CAMing-out-bastardi-senza-gloria

Catalogo dei peggiori soggetti che abbiamo intercettato nelle nostre letture: traditori e fedifraghi, approfittatori e mentitori, stronzi patentati che abitano da sempre le pagine della storia della letteratura.

 

Caterina di Paolo consiglia:
Alessandro Baronciani, Le ragazze nello studio di Munari, Black Velvet, 2010, 240 pgg.

A Baronciani piacciono i capelli delle ragazze. Sulla copertina di Aspetto degli Altro, il suo gruppo (da quando ho fatto la pace col mio passato ho preso un libro sui templari), c’è una tipa di spalle con una coda di cavallo mora che farebbe invidia a una pubblicità Sunsilk. Anche sulla copertina di uno dei suoi fumetti, Le ragazze nello studio di Munari, c’è una ragazza di spalle con i lunghi capelli chiari sciolti. Questo fumetto parla di un libraio feticista. Feticista dei libri, feticista di Munari, e naturalmente feticista dei capelli delle ragazze. Dice che anche Godard ama i capelli delle ragazze perché in Vivre sa vie c’è una lunga inquadratura incentrata sul caschetto della bella Karina – però dice che non è sicuro che sia questo il film, perché la prima volta che l’ha visto era in francese e non sa bene il francese. Dice che c’è un altro film a cui pensa quando guarda le ragazze da dietro e cerca di indovinarne il viso dal taglio dei capelli. «No, non è un film di Godard». Grazie, libraio feticista: io che ho il patentino di film nouvelle vague capisco subito che parli di L’uomo che amava le donne, e almeno per me faresti una figura meno barbina a fare il citazionista fino in fondo – e poi: «No, non è un film di Godard»? Allora lo sapevi che il film era quello! Che, stai a cojonà?
Il libraio è feticista di capelli di tipe, film nouvelle vague, Antonioni, dediche sulle prime pagine dei libri in prima edizione. Il libraio vive nella sua libreria e ha diverse relazioni. Una dura da tanto tempo, e per questo tutte le altre non possono durare più di un mese. C’è la ragazza con i capelli rossi, quella con i capelli neri, quella con i capelli corti. Si parla dei prelibri di Munari e c’è una pagina tattile. Si parla del totem di plexiglass che Munari aveva immaginato per osservare lo schema di progettazione dello Sposalizio della vergine di Raffaello, e c’è una pagina trasparente che riporta le geometrie sul dipinto. Si parla di Deserto rosso ed ecco qualche pagina a colori. Spesso queste meraviglie tecniche sono parte del flusso di conoscenza del libraio, che narra cose alle tipe con fare un po’ disilluso: persino Munari è stato frainteso dalla crudele epoca moderna, dalla tremenda adultezza, pensa che i libri tattili ora si vendono al supermercato, oh libri senza più anima, oh bambini senza più stupore; Fedra, la ragazza con i capelli rossi, è una studentessa e dice che i lavori di gruppo portano alla mediocrità, oh giovani perduti, che ne è dell’insegnamento di Munari che diceva che fin dall’asilo bisogna lavorare insieme? Munari è morto e al libraio non resta che una foto di lui alle elementari con – l’ho già detto? – Munari.
In questo libro lo stronzo è il protagonista. Sono contenta di aver comprato questo fumetto perché mi piacciono i disegni di Baronciani, ma vorrei indietro metà dei soldi che ho speso perché la sceneggiatura si basa sull’ex ragazzo/a che ognuno di noi ha avuto. “Quell’ex ragazzo/a potresti essere tu”: e invece no. Io non sono convinta di aver composto le canzoni degli Smiths perché le conosco. E quando vado a una festa bevo e parlo o me ne sto per cazzi miei, ma non faccio queste cose compiangendomi della mia differenza dal mondo perché conosco Munari e sono l’unico ad aver capito la sua parabola.
«La incontro a una festa. Quelle feste dove ti annoi… Quelle feste dove si sente che sei a Milano.» Libraio, citazione per citazione: fortunatamente siamo a Roma, non a Milano. ARIPIJATE.

Isacco Tognon consiglia:
Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, Mondadori, 2010, 200 pgg.

Gioco in casa, pescando un personaggio da uno storyteller di quelli veri, genuini, montanaro trapiantato in città sull’asse Belluno-Milano. Il bastardo inglorioso (ma più che inglorioso si potrebbe dire stronzo proprio, senza se e senza ma) risponde al nome di Sebastiano Procolo, colonnello dell’esercito in pensione.
Ha ereditato da uno zio una grandissima tenuta boschiva dove è racchiuso il Bosco Vecchio, con i suoi geni (alias spiriti degli alberi), i suoi Venti intrappolati negli anfratti e gli animali che parlano con l’uomo. Il posto è da favola: e di favola si tratta. Il colonnello arriva nella tenuta, ma la sua presenza è subito minacciosa, funesta, presaga di sventure.
Ordina di tagliare – udite, udite – le piante del Bosco Vecchio, uccide la gazza guardiana che per anni era stata sentinella fedele al servizio dello zio Morro, libera il vento Matteo dall’antro in cui era stato rinchiuso, avendone in cambio la sottomissione incondizionata. E odia Benvenuto, il nipote con il quale spartire l’eredità di quel posto incantato. Pensa quindi di ucciderlo e ci prova in tutti i modi. Gli scaglia contro i soffi del vento, prova ad abbandonarlo nel bosco, chiede al topo zoppo di rosicchiare la trave che sovrasta il letto del ragazzo.
Ma Benvenuto resiste. Il fragile, disarmato Benvenuto, sbeffeggiato dagli amici del collegio e sciatore impacciato, riesce a sopravvivere a tutti i tentativi impiegati dallo zio per eliminarlo.
La notte dell’ultimo giorno dell’anno il vento Matteo porta al colonnello la felice notizia: Benvenuto è rimasto vittima di una slavina. Per Sebastiano Procolo è il momento di tornare sui suoi passi, di redimersi in qualche modo. Parte alla ricerca del ragazzo, armato di badile, ma giunto alla slavina il freddo ha la meglio sul suo corpo di vecchio. Arriva il vento Matteo, destinato a morire con lui, e si dispera per l’accaduto. Il ragazzo sta bene, la notizia della sua morte voleva essere soltanto un modo per rincuorare il colonnello.
Sebastiano Procolo muore circondato da tutti gli animali della foresta, dai geni degli alberi, dai venti. Muore con la testa alzata, il corpo fiero appoggiato ad un abete.
Nelle favole esistono gli stronzi, ma nelle favole può succedere di tutto, c’è sempre possibilità di redenzione. Sebastiano Procolo è un bastardo redento, si trasforma. Nell’ultimo suo gesto terrestre è rinchiuso lo spiragli di un affetto nascosto fino all’ultimo, negato, respinto, mai riconosciuto.
Muore il colonnello, e con lui il vento Matteo. Ma se una morale c’è, e una morale si trova sempre nelle favole, in questa storia non muore nessun cattivo.

Tommaso De Beni consiglia:
Alan Moore, Dave Gibbons, Watchmen, Planeta De Agostini, 2009, 464 pgg.

Forse qualcuno storcerà il naso a sentir parlare di fumetti, ma del resto bisogna aprire un po’ la mente. Ho pensato anche ai classici e agli italiani (Rosso Malpelo, don Rodrigo, Farinata, Mefistofele), ma volevo andare oltre la tipica figura del cattivo e allo stesso tempo avevo bisogno di qualcuno che fosse veramente una merda. Watchmen, meglio di molti romanzi, rompe del tutto le barriere tra buoni e cattivi. La letteratura inglese e americana del resto sono piene di bastardi, di cinici e di stronzi e in ambito angloamericano esso è considerato un romanzo: «Un romanzo brillante» (The Village Voice), «La più grande opera di narrativa popolare mai prodotta» (Damon Lindelof, co-creatore di Lost) ed è stato inserito nella classifica dei 100 migliori romanzi dal 1923 ad oggi. Il personaggio in questione è Edward Blake, alias “il comico”, un cinico mercenario bastardo perfetto per le missioni militari segrete. Quando vuole una cosa la prende, non si ferma davanti a nulla, è abituato alla guerra e al combattimento. Il paradosso è che proprio una persona come lui, che ha il curriculum giusto per essere un avanzo di galera, sia invece un supereroe, per di più uno dei più famosi e apprezzati. Ecco per esempio cosa dice di lui Rorschach, un altro supereroe, che fa parte della squadra dei Watchmen: «Non adatti al potere. Nessuno. Tranne il comico. Incontrato nel 1966. Personalità potente. Non gli importava se non piaceva agli altri. Niente compromessi. Di tutti noi era quello che capiva di più. Del mondo. Della gente, della società e di quel che stava accadendo. Cose che tutti sanno nel profondo. Cose che tutti hanno paura di affrontare. Di cui non si parla. Lui capiva. Capiva la capacità dell’orrore insita nell’uomo e non mollava mai. Aveva visto il nero ventre del mondo e non si era arreso.» (pag. 193) Il comico è il tipico personaggio che si comporta male ma che ciononostante ci rimane simpatico. Inoltre risulta molto importante per l’intreccio che si sviluppa nella graphic novel degli anni Ottanta, un autentico capolavoro postmoderno.

Alberto Bullado consiglia:
Bernard Cornwell, Exalibur, il tradimento, Mondadori, 2003, 350 pgg.

Uno stronzo assoluto per me è Lancillotto. Un archetipo che può stare sul cazzo già di per sé, grazie alla vulgata leggendaria di cavaliere rubacuori, ma soprattutto a causa della saga di Bernard Cornwell, Excalibur  (in tutto cinque libri), dove Lancillotto raggiunge un livello di ignobiltà non indifferente. Principe di un regno perduto della Bretagna (nord della Francia), invaso dai sassoni, Lancillotto trova riparo da Artù, con il suo bagaglio di specchi e chincaglierie. Altro che nobile guerriero. Lo sfollato non è altro che un pallone gonfiato, calcolatore e codardo, che finirà per tramare contro il suo stesso amico (a cui deve la vita) e per fottergli – nel vero senso della parola – la moglie, Ginevra, non meno cospiratrice ed ambiziosa. Cornwell dipinge un personaggio totalmente negativo, egocentrico e piagnone. Ai giorni nostri apparirebbe come un antipatico metrosexual, un fighetto, un pezzo di merda, un verme, vanesio e tendente al tamarro. Un tronista, in tutto e per tutto: cioè un compiaciuto e squallido arrivista che ambisce al trono. Mentre scrivo questo pezzo sfoglio il romanzo, un Oscar Mondadori rabberciato ed ingiallito, con il prezzo in lire sul retro: giusto per rendere l’idea dell’epoca dalla quale emergono tali ricordi (1997). A quanto pare, in quel tempo, ero un ragazzino al quale prendeva bene l’idea di leggersi una saga cavalleresca senza cavalieri dall’armatura scintillante e castelli incantati simili al Billionaire del Medioevo. In questa serie di romanzi, che cercano di collocare la vicenda di Artù nella Britannia del VI secolo – un buco di culo di posto tutto fango e nebbia, che manco la Padania – dove i cavalieri della Tavola Rotonda sono barbari pagani e puzzolenti, che dormono all’aria aperta, attorno a un fuoco – o al massimo in fortini di fango – e che sognano dame sdentate. Insomma, un ciclo cavalleresco deromanticizzato, ma non meno epico, dove Lancillotto impersona la figura della merda umana. Fortuna vuole che, tirando le somme, [ATTENZIONE SPOILER!!!] Lancillotto faccia la fine che merita. Una volta catturato da un Artù, incazzato come una bestia, viene torturato, fatto a pezzi e dato in pasto ai gabbiani. Alla faccia delle favole cortesi, di Chrétien de Troyes e di Richard Gere.