CAMing-out-da-paura

Romanzi del terrore, horror d’antan, storie a vario titolo terrificanti che scavano nel terreno fertile del macabro, dell’angosciante, dello spaventoso.

 

Tommaso De Beni consiglia:
Howard Philip Lovecraft, Storie agghiaccianti, Roma, Newton & Compton, 1998, 320 pgg.

Il libro, nel suo formato, è di quelli da autogrill, pagato a suo tempo 6900 lire. Il titolo è ridicolo e pomposo, tanto più adesso che l’aggettivo agghiacciante (pronunciato con quattro g) mi fa venire in mente Conte e Crozza. Tuttavia il contenuto non è ridicolo, né tanto meno è robetta di seconda o terza mano. Da uno il cui cognome unisce le parole “amore” e “abilità”, “arte”, ma anche (in tedesco) “forza”, “potere”, non potevano che venire racconti forti, che ti chiudono lo stomaco e ti aprono la mente. Leggendo Lovecraft ho sempre avuto paura di compromettere la mia sanità mentale, tanto più che quando lo lessi la prima volta avevo circa dieci anni. L’antologia si prefigge lo scopo di raccogliere i racconti più tremendi e, appunto, agghiaccianti, dello scrittore statunitense che ha cambiato per sempre i canoni e le modalità del racconto dell’orrore. Troviamo sia storie in cui irrompe il soprannaturale, come nei racconti fantastici dell’Ottocento, sia storie in cui si rivela “l’orrore cosmico” (termine caro a Lovecraft) della natura ignota rivelatasi all’improvviso alla limitata mente umana. Nel racconto L’estraneo, omaggio a Poe e chiaramente autobiografico, viene quasi teorizzato il fondamento dei racconti di paura: «Il più demoniaco di tutti gli sconvolgimenti è quello che unisce il profondamente inatteso con il grottescamente incredibile.» Il limite fisico di un’antica dimora circondata da una foresta induce il protagonista a desiderare la fuga e la visione di qualcosa di diverso. Ma, a differenza di Leopardi, l’immaginare non è caro e, soprattutto, il passaggio dall’immaginazione all’azione, alla memoria e al ragionamento porta a scoprire novità terrificanti. Il pessimismo diventa orrore. Molti di questi racconti hanno a che fare con gli spazi chiusi, al limite della prigionia: La tomba, L’immagine della casa, I ratti nei muri, La casa evitata, Nella cripta, La strana casa nella nebbia. Insomma, se Mulder aveva un poster con scritto “La verità è là fuori”, Lovecraft sembra dire: “la verità è là fuori, ma fa paura”. Non per niente il termine mostro deriva dal verbo mostrare e si riferisce a ciò che si manifesta. Orrore, realtà e verità (ma anche, forse come conseguenza, follia) sono dunque difficilmente separabili e distinguibili.

Annalisa Scarpa consiglia:
Patrick Ness e Siobhan Dawd, Sette minuti dopo la mezzanotte, Milano, Mondadori, 2012, 222 pgg.

Sono spesso i contesti liminari, le soglie, i passaggi, a produrre letteratura. È la soglia tra la vita e la morte quella che sembra aprirsi sul finire di ottobre, la stessa che sembra aperta in prossimità di un cimitero, o di piante funeree come il tasso. Il tasso è un albero velenoso (le sue bacche lo sono), ma è anche pianta curativa: la soglia tra la vita e la morte, in questi contesti magici, è aperta nei due sensi. I
l libro di Patrick Ness e Siobhan Dowd si colloca in questa soglia fin dalla sua creazione: la scrittrice a cui appartiene il soggetto non ha potuto portare a compimento il suo libro perché il cancro non gliene ha lasciato il tempo, e il testimone è passato a Patrick Ness, e alle scurissime illustrazioni a china di Jim Kay. Forse è anche per questo che il libro è così intenso.
Aprendo un libro già materialmente così pesante e così visivo, ed entrando nel racconto, le soglie si moltiplicano: quella tra la vita e la morte, quella tra il sogno e la veglia. Quella tra l’età bambina e l’adolescenza. Quella tra ciò che è solo raccontato e ciò che è agito: perché le storie sono reali e spaventose non meno degli incubi, distruggono, “sono fra tutte le cose le più selvagge; inseguono, predano e mordono”.
La vita di Conor è già abbastanza mostruosa di per sé, senza bisogno che il tasso, quello che sta lungo il cimitero, vicino a casa sua, cominci a visitarlo spargendo foglie e bacche dappertutto. Già abbastanza mostruosa con quella madre malata, ormai sempre stanca, la nonna in arrivo – ma solo per qualche giorno! – il padre troppo impegnato con la sua nuova famiglia, i compagni di scuola che lo provocano o che, peggio ancora, lo trattano come un appestato, vista la sua tragica situazione. E’ già abbastanza mostruosa senza quell’incubo che lo perseguita da quando la madre si è ammalata. Così, quando quel tasso si trasfigura in un Uomo Verde e puntuale, alle 12.07, lo chiama, Conor a spaventarsi non riesce proprio: i mostri sono roba da bambini. Se poi questo mostro ha l’intenzione di spaventarlo usando delle storie…
Eppure Ness e la Dowd riescono a dire qualcosa, con queste storie, senza lasciarsi tentare dalla scontata morale della favola: queste storie davvero sono ingiuste, dolorose, sembrano ingannare oltre che predare. Fiabe e motivi folclorici si ricombinano a creare un romanzo psicologico modernissimo, in cui la magia non toglie certo le castagne dal fuoco: quando Conor si sveglia, sono le sue le mani che fanno male, sua la rabbia che si sfoga. E suo il rifiuto di quell’unica verità che è la quarta storia che il mostro vuole fargli raccontare. Ecco cosa può spaventare davvero, ecco il vero mostro: ammettere la verità. E i mostri che si affrontano leggendo questo racconto (che siamo adolescenti o no) non sono tutti dentro il libro.

Alberto Bullado consiglia:
Anne Rice, Intervista col Vampiro,  Longanesi, 2010, 363 pgg.

Esiste creatura più gotica del vampiro? Probabilmente no. Essere dannato che si sottrae alla luce e che vive nella tenebra, semi-diavolo condannato all’immarcescibilità, ad una natura biologicamente anomala e distorta che lo costringe all’esilio, alla misantropia ed ad una fisiologica efferatezza. Perfetto. Come calare questa immonda creatura in un contesto contemporaneo? Ci pensa Anne Rice, regina delle tenebre, autrice di decine di bestseller gotici, horror e fantasy. Ovvero colei che ha saputo rimodernizzare (e ri-romanticizzare) un vampiro orroroso e folkloristico, ancora prigioniero di stereotipi medievali e profondamente condizionato da un’iconografia classica che va da Bram Stoker a Bela Lugosi. Intervista con il vampiro, il primo romanzo che inaugurerà una vera e propria epopea new gothic, venne pubblicato negli anni ’70 e si distinse immediatamente per l’originalità del plot: un vampiro che si confessa di fronte ad un giornalista. Una testimonianza, la sua, che ripercorre la sua genesi oscura, ricca di avventure e di tormenti, che condividerà con altri personaggi, tra i quali la piccola e letale Claudia, vampira intrappolata in un corpo di bambina, e il leggendario Lestat, il non-morto più noto e amato dai fan della Rice (nonché istrionico protagonista/beniamino maledetto di molti altri romanzi della saga).
Grazie alla Rice, i vampiri possono godere di una seconda vita letteraria, maggior spessore, un’anima complessa, rinnovato contesto narrativo e profondità psicologica. Ma c’è dell’altro: ho voluto segnalare Intervista col vampiro perché precursore – suo malgrado – di un fortunatissimo filone. E che ve lo dico a fare? Senza la Rice non ci sarebbe stato Twilight e l’exploit dei vampiri teenegers e di un’ipertrofia editoriale improntata su qualsiasi declinazione di succhiasangue. Beh, sappiate che molto ha avuto inizio da qui – la capacità di abbinare il fantasy all’ambientazione contemporanea, ovvero l’innesco – malgrado i presupposti fossero altri, ovvero mantenere alti gli standard di accuratezza formale (estetismo letterario, una prosa neo romantica adatta nel restituire atmosfere cupe, malinconiche, inquietanti ma non banali) e di offrire spunti filosofici ed indagini introspettive all’interno di un romanzo sostanzialmente pop (e postmoderno). In definitiva non si può capire cos’è il gotico contemporaneo senza Intervista con il vampiro, preludio di una saga successivamente destinata a mutare irrimediabilmente l’immaginario collettivo dell’horror-fantasy. Non solo ad Halloween.

Valentina Mele consiglia:
Roald Dahl, Le streghe,  Salani, 2011, 195 pgg.

Come Roald Dahl, anche il protagonista di questa fiaba deve fare i conti con una tenera età tutt’altro che semplice: rimasto orfano di entrambi i genitori durante un viaggio ad Oslo, viene affidato alle cure della nonna.
Come se questo non fosse già abbastanza duro di per sé, per rispettare il testamento paterno il piccolo dovrà crescere in Inghilterra, la patria delle streghe. Non le streghe finte, che portano il cappello e volano sulle scope, ma quelle reali, che appaiono come “donne qualunque, che vivono in case qualunque, indossano abiti qualunque e fanno mestieri qualunque” e hanno come unico scopo quello di sterminare tutti i bambini della terra.
I personaggi che Dahl restituisce alla penna sono incredibilmente vivi e limpidi, amano o odiano veramente, sono per davvero spietati o furbi o saggi.
Tutto ciò perché sono plasmati fondendo dati biografici e finzione letteraria, non sono semplici personaggi ma spesso sono un vero e proprio travestimento indossato da fantasmi della giovinezza dell’autore.
Se da un lato strizza l’occhio al lettore, Dahl non concede affatto sconti ai suoi piccoli o grandi eroi, che si ritrovano ad affrontare un sistema che si nutre del terrore per potersi conservare. L’oppressione opposta all’autoritarismo spietato di queste streghe -che agiscono servendosi di un’organizzazione capillare e attentissima- non è affatto scoraggiata e promette finali da favola per l’infanzia, anche se il cinismo di Dahl, vero e proprio topos nella sua produzione, spesso impedisce delle vittorie definitive, preferendo piuttosto che il lettore faccia i conti con ampie zone d’ombra.

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