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Opere indebitamente incensate, successi editoriali di cui non si capiscono senso e ragioni, libri che non meritano la fama che gli si tributa: piccola galleria di romanzi sopravvalutati di autori famosi.
(I parte qui)

 

Valentina Mele segnala:
Giovanni Verga, I Malavoglia, Feltrinelli, 1993, 296 pgg.

Probabilmente pochissimi liceali si sono meravigliati nell’apprendere dal proprio professore che I Malavoglia riscossero un avvilente successo tra i contemporanei, tanto da essere bollati come “un fiasco pieno e completo”.
Le cause dell’insuccesso vengono stabilite nel rapporto antitetico rispetto alla sensibilità grottescamente echeggiante l’avventura letteraria dannunziana, o più semplicemente, a causa del registrarsi di un picco massimo nel grado di sfiga con il quale l’autore ha deciso di imperniare l’opera.
Con I Malavoglia, Verga riprende la narrativa filantropico-sociale e la amplifica inserendola in un progetto, a quanto pare, di più ampio respiro che, in realtà, il respiro spesso lo mortifica del tutto.
Senza nulla togliere al talento verghiano – da lodare se non altro per la ferrea volontà nel mantenere una coerenza ideologica all’interno della trama ( tutto quello che tratta è infatti invaso da infinito pessimismo senza ritorno) – non possiamo dimenticare che stiamo parlando di un genere ripreso e rielaborato dai francesi e reso poi, volutamente, antipopolare ai limiti della socialità.
E va bene, Verga voleva “sostituire la mente agli occhi” in una rappresentazione quasi scientifica della realtà di miseria e sfacelo contadini, ma non possiamo fare a meno di dire che tutto questo finisca con il risultare totalmente “antiletterario”.
Il lettore segue così le deprimenti vicende di questa famiglia di Aci Trezza, impossibilitata anche nell’improbabile evenienza di divenire oggi una serie TV, a causa della scelta di nomi e soprannomi vari, un po’ impronunciabili e molto ripetitivi, che pongono seri dubbi sulla professionalità dell’anagrafe dell’epoca.

Isacco Tognon segnala:
Herman Hesse, Narciso e Boccadoro, Mondadori, 2001, 432 pgg.

Diciamolo, i romanzi di formazione sono un po’ una palla. Non tutti, e vabbè, mavogliamo parlare di quelli scritti prima del Novecento? Dai francesi agli italiani, da L’educazione sentimentale di Flaubert ai Promessi Sposi passando per gli iniziatori del genere, cioè gli “alemandi”. E poi, dire bildungroman è come dire accipicchia invece di cazzo: ha lo stesso sapore amarognolo di parolaccia camuffata.
Per restare ai romanzi di formazione antenovecenteschi, si potrebbe salvare forse il buon vecchio Dickens col suo Copperfield all’occhiello, e – grazie all’importanza per la nostra storia patria – Le confessioni di un italiano, uno dei romanzi frequentati molto più dagli storici che dai letterati.
Ma veniamo ad Hesse. Premetterò che la mia parola è profondamente viziata dal fattaccio che mi portò a leggere Narciso e Boccadoro. Stavo finendo il liceo ed ero in pieno periodo no-read. Ricominciai a prendere in mano un libro con Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, ma mi dissi che poi avrei dovuto assolutamente leggere L’arte di amare di Fromm e Narciso e Boccadoro. Quando scoprii che Christiane F., pensando a come sarebbe stata la sua nuova vita “pulita”, voleva ripartire da capo e leggere L’arte di amare e Narciso e Boccadoro, mi venne un colpo. Cioè: feci finta di non aver letto. Per qualche strana ragione pensai che se avessi preso in mano quei libri avrei iniziato a drogarmi, come se si trattasse di un passaggio di consegne. In ogni caso, non curante del pericolo, lessi quei due libri.
E ne fui deluso. Per quanto affascinante e novecentesco, il romanzo di Hesse è proprio, appunto, un romanzo di formazione. Il putto non alato, Boccadoro, splendente di luce propria ed errante per la Germania, ammalia i cuori delle fanciulle combinando disastri senza mai far venir meno la virtù. A fargli da contraltare è il monaco intelligente e saggio, l’ombroso Narciso, enfant prodige e guida spirituale elettiva per l’angelo vagabondo. È lo stesso Narciso a dare il là al viaggio dell’amico; è lui che lo salva, anni dopo, dalla forca. Il cammino di Boccadoro si chiude (la sua morte è la sublimazione naturale di questo iter) nello stesso posto e con la stessa persona che lo aveva iniziato alla vita.
Ci sono cerchi fatti troppo bene, di cui si riesce a intravederne perfino la quadratura: questo libro è uno di quelli. Ma dove la dolcezza è troppa, il fastidio è dietro l’angolo.

Giulia Cupani segnala:
Antoine De Saint-Exupery , Il Piccolo Principe, Bompiani, 2000, 121 pgg.

Esprimere delle riserve a proposito del Piccolo Principe, con la sua rosa e i suoi capelli biondi e la sua volpe affezionata, è scivoloso, pericoloso, probabilmente qualcosa che sarebbe meglio evitare di fare. La ragione di questa difficoltà, a suo modo, è semplice: per quasi tutti Il Piccolo Principe è un libro d’infanzia, della primissima adolescenza al massimo, e ammettere che c’è qualcosa di sopravvalutato in quei capelli biondi, in quella volpe e in quella rosa significa in qualche modo mettere in discussione la voce di tua madre che ti ha letto quel libro durante un lungo viaggio in macchina, allungando verso il sedile posteriore la pagina aperta in cui si vedeva il disegno del celeberrimo cappello che in realtà è un serpente che ha appena iniziato a digerire un elefante.
In realtà, ovviamente, le letture infantili, così come i primi amori, sono del tutto indiscutibili, messi al riparo in una zona intoccabile della coscienza e salvi per sempre, ma questo non significa che non si possa dire, oggi, che la storia onirica e acquerellata del piccolo principe biondo è uno dei casi più evidenti di sopravvalutazione letteraria. Quella del Piccolo Principe è, infatti, una bella, piccola storia, di cui i bambini non colgono quasi nulla e che piace agli adulti più per il suo retrogusto d’infanzia perduta che per un qualche, pur remoto, valore intrinseco. E’ una storia che si regge – sapientemente – sul filo del linguaggio in cui è scritta, su un mare di allusioni, su litri e litri di parole scivolose, che giocano con la forma senza avvicinarsi mai a un senso che sia, in realtà, più che evidente da subito. E’ una storia abile, questa del Piccolo Principe, una storia che suggerisce e indica e disegna immagini ad acquerello e che dà l’impressione di voler in realtà alludere a molto, molto di più. Ma non c’è nulla, oltre a questo, se non l’affermazione di qualche verità affascinante, ma non rivoluzionaria, per mezzo di piccoli apologhi saggi, ben calibrati, cesellati nel dettaglio. Perfetti nel loro genere, ma infinitamente lontani da una qualche forma di Sapienza, di Verità.
Per cui: leggete la storia del Piccolo Principe. Leggetela perché è una storia semplice, perché è una storia morbida, perché è una storia che si regge su un equilibrio prezioso. Ma leggetela con il disincanto di chi si rende conto che, sotto il guscio scintillante della parola, sotto la propettiva pericolosa ma sempre affascinante del ritorno a un’infanzia perduta, c’è poco che resta, poco capace di sedimentare in un valore. Già così, dopotutto, è molto. E le etichette del capolavoro, della saggezza, della filosofia, destiniamole – per favore – ad altro.

1 commento a “ Sarà, ma a me non piace (II parte) ”

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