla metamorfosi che lo porterà alla posizione eretta, alla caduta di coda e artigli. Soprattutto, all’uso della parola.
Come alla vittima del dr. Frankenstein, gli organi provengono da un donatore morto ammazzato in una taverna ma qui le conseguenze sono tragicamente comiche: turpiloquio, istintività canina, violenza e frenesia erotica diventano le abitudini del nuovo essere.
Un romanzo ‘da canone’ che attaccava l’uomo nuovo sovietico e l’allora accreditata eugenetica e che, novant’anni dopo, può far riflettere sui presidenti operai (il riferimento non è univoco!) e sulle natiche al silicone.

Annalisa Scarpa segnala:
Franz Kafka, Storie di animali, Palermo, Sellerio, 2005, 297 pgg.

Metamorfici o dismorfici, a volte amorfi del tutto; realistici e talvolta iperrealistici ma, senza dubbio, sempre creature dell’immaginario: gli animali di Kafka sono una galleria di incubi e personificazioni, di paure e manie fatte letteratura, visione, racconto.
Il più famoso è senza dubbio Gregor Samsa, il commesso viaggiatore che una mattina si sveglia coleottero: certo che non si tratti di un sogno ma anche di non poter venir meno ai propri doveri professionali, Gregor non intende arrendersi ad una difficoltà così insignificante. Ma la metamorfosi è reale, e tutta la sua famiglia dovrà farci i conti: incoraggiandolo prima, isolandolo poi e respingendolo infine.
La Metamorfosi si presta senz’altro a interpretazioni metaforiche, ma la contaminazione dell’esperienza oggettiva con quella soggettiva (onirica, visionaria, fino al simbolico) che caratterizza la narrazione di Kafka si serve di animali in molti punti della sua opera. Questa antologia riporta brani tratti da testi famosi ma anche da diari, lettere, quaderni di lavoro. Nonostante la difficoltà di separare i ritratti di animali veri e propri da quelli di creature antropomorfe o umanoidi, la raccolta è divisa in sette sezioni che rendono conto di diverse combinazioni del binomio Uomo-Animale e diversi dosaggi della componente metaforica. Molti spezzoni sono autobiografici, molti cifrano le vicende sentimentali del loro autore, altri riguardano la condizione ebraica. Inquietanti già se inseriti in una narrazione organica, estratti dal loro contesto originale (commentati, qualche volta, anche singolarmente) gli animali di Kafka si presentano come immagini folli, sogni che turbano ed ispirano non meno di un quadro di Dalì – e molte sono le figure che troviamo in comune, dal cavallo ai molti insetti. Frammenti talmente densi da risultare a volte quasi poetici: La notte di luna ci accecava. Da un albero all’altro uccelli gridavano. Fischi nei campi. Noi, una coppia di serpenti, strisciavamo nella polvere (p. 34).
Leggere tutto d’un fiato un libro del genere è veramente difficile, ma si può provare ad assaporarlo a poco a poco, lasciandosi suggestionare dal complicato bestiario che ne risulta. Per chi avesse bisogno, infine, di razionalizzare tutto questo un’Appendice zoologica a proposito di Gregor Samsa trasformato in insetto parassita potrà forse fornire qualche parola di conforto. O lo spunto per più inquietanti visioni.

Valentina Mele segnala:
Edgar Allan Poe, Il gatto nero, Tom Sawyer Publishing House, 2011, 44 pgg. 

Non ai primi posti tra i racconti più conosciuti di Poe, ma senza dubbio uno dei più rappresentativi, la short story intitolata The Black Cat tratteggia la parabola degenerativa che porta il protagonista/narratore alla pazzia.
Qui più che in ogni altra sua storia Poe mostra il progressivo deterioramento della mente umana, incapace di ritornare sui suoi passi ma consapevole della propria orribile tendenza, in questo caso, alla violenza.
Poe crea questa atmosfera inserendo degli elementi stranianti, ricchi di sfaccettature e di mistero, e porta il lettore ad esplorare il varco del fantastico,tra razionale e irrazionale, senza poter più discernere la realtà dalle parole del protagonista.
Come riesce in tutto ciò?
Chi ci parla è affetto da alcolismo, e anche se dichiara la sua completa integrità mentale e la sua -a quanto pare- limpida consapevolezza, ammette lentamente di essere pervaso da fortissimi e inspiegabili raptus di rabbia violenta nei confronti dei propri animali domestici, che pure dice di amare tanto.
In particolare, la vittima dei suoi crolli nervosi è il suo gatto nero, Pluto, figura avvolta da piccoli dettagli inquietanti ma caratterizzata anche da tratti di “umanità”, che gli permettono di elevarsi rispetto gli altri animali che popolano la casa e di stringere una rapporto quasi di amicizia con il protagonista.
Cercando di spiegare razionalmente gli avvenimenti misteriosi e sovrannaturali che seguono i soprusi subiti dal povero gatto, il protagonista ci coinvolge in un vortice di strane e inspiegabili coincidenze che ci inducono lentamente a correggere il tiro e a riformulare continui giudizi su ciò che ci viene narrato, consapevoli dello straniamento di chi ci parla.
Così il gatto nero diventa, pian piano, emblema di una macchia che offusca la mente del protagonista in un rapporto di amore e odio.
Rispetto ad altri suoi racconti, inserendo il dettaglio dell alcolismo, Poe sembrerebbe precludere una larga fetta di investigazione dell’inconscio umano, che appare annebbiato e corrotto da un fattore esterno molto forte.
L’effetto che ottiene è però, se vogliamo, quello opposto: tutto ciò che circonda il protagonista diventa inconscio e la vicenda si trasforma in una annebbiata ricostruzione della realtà , inspiegabile anche per chi l’ha vissuta in prima persona, e dunque amplificata nella sua tragica e consapevole fine.

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