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Opere indebitamente incensate, successi editoriali di cui non si capiscono senso e ragioni, libri che non meritano la fama che gli si tributa: piccola galleria di romanzi sopravvalutati di autori famosi.

 

Tommaso De Beni segnala:
Alberto Moravia, Agostino, Bompiani, 2000, 160 pgg.

ConAltriMezzi: Alberto Moravia - AgostinoLa questione è semplice: nella quarta di copertina c’è scritto che questo romanzo è un capolavoro e io non sono d’accordo. Inoltre Moravia e Calvino sono secondo me gli autori classici italiani più citati e considerati (anche troppo), a scapito magari di altri autori meno noti, ma non meno importanti come Volponi o Fenoglio. Agostino è il primo romanzo scritto da Moravia dopo una lunga pausa, dovuta in parte alla censura del fascismo, in cui lo scrittore si era dedicato ai racconti brevi, spesso di matrice surrealista. Nel 1945 gli valse il primo premio letterario del dopoguerra. A parte che già  il termine romanzo mi pare piuttosto esagerato (Gadda lo chiamava «romanzetto»), quello di capolavoro ancora di più. La sensazione che ho provato quando l’ho finito non è stata né disgusto né esaltazione. È un libro innocuo, un po’ piatto. La storia è quella di un ragazzino borghese di tredici anni che durante una vacanza al mare con la madre vedova (ma ancora piacente e vogliosa di cogliere le gioie della vita) scopre diverse cose nuove. Innanzitutto scopre l’esistenza del proletariato (e anche del sottoproletariato) tramite degli altri ragazzini più poveri a cui si aggrega. Poi scopre l’esistenza del sesso: prima spiando la madre in pose sconvenienti con un bellimbusto conosciuto in spiaggia e poi venendo a sapere di un bordello frequentato dai ragazzi più grandi. Nella compagnia c’è anche un ragazzo di colore con vaghe tendenze omosessuali. Per Agostino non si può parlare, a mio avviso, di una vera e propria iniziazione sessuale, in quanto manca l’atto in sé, ma piuttosto di consapevolezza dell’esistenza del sesso, che lo porta ad essere geloso della madre, fino ad odiarla, e poi a tentare di perdere la verginità al bordello. Il classico pre adolescente che ha fretta di diventare uomo. Agostino è, come Il barone rampante, un libro che di solito si fa leggere ai ragazzi delle superiori. Ma in giro c’è di meglio. Di Moravia, per esempio, mi è piaciuto molto di più il romanzo La romana.

Alberto Bullado segnala:
Chuck Palahniuk, Fight Club, Mondadori, 2004, 223 pgg.

ConAltriMezzi: Chuck Palahniuk - Fight Club“Ma come cazzo fai a criticare Fight Club?” Succede se hai letto tutto il resto di Palahniuk. E soprattutto se lo ami veramente. È questo il punto. E se questa volta non ammazzo Ammanniti, Nick Hornby o quell’ipocrita compendio di idiozie manierate che prende il nome de Il piccolo principe, è perché Fight Club è un libro più frainteso che brutto. E non mi riferisco al passaggio dove Chuck ti spiega come ricavare del napalm dalla benzina combinata con il succo d’arancia e la sabbia per il gatto, ma al fatto che Fight Club è diventato un cult. Talmente banalizzato da spingere degli idioti ad ustionarsi con la lisciva e ad organizzare dei veri circoli di botte da orbi per frustrati.
Vedete, i fan di Palahniuk si dividono in quattro categorie: quelli che leggono solo Palahniuk e nient’altro, quelli che vanno matti per Palahniuk e per Isabella Santacroce e nient’altro, quelli che lo pronunciano “Palaniuc” e infine quelli che lo pronunciano “Polanic”. Le prime due categorie sono feccia umana. La quarta è odiata dalla terza, in quanto ritenuti filologi snob dell’intera opera dello scrittore di Portland. Io faccio parte della quarta categoria, cioè la sola che pronunci correttamente il cognome dell’autore. E che non si può accontentare di Fight Club, in quanto il suo romanzo più easy, quello che i liceali possono tranquillamente scorporare in frasette per arricchire il proprio diario o la bacheca di Facebook.
Insomma, il vero Palahniuk è altrove, in altri romanzi: vedi Survivor (il migliore), Invisible Monster e Cavie. Fight Club non è altro che un bignami più accessibile e banalizzato del resto dell’opera di Chuck, certamente godibile, ma non all’altezza delle altre opere meno considerate. Un romanzo suggestivo ma non corposo: la polpa grassa la addentate in altre storie più complesse, laddove i gradi di lettura sono maggiori e Palahniuk opera dei giochi di prestigio senza rivelarne il trucco. Fight Club è al contrario il suo romanzo più pornografico. Si vede tutto. Lo scrittore svela ogni cosa: per questo un lettore di “primo livello” lo ama dalla prima all’ultima pagina. Insomma, il libro non è da buttare, è semplicemente sopravvalutato. Tuttavia ha il grande merito di aver dato la possibilità a Palahniuk di diventare Palahniuk. Di scrivere altri romanzi. Di sconvolgere la letteratura contemporanea con storie e con uno stile di cui si sentiva il bisogno. Soprattutto in un’Italia allora impressionata da qualche mammoletta che la stampa amava definire Cannibale.

Antonio Lauriola segnala:
Alessandro Manzoni, I promessi sposi, BUR, 2011, 757 pgg.

ConAltriMezzi: Alessandro Manzoni - I promessi sposiSe il sistema scolastico italiano non fosse ancora tarato su misure antiquate e meno elastiche di un pezzo di ghisa, la memoria di Renzo e Lucia sarebbe affidata alle gag del trio Lopez Solenghi Marchesini. Premesso che non si vuole, qui, condannare l’opera manzoniana a tale gogna, resta inevitabile notare come la provvidenza – che quei due ha provato a soccorrere più volte – pare continui a ignorare le suppliche di migliaia di studenti medi che da sempre ne maledicono la stirpe, costretti come sono a sorbirsi il pippotto del ramo del lago di Como.
Penso alle centinaia di ragazze e ragazzi che, affrontando il biennio liceale, giurano solennemente, sulla copertina della propria smemoranda, che studieranno ingegneria (o, peggio, si iscriveranno al dams) pur di non affrontare mai più tale strazio. A costoro i libri piacevano, e avevano amato le letture adolescenziali aspettando con ansia letterature mature. Occorre ricercare qui il motivo della sopravvalutazione de I promessi sposi: trattato come testo fondamentale per la formazione del buon giovane italiano, per il suo valore linguistico, per la rilevanza storica e i suoi legami con la nascita della nazione, … trattato così, insomma, ha solamente mietuto vittime, creando generazioni di tecnici umanisticamente sterili. C’è chi dice di aver letto un’incisione su un albero in un parco di Varese: “Da grande sarò un tecnico”. Firmato: Mario Monti.
Alessandro Manzoni – si ricordi l’espediente narrativo – conclude il tomo con questa frase: “La quale [n.d.r. la storia narrata], se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta.”
Non s’è fatto apposta?! Secondo me, un po’ di cattiveria catto-risorgimentale c’era. Ai posteri…

Caterina Di Paolo segnala:
Umberto Galimberti, Le cose dell’amore, Feltrinelli, 2008, 171 pgg.

ConAltriMezzi: Umberto Galimberti - Le cose dell'amoreNel mondo che vorrei i termini “Galimberti” e “sopravvalutato” sarebbero sinonimi. L’Umbertone nazionale svetta in ogni dove nella sua posa pensosa – dalle pagine della Repubblica a ogni angolo delle librerie Feltrinelli – e ormai è il filosofo pop per eccellenza, tanto per definirlo eufemisticamente. Per un periodo Galimberti è stato anche ospite fisso in televisione: ricordo con orrore quando, a proposito dell’assassinio di Nicola Tommassoli a Verona da parte di quattro ragazzi fascisti, il sedicente intellettuale pur di pubblicizzare il suo appena uscito L’ospite inquietante spiegò come a suo parere il tragico episodio non fosse affatto politico ma colpa del nichilismo che aveva conquistato i ragazzi.
La prossima volta che vi imbattete in una foto in bianco e nero di Galimberti, con quella sua faccia che scimmiotta Socrate e Platone, pensate che quell’uomo ha fatto del suo essere cazzaro un mestiere. Se non ne siete del tutto convinti, prendete in mano Le cose dell’amore e scorretelo. Prendete poi Frammenti di un discorso amoroso e scorretelo. Notate la maestria dell’ineffabile Umberto nel rimasticare e rivendere un caposaldo simile. Se non siete ancora convinti andatevi a cercare il libro Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale di Francesco Bucci, in cui si dimostra come non solo il nostro eroe abbia copiato a man bassa dalle opere altrui, ma come si sia addirittura copiato da solo, costruendo capolavori in cui periodi che riguardavano Freud erano poi riutilizzati per parlare di Nietzsche, del nulla, dell’essere. E adesso che siete davvero convinti, lasciate Le cose dell’amore sullo scaffale, e portatevi a casa Roland Barthes.

2 commenti a “ Sarà, ma a me non piace ”

  1. Luca Moglia

    Luca Moglia

    Premettendo che “Le cose dell’amore” e “Agostino” non li ho letti, farei un paio di appunti.
    1)Antonio, potevi (e forse dovevi) essere più spietato. Diciamolo, non si è mai visto un libro più studiato dei Promessi Sposi, forse solo La Divina Commedia, arriva a tanto, e in molti licei non è così. 4 anni di liceo a chi è sfortunato, 2-3 anni ai più miracolati: il mio professore d’italiano del biennio del liceo ha sostituito “I Promessi Sposi” con “Il Rosso e il Nero”, un capolavoro. Alcuni liceali, solo per questo gesto hanno creato piccoli altarini e santini al professor Testolin, lode lode lode. Tutt’ora, non si capisce come un solo libro possa ingombrare così tanto tempo, non ci sono giustificazioni sufficienti. Il valore linguistico-storico sarà anche importante, ma “Il Principe” del santo Machiavelli non ha certo valore minore, e come lui, se ne possono trovare probabilmente una decina. Qui su due piedi, potrei dire Boccaccio, Verga e quella piaga umana di Leopardi (dagli all’untore!). Non mi venite a dire che le storie raccontate nel Decameron o nei Malavoglia non abbiano una importantissima descizione storica del periodo, anche se spesso frammentata (Decameron) o parziale (usata come sorta di ulteriore carico sulle spalle dei poveri Malavoglia)
    2)Alberto, sono nella quinta colonna, in una categoria esterna da quelle citate. Pronuncio il nome come “Polenic”, visto che essendo di origine ucraina (e quindi non avendo un cognome vero), in america il cognome è stato costruito con i nomi dei nonni: Paul e Nik(senza c). Ma tralasciamo questa parte. Palahniuk stesso ha ammesso di essersi limitato nella costruzione del romanzo per non spaventare gli editori. Non poteva essere così ripetitivo come negli altri romanzi e a dispetto degli altri romanzi, non parte da situazioni impossibili per arrivare ad una conclusione in cui il lettore crede e si immedesima. E’ chiaro che il primo romanzo, non essendo Dan Brown, era una sorta di episodio pilota, non poteva contenere apici e ripetizioni come Cavie, Invisible Monster e Ninna Nanna (Survivor lo considero un livello sotto), nè poteva essere certo dell’immedesimazione del pubblico in situazioni surreali (vero cavallo di battaglia di Chuck).
    In soldoni, il voto è sufficiente+, ma a questo avrei aggiunto una serie di grandi giustificazioni. Se sia stata codardia, prudenza o marketing, non credo che nessuno lo potrà mai sapere.

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  2. Egidio Ferro

    Egidio Ferro

    Che Galimberti abbia sbagliato a copiare siamo d’accordo, è stato un ingenuo e uno stupido, però, quella che rivende la solita solfa in tutti i libri non capisco perché debba essere un demerito. Molti filosofi scrivono le stesse cose. Vogliamo parlare di Severino che in ogni libro ci “annoia” con l’eternità di tutti gli essenti? O de la “crisi delle scienze europee e la ecc.” di Husserl?, che oltre ad averla letta e a confermare che ripete sempre la solita cosa, ho letto un commento di un critico che diceva che Husserl era un incorreggibile ripetitore di se stesso. O dello stesso Aristotele (ma va be’ quello potrebbe essere dovuto anche a Andronico di Rodi e alla sua disposizione e Dio solo sa cosa sia successo in 2300 anni) che in alcuni libri delle sue opere dice spesso: come abbiamo già visto e ripete le stesse cose? L’università italiana è piena di docenti filosofi che pubblicano opere che dicono sempre le stesse cose, solo che magari a parte gli studenti e alcuni colleghi nessuno le legge, e quindi non c’è nessuno pronto ad additare l’autore. O che dire di autori che svangano di continuo le balle con la questione della tecnica che ci ucciderà tutti?
    Personalmente, Galimberti non sarà un eccellente filosofo ma è chiaro. Tiene bene assieme autori diversi e crea un discorso unito, almeno così a me è parso alle sue lezioni. Un’ultima cosa sugli scopiazzamenti: 3/4 delle persone che si sono date al linciaggio di Galimberti, gli studiosi da lui copiati nemmeno sapevano esistessero.

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