CAMing-out-apocalypse-wow

Romanzi apocalittici, scenari da fine del mondo, storie che raccontano universi sul punto di collassare e scomparire per sempre, lasciando spazio a mondi radicalmente nuovi.

 

Giulia Cupani consiglia:
Josè Saramago, Cecità, Einaudi, 2008, 315 pgg.

So che non si parla di un’apocalisse con tutte le carte in regola, in questo che secondo me è il vero libro-capolavoro di José Saramago, ma credo che poche storie sappiano parlare con l’accurata crudeltà, la spietata e lucida e disseccata freddezza di questo romanzo di qualcosa che, con la fine dell’umanità, ha molto a che fare.
Perché ci sono molte apocalissi in cui è possibile cadere, e non è detto che tutte siano condite di maremoti ed esplosioni, impatti di asteroidi o invasioni di esseri alieni: le apocalissi umane possono anche assumere la forma imprevedibile, vischiosa, di un morbo bianco che si diffonde senza perché. Una malattia ignota, mai descritta prima, mai affrontata da nessun sistema immunitario terreno, comincia a serpeggiare in una città sconosciuta. Si trasmette attraverso il contatto visivo tra gli infetti e i sani, e non è strano che sia così, dato che il suo unico sintomo è una folgorante, istantanea, totale cecità che annulla forme e colori sostituendoli con un onnipresente mare bianco. Si diventa cechi, di colpo, in città. Si annega in un mare che non è buio ma latte, luce liquida, totale, abbacinante, e non si vede, non si vede più nulla. È questa l’apocalisse di cui ci parla Saramago in questo suo romanzo: l’apocalisse di una maledizione arrivata da chissà dove, chissà perché (altro che calendario Maya…), che colpisce con crudeltà chirurgica una città qualsiasi, accanendosi senza bisogno di colpe e senza badare ai meriti, diffondendosi con la forza greve, anch’essa cieca, dell’epidemia indiscriminata.
La cecità bianca costringe l’umanità ad attrezzarsi per isolare il morbo e i suoi appestati: la cecità bianca conduce dritta a un lazzaretto che è un manicomio, un lager, una perfetta riproduzione in piccola scala di un mondo post-apocalittico, in cui non c’è speranza per nessuno, nemmeno per chi in apparenza è un “salvato”, nemmeno per l’unica donna che, inspiegabilmente, sembra essere immune dal morbo, ma che non per questo si salverà dalle sue terrificanti conseguenze sugli uomini infetti.
So che non è una vera storia apocalittica, la storia che racconta José Saramago in Cecità: non lo è, ma insieme lo è più di qualsiasi altra storia possibile. E lo è nel momento in cui, senza paura e senza pietà, dimostra che la fine del mondo non è l’eventualità peggiore, che esistono altri gradini che è possibile scendere, che c’è qualcosa di peggiore della morte. E che l’umanità danza in bilico sul limite che la separa dal disastro, senza rendersene conto, possibile preda di qualsiasi maledizione, di qualsiasi scarto nell’ordine delle cose che la metta in contatto con la parte più oscura, ma non per questo meno vera, di se stessa.

Nicolas Alejandro Cunial consiglia:
Alberto Dubito, Erravamo giovani stranieri, Agenzia X, 2012, 160 pgg.

Sono in buona fede. In ottima fede. La fede più profonda che queste membra e questa mente abbiano mai conosciuto: la letteratura. Quindi, dimentichiamoci per un minuto che Alberto Dubito era un mio amico. Dimentichiamoci per sessanta secondi che l’autore è prematuramente scomparso a soli vent’anni. Dimentichiamoci per un sessantesimo di ora che questo Poeta (la maiuscola s’impone) collaborava con Agenzia X, l’editore che ha pubblicato quest’opera. E dimentichiamocene perché tutto ciò non ha influenza sull’ottimo giudizio che ho di questo libro. Erravamo giovani stranieri è una raccolta di alcune tra le numerose poesie e prose che Alberto ha lasciato ai posteri, nonché di alcuni suoi lavori fotografici e di testi di molte sue canzoni (Dubito era il cantante del duo Disturbati dalla CUiete). È la fine di un mondo, poiché l’autore non avrà modo di scrivere altro, e questo lascia un vuoto nel mondo della poesia che però, grazie al suo straordinario talento, è un vuoto a metà.
Alberto aveva un’anima votata all’umanità, alla ricerca di un benessere sociale che non ha trovato ma in cui ha conservato sempre, quasi ossessivamente, la speranza. Perché senza speranza, si sa, c’è la disperazione, ed è proprio questa che viene sviscerata nei suoi versi. Una poesia, quella di Alberto Dubito, che è capace come poche altre di adempiere al suo compito: generare se stessa. Liriche indigeste, amare, ma che si fanno spazio tra “le vie intitolate alle persone sbagliate”, tra le “piazze con la pressione bassa e l’espressione grigia, sfollate con gli idranti e l’acqua ragia”. Parole scelte con lucidità emotiva, con razionalità pressante e viva: tutto questo è parte della poetica di questo giovanissimo talento che ha lasciato, della sua esistenza, un’assenza scavata quanto una traccia. Da questa raccolta di opere non traspaiono angoscia o disagio, ma rabbia, urla represse contro il “cemento armato di pazienza” che, nelle periferie arrugginite dell’autore, sembra essere il vincitore per resa nemica. Eppure, la poesia di Alberto non si è arresa, e non si arrenderà mai.
Il 21 Dicembre io leggerò questo libro per la terza volta perché, se sarà davvero la fine, voglio andarmene allietato dai versi di questo incredibile Poeta.

Alberto Bullado consiglia:
Philip K. Dick – Roger Zelazny, Deus Irae, Fanucci, 2012, 230 pgg.

Ok, immaginatevi il solito mondo postapocalittico: Terza Guerra Mondiale, disastro nucleare, l’umanità costretta a sopravvivere in sparuti villaggi. Data l’enorme quantità di sfiga, dalle macerie del pianeta Terra, sorge questa nuova religione, i Servi dell’Ira, che ha deificato Carlton Lufteufel, colui che si ritiene abbia dato il via all’olocausto atomico. Del resto perché credere nella benevolenza e nella misericordia di un Dio cristiano se persino sforzandosi nella procreazione, malgrado tutto, si viene premiati con tristi esseri deformi? I Servi dell’Ira amano venerare una divinità crudele, che trae beneficio dalle sofferenze degli esseri umani. Ergo: morire significa liberarsi da questa condizione. Un culto spietato, a quanto pare l’unico in grado di giustificare la distruzione imperante.
Tibor McMasters, un inc (incompleto), ovvero un essere umano nato senza arti, in grado di muoversi grazie ad un carretto trainato da una mucca, è il protagonista di questa storia. Già così la cosa può suonare weird e invece non è finita qui: malgrado l’handicap, Tibor è un rinomato pittore, passione che coltiva grazie a un paio di braccia bioniche. I Servi dell’Ira decidono di commissionare all’inc un ritratto di Carlton Lufteufel, loro nume tutelare. Problema: nessuno l’ha mai visto in faccia. Tibor necessita quanto meno di una fotografia per compiere il ritratto. Ed ecco che l’artista sarà costretto ad un pellegrinaggio attraverso lande inospitali, popolate da mostri mutanti, al fine di incontrare colui che diede il via alla distruzione planetaria.
Una chiesa che venera il male, che porta all’autodistruzione, che sovverte i principi morali e naturali dell’uomo, pronta a deificare persino il peggiore degli assassini e che poi è disposta a venerare un’icona qualsiasi, sullo sfondo di un mondo in agonia. Più che un romanzo una sorta di parabola, come spesso accade in Dick, che sicuramente non dà il meglio di sé in questo libro dalla strana vicenda editoriale – cominciato a scrivere nei ’60, prima di Cronache del dopobomba, nel quale compare un protagonista focomelico come Tibor, viene ultimato e pubblicato nel ’76 con la collaborazione Roger Zelazny. Un Dick non esattamente in forma ma che introduce quella sua ultima fase religioso-mistico-filosofica condita di trip, visioni ed esperienze paranormali (vedi la Trilogia di Valis) come quella volta che bla bla bla bla e da quel giorno si convinse di vivere una vita parallela e più precisamente quella di un cristiano del primo secolo, perseguitato dai romani, pronto a ricevere la seconda venuta di Cristo.

Tommaso De Beni consiglia:
Giacomo Leopardi, Dialogo di un folletto e di uno gnomo (Operette morali), Mondadori, 2006, 288 pgg.

Etimologicamente il termine apocalisse si riferisce alle “cose ultime”; da questo punto di vista, chiunque faccia testamento scrive qualcosa di apocalittico. Da bravi egocentrici però siamo soliti considerare l’apocalisse come la fine del mondo. Ma non è del mondo che ci importa, giacché di esso e del suo benessere ce ne infischiamo ogni giorno badando ai nostri affari. L’ambiente e il paesaggio, per esempio, sono costantemente messi in pericolo a causa dell’uomo, e comunque, fuori dall’Occidente, esistono mondi che non prendiamo mai in considerazione. Quello che ci fa paura è la nostra fine. E poiché pensiamo che il mondo sia fatto per gli uomini facciamo coincidere la nostra fine con la sua.
Contro la visione antropocentrica si scaglia Leopardi nelle Operette morali, un capolavoro che mette insieme apologhi, contes philosophiques, racconti brevi, dialoghi e umorismo nero. In questo dialogo gli uomini si sono estinti «parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l’un l’altro,  parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell’ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose, infine studiando tutte le vie di far contro la propria natura e di capitar male.» Lo gnomo pensa che il mondo sia fatto per gli gnomi e il folletto per i folletti. Probabilmente anche i moscerini pensano che il mondo sia fatto per loro, fatto sta che nessuno avverte la mancanza degli uomini: il sole continua a scaldare, la luna a sorgere malinconica, i ruscelli a scorrere, il vento a fischiare. Nessun cambiamento drastico, se non la fine delle notizie sui giornali, delle guerre, del conteggio dei giorni e degli anni. Quello di Leopardi è un duro attacco alle scienze, che pretendono di padroneggiare la natura, ma anche ai governanti, che appunto non governano nulla che gli appartenga veramente. Come dire: meditate gente, meditate.

Annalisa Scarpa consiglia:
Ian McEwan, Blues della fine del mondo, Einaudi, 2008, 47 pgg. 

Apocalisse in pillole. La fine s’approssima, il tempo stringe: non rinunciamo a Giovanni di Patmo in Edizione Valla (non capirci niente per non capirci niente, tanto vale farlo in edizione bilingue) ma pur motivatissimi a conoscere a fondo le argomentazioni per cui la critica già in antico aveva dubitato dell’attribuzione all’Apostolo di questo “greco così brutto”, le radici storiche della tradizione apocalittica giudaica, nonché la puntuale spiegazione dell’esegesi allegorica, ci troviamo costretti a mettere da parte il corposo volume con le sue 350 pagine di commento (!) e ad optare, per una trattazione più sintetica, più adatta ad una sera in cui, come si diceva, il tempo stringe.
Dunque che cosa sia l’Apocalisse, perché crogiolarsi nel pensiero della fine piaccia ai contemporanei (americani in particolar modo) non meno che ai nostri antenati medievali e ottocenteschi (con le “debite maiuscole” della Grande Delusione) ce lo facciamo spiegare da Ian McEwan. Pubblicata da Einaudi con il titolo Blues della fine del mondo, la lezione che il romanziere inglese tenne a Stanford nel 2007 tiene insieme considerazioni storiche, sociologiche, letterarie collegate all’eventualità di un nostro “decesso collettivo”. Perché se la mortalità individuale è in una certa misura prevedibile, quella di massa rimane inconoscibile nei tempi e nei modi, eppure indispensabile figura dell’immaginario. Religioso e razionalistico, anche se “mito e ragione restano ancora due amanti impacciati” e i dati forniti da statistica e scienze non possono ancora competere con “l’orrore e, soprattutto, con la pregnanza di significato delle profezie”.
Questo per il versante espressionistico. Per quello narratologico c’è Il senso della fine di Kermode, e il fatto che “nasciamo, e moriamo pure, in medias res, in mediis rebus. Per questo abbiamo bisogno di “far coincidere il nostro personale decesso con l’annichilimento purificatore di tutto ciò che esiste”. Il millenarismo è un vizio duro da perdere: la carrellata storica è ben documentata da Cohn e Wojcik e ancora lontana dalla fine, per quanto invocata.
Ma McEwan, nel suo pessimismo, ci rassicura: anche la fine del mondo è soggetta ad una sorta di Legge di Murphy per cui se un’Apocalisse implica un giudizio, e se quel giudizio prevede dei condannati, prevederà anche dei salvati. Ma noi possiamo stare tranquilli: “a salvarci non verrà nessuno. Dovremo pensarci da soli”.

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