CAMing-out-dillo-alla-luna 

Romanzi lunari, storie celesti, racconti segnati dalla presenza del più poetico dei satelliti: a qualche giorno di distanza dalla morte di Neil Armstrong, parliamo di storie che vanno verso la Luna.

 

Giulia Cupani segnala:
Cesare Pavese, La luna e i falò, Einaudi, 2005, 208 pgg.

Alla luna di cui parla questo libro, bisogna crederci per forza. Bisogna credere per forza che parli senza sosta alla Terra, che le comunichi ininterrottamente misteri più antichi di ogni mistero, che sia l’altro polo di una serie di equilibri ultra-umani che reggono il nostro mondo ma che noi non conosceremo mai, che possiamo solo percepire con la forza inafferrabile delle profezie, delle oscure intuizioni senza perché.
Bisogna crederci per forza, alla luna di cui parla Pavese in questo romanzo, perché a dirci di farlo è Nuto, il migliore amico di Anguilla – protagonista di questa storia – e le parole di Nuto arrivano, tutte, dal fondo di una memoria che discende letteralmente, fisicamente, dalla terra delle Langhe, da un mondo antico in cui esistono solo cose certe, ed eterne, e proprio per questo impossibili da spiegare. Cose che non hanno perché, ma a cui bisogna credere. Per forza.

La luna e i falò
è una storia di appartenenze, di ritorni, di radici e di sradicamenti. E’ la storia di un ragazzo partito orfano e solo per andare a cercare un posto, dall’altra parte dell’Oceano, che potesse diventare per lui “terra e paese” e ritornato tra le colline in cui è nato, ricco e un po’ invecchiato, con la consapevolezza che i luoghi, tutti, si assomigliano, e che non esiste alcuna possibilità di fuga o di rifondazione in terre sconosciute. Con la consapevolezza che solo le radici danno senso alle vite, e che ogni radice è insieme una condanna e un dono, una maledizione e un vincolo al di fuori del quale non può esistere nulla. E’ la storia di un dibattersi quieto alla ricerca di qualcosa che continua a sfuggire, che non può essere afferrato, così come il passato non può ricostruirsi diverso da quel che è stato e il destino non è modificabile secondo arbitrio umano.
E’ tutte queste cose, la storia della Luna e i falò. E tutte queste cose stanno chiuse in una sola pagina, in un solo dialogo tra Nuto e Anguilla. Parlano, i due amici, delle assurde credenze dei popoli senza scienza, della povertà e della miseria delle Langhe, dell’incapacità di reagire alle cose e alla storia che ha lasciato spazio alla barbarie del fascismo da poco spazzato via. E, poi, parlano dei falò da accendere accanto ai campi per svegliare la terra. E della luna, la luna che fa crescere i raccolti e che, misteriosamente, regge le fila dell’equilibrio cosmico. Anguilla, dalla riva del suo consapevole e razionale disincanto, non può credere che il suo amico dia credito a queste leggende. Storie, credenze buone per chi non sa pensare, non certo per un uomo come lui, che conosce le cose del mondo. Ma alla fine è la voce di Nuto quella che si spegne per ultima: alla luna, a questa luna qui, bisogna crederci per forza. Per forza e per sempre, perché nulla esiste di più umano, e definitivo, e inspiegabile, della radice mitica di ogni storia e di ogni esistenza. E la luna pavesiana è esattamente questo.

 

Tommaso De Beni segnala:
 Tommaso Landolfi, Il racconto del lupo mannaro in Il mar delle blatte e altre storie, Adelphi, 1997, 164 pgg. 

Ne La pietra lunare, la sua opera più nota, la luna attirava e trasmetteva forze misteriose e oscure, incarnate da una splendida ragazza,Gurù, che di notte si trasformava in capra mannara; quasi tutto come da tradizione. Ne Il racconto del lupo mannaro, contenuto nella raccolta Il mar delle blatte e altre storie, seconda e più surreale raccolta di racconti di Landolfi, uscita nello stesso anno, 1939, torna il topos delle storie dell’orrore sul lupo mannaro. Forse lo scrittore di Pico Farnese era postmoderno senza saperlo, nel senso che tendeva spesso a rovesciare topoi classici, lavorando molto allo stesso tempo sulla lingua e sullo stile. In questo delizioso raccontino si prende alla lettera il topos barocco del “prendere la luna e le stelle con le mani”. Due amici che vivono assieme e che sono affetti da mannarismo, infatti,decidono di porre fine ai loro tormenti, sbarazzandosi non tanto di loro stessi o della malattia, quanto della fonte di essa, cioè la luna. Ed è sufficiente alzare una mano ed afferrarla, poi farla passare per un camino, e alla fine l’oggetto misterioso è lì davanti agli occhi. E non fa più paura, rimpicciolito, flaccido e viscoso. Il racconto fantastico stesso, come lo si era conosciuto nell’Ottocento, viene abbassato umoristicamente e minato nelle sue fondamenta. Come spesso in Landolfi, però, ci sono delle metafore che celano significati ulteriori, anche se mai del tutto chiariti. Il dialogo tra i due amici, infatti, non è né fantastico né ironico, ma molto tormentato, e sembra alludere ad un’angoscia legata forse ad un amore, o alla passione per la letteratura stessa. Anche l’immagine della luna declassata e umiliata potrebbe essere allusiva. Inoltre i due amici hanno distrutto un simbolo millenario che appartiene a tutto il mondo solo per placare un loro tormento personale. Quindi non c’è solo un beffardo omaggio al barocco e a Leopardi, in questo racconto sul satellite più romantico di sempre, ma anche un messaggio ulteriore. Non solo gioco, ma anche riflessione.

 

Annalisa Scarpa segnala:
Gianni De Conno, Poesie alla luna, Rizzoli, 2009, 28 pgg.

Ci sono libri fatti apposta per sedurre, e questo è uno di quelli. Se volete uno sguardo distaccato su un prodotto editoriale di certa riuscita, cercatevi un’altra recensione. Io non resisto alle illustrazioni di Gianni de Conno, che sono sempre corpose, e in questi notturni, poi, hanno un che di magico. Non resisto agli albi illustrati di grande formato: questo è proprio grande, le pagine sono ruvide e spesse. Non datemi della feticista prima che scriva del profumo di questo libro… anche perché non lo farò: questo è un libro da guardare, non da maneggiare, senza ombra di dubbio. Uno di quei libri da aprire su un bel mobile, come un pezzo d’arredamento. E allora, mentre vi compiacete del vostro gusto, girando per il salotto, potrebbe capitarvi di incrociare i dolori di Saffo o quelli di Byron, i loro tormenti alla luce della luna. Impossibile resistere a questo Romanticismo che attraversa i secoli, a queste anime che la luna agita come maree, mentre si rivoltano e si logorano, pensando e soffrendo, amando disperate. Il cuore stesso è una luna, l’ha scoperto Emily Dickinson: ne cediamo i pezzi a coloro che abbiamo amato, che vanno e non torneranno, e ce ne rimane uno spicchio soltanto, calante. Di grandi poeti ce ne sono abbastanza: oltre a Saffo, Byron e Dickinson, anche Shakespeare, Goethe, Leopardi, Shelley, Whitman. C’è anche l’occasione: il libro è stato pubblicato nel cinquantesimo anniversario del primo allunaggio, e oggi, a maggior ragione, risuona come un addio, malinconico ma denso di immagini e sogni. Perciò: perché mai resistere alla tentazione di amare, languire e poetare alla luce della luna? Scommettere sulla poesia, in questo caso, non è solo puntare sulla sicuro successo dell’aforisma, è restituire attualità ai versi con una degna illustrazione, è anche osare traduzioni nuove.
Non mi si accusi di volerne fare un soprammobile, ma se fosse così affascinante, io ce lo metterei, un poeta in salotto.

 

 

Valentina Mele ed Emanuele Caon segnalano:
W. Somerset Maugham, La luna e sei soldi, Adelphi, 2002, 240 pgg.

Da salaryman ad artista, W. S. Maugham ci conduce a ritroso in un percorso a senso unico: è la storia di Charles Strickland, romanzata sulla vita di Paul Gauguin.

Tramite una voce attenta, per lo più fuori campo, la scrittura segue il percorso di questo agente di cambio, il quale, abbandonata la famiglia e la cupa City per dedicarsi senza scrupoli alla pittura, si sposta in un primo momento a Parigi, vivendo un’intensa bohéme, ed infine approda a Thaiti.
Quasi a cercare di riappropriarsi delle illusioni e dell’immaginario perduto, Strickland sperimenta un profondo imbarbarimento, fisico e intellettuale, tanto da sembrare prigioniero di un demone.
Questo demone non è nient’altro che l’Arte, che lo seduce e da cui dipende, e sembra progressivamente distaccarlo dalle ingerenze terrene, conducendolo sempre più vicino all’espressione estrema della Bellezza pura, e grazie alla quale si spiega in extremis la natura totalmente immaginifica delle sue scelte.
La rottura con la civiltà procede per gradi, ma rompe pian piano tutti gli schemi sociali fino a scrollarsi di dosso l’umanità stessa ed arrivare ad una comunione totale di immaginario, arte e natura, lontano dalle costrizioni del mondo industrializzato.
Perché il romanzo si intitoli così non è mai chiarito all’interno del libro, e bisogna ricorrere allo stesso Maugham per avere delucidazioni, il quale dichiara: “ se guardi a terra in cerca di una moneta da sei pence, non puoi guardare in alto, e così non vedi la luna”.
Strickland non viene apprezzato in vita, e con lui muore anche la sua opera finale, per sua stessa decisione, quasi per richiudere al mondo esterno una porta che era riuscito con tutta la forza della sua esistenza ad aprire. Solo in seguito si è riusciti ad apprezzare la sua passione insanabile per l’opera dell’avvenire, ma per i contemporanei è stato per lungo tempo un pazzo, uno come tanti, insomma: una moneta da sei pence.

(Valentina Mele)

 

La Luna e sei soldi è uno di quei romanzi da cui si possono estrarre decine di citazioni da imparare a memoria e di cui far sfoggio in pubblico. Ma non si guadagna un posto in un CAMing out solo per questo.
La storia che viene narrata non è nient’altro che la vita romanzata di Paul Gauguin, e l’autore la racconta usando per il protagonista il nome di Strickland, concedendosi così il privilegio dell’invenzione.
Strickland è un agente di cambio della borsa londinese, un uomo maturo, sposato, con figli e tutte le sicurezze economiche del settore. A un certo punto della sua vita decide di abbandonare tutto per iniziare a fare il pittore: finirà prima a Parigi e poi a Tahiti. In sostanza si tratta di un uomo comune che decide di lasciare tutte le sue certezze per vivere un sogno, un pazzo scatenato che vivrà numerose avventure, forse sarebbe meglio dire disavventure. Ma Strickland è prima di tutto uno stronzo, un personaggio che non si può non detestare: non ha rispetto per nessun rapporto umano, gli altri nella sua vita contano meno di zero, nemmeno i suoi figli hanno più un valore per lui, ovviamente non si può nemmeno fare a meno di amarlo, perché alla fine sta inseguendo un sogno di bellezza, e – come sempre – agli artisti si perdona tutto.
Il resto della trama non è poi così rilevante, quello che conta è il valore dell’opera. Si tratta di un libro dalle parole necessarie: l’autore è stato particolarmente bravo a non aggiungere elementi superflui. Ma soprattutto il romanzo in questione merita veramente di essere letto perché adempie al suo compito più importante: è bello da leggere; troppo spesso ci dimentichiamo uno dei valori fondamentali della lettura, l’atto di leggere per puro e semplice piacere. Questa storia, inoltre, riesce a mettere in primo piano alcune questioni: il valore dei rapporti umani, il peso del giudizio degli altri, il conformismo. E lo fa con analisi fredde e razionali, ciniche. La pietà nel giudicare le finzioni della vita non esiste. E poi porta all’attenzione la ricerca del bello come valore supremo, la curiosità nel voler conoscere la vita dell’artista che non riesce a trovare il proprio spazio in nessuno schema precostituito.
Però è il titolo a rivelarsi la chiave per capire l’anima di tutto il libro: un uomo ha davanti a sé la luna, ovvero l’avventura e il sogno, e in tasca? Solo sei soldi, troppo pochi per sopravvivere. Questa è la questione centrale: a un estremo la vita comoda, con le certezze della quotidianità e la sua noia opprimente, all’altro una vita di miseria, piena di insicurezze ma anche di emozioni sempre diverse che regalano la consapevolezza di inseguire la bellezza, che sicuramente non si farà comperare al supermercato più vicino.

Allora a me questo libro sembra un omaggio a tutte le arti e alle vite folli che si nascondono dietro a molte creazioni artistiche. Mi appare come una buona opportunità di leggere per il piacere di farlo. Ma anche l’occasione per farsi qualche domanda: al di la di tutte le analisi sul rapporto tra individui e convenzioni sociali, seduto comodamente su una poltrona con le gambe appoggiate a una sedia, il lettore dovrà chiedersi: tra la luna e la vita comoda cosa sto scegliendo? I miei sogni dove stanno andando?

(Emanuele Caon)

 

Isacco Tognon segnala:
Italo Calvino,  La distanza della luna in Tutte le cosmicomiche, Einaudi, 2003, 242 pgg.

raccolta di racconti di Italo CalvinoPare ci sia stato un tempo in cui la luna era vicina, quasi attaccata alla terra, e se a raccontarlo è la voce senza età di quell’essere strano e palindromo, Qfwfq, quasi ti viene da dire che sì, ci si può credere. Eclissi a non finire, Terra e Luna che si specchiano e si sfiorano, premendo l’una contro l’altra i rispettivi campi magnetici: queste sono le forze in gioco e in esse si muovono i corpi pronti a sfidare i confini del pianeta, a balzare sul satellite con una scala a pioli.
Bastava aspettare il plenilunio e l’alta marea per salire dalla zattera di sughero sulla scala, fino a entrare nel campo magnetico della luna: da lì, una volta passati dall’altra parte, la Terra diventava il cielo e sotto i piedi il fondo era tutto scaglie e falde.
Non è facile dire “cosa” sia La distanza della luna, non lo è definire la sostanza di quella materia ibrida e vibrante che dà forma alle Cosmicomiche. Credo si tratti di immagini pre-umane, capaci di plasmare una tipologia di narrazione che potremmo definire fantascienmitica, in cui il contesto astrale si fonde con una mitopoiesi continua e dove il compasso non è puntato sull’uomo, ma sulla nascita della vita terrestre e dell’universo intero.
Su questa luna dagli “orli slabbrati e seghettati” ci andavano quasi tutti; sicuramente non perdevano occasione di saltarci su il giovane Qfwfq, suo cugino sordo e la signora Vhd Vhd, moglie formosa dell’omonimo capitano: e se il sordo balzava sul satellite come mosso da una grazia tutta lunare, saltando disinvolto tra falde e pieghe della roccia in cerca del prezioso latte, la signora in questione non poteva far altro che innamorarsene.
Relegata a suonare l’arpa sulla zattera, lo segue con gli occhi, si ingelosisce della luna, vorrebbe lei stessa farsi luna ed essere amata; neanche si accorge dell’amore che alimenta il giovane Qfwfq, pronto a fare pazzie per conquistarla. Pazzie, sì, come saltare sulla luna una volta di più e farle compagnia per un mese intero. Ma sull’astro gli occhi della donna sono rivolti altrove, le note della sua arpa suonano solo per quel sordo lunare rimasto a terra: sta diventando pure lei luna, è riuscita finalmente (questo è quanto crede) a farsi amare. Al giro di giostra successivo, con la luna in allontanamento che si avvicina per un’ultima volta alla superficie terrestre, Qfwfq ritorna dall’altra parte, aggrappato alla canna di bambù che il cugino sordo aveva alzato fino a lì, non certo per far scendere la donna che impazziva, ormai lontana, per lui.

 

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