CAMing out Distopia

Alla letteratura, la realtà non basta. Nascono così storie che raccontano universi possibili, angoscianti ed estremi, descrivendo un mondo che assomiglia al nostro, in cui però ogni cosa è condotta fino alle sue ultime, tragiche conseguenze.

I romanzi distopici raccontano un mondo che non è il nostro, ma che potrebbe assomigliargli: le loro utopie negative descrivono la realtà come potrebbe essere, raccontando con i loro mondi impossibili qualcosa che ha molto a che vedere con noi, con il nostro mondo, con il nostro sguardo sulla concretezza delle cose. Questi sono i nostri titoli preferiti:

 

Tommaso De Beni segnala:
David Foster Wallace, Infinite Jest, Einaudi Stile Libero, 2006, 1281 pagine.

9788806178727Di Foster Wallace si è già parlato tanto, anche in questo blog, ma visto il tema di oggi, escludendo i vari Dick, Huxley e Orwell, vorrei parlare di un libro che non è considerato “di genere”. Infinite Jest infatti, tra le altre cose, è anche un romanzo distopico. Non fantascientifico, perché parla del nostro mondo, con una proiezione temporale non molto estesa (uscì infatti nel 1997 e da alcune informazioni nel libro si può intuire che narra fatti accaduti nel 2008 e nel 2010, un futuro che quindi noi abbiamo già attraversato, un po’ come in 1984 di Orwell). Non ci sono date precise, perché nell’America di Infinite Jest il calendario non si basa più su successioni numeriche bensì su oggetti simbolici, oggetti della pubblicità come il sapone Dove in formato prova. Il presidente degli Stati Uniti è un ex cantante ossessionato dall’igiene personale. Non è altrettanto attento però alla pulizia del suo paese, visto che tutti i rifiuti sono ammassati in una mega discarica al confine con il Canada. Tutto il Quebec in realtà è diventato una discarica contenente anche rifiuti tossici e scorie nucleari, che provocano gravi malformazioni alle popolazioni limitrofe. Provocano anche la rabbia di un gruppo di terroristi, gli “assassini sulla sedia a rotelle”, che vogliono vendicarsi degli ex U.S.A. per l’inquinamento subito. Ex, perché l’acronimo adesso è O.N.A.N. (Organisation of North America Nations), una confederazione che comprende gli Stati Uniti, il Canada e il Messico. Solo che il Canada non riconosce il Quebec come proprio territorio mentre gli Stati Uniti ritengono sia responsabilità dei canadesi tenere d’occhio i terroristi. Insomma, si rischia una guerra per la gestione dei rifiuti. In questo contesto neostorico inizia a circolare un film (intitolato appunto Infinite Jest) che rappresenta l’intrattenimento perfetto e  al contempo la droga più potente, in quanto chi lo vede entra in uno stato catatonico e perde interesse per qualsiasi altra cosa che non sia la visione perpetua del film. Questo è solo lo sfondo, poi in primo piano agiscono diversi personaggi, in particolare Hal Incandenza e Don Gately. Foster Wallace ha costruito una distopia postmoderna e il risultato è che la sua opera ci appare come una grande allegoria della contemporaneità occidentale.

 

Lorenza Bennardo segnala
Kazuo Ishiguro, Non lasciarmi, Einaudi, 2007, 291 pagine.

9788806190453Da tanto tempo non mi capitava – o forse non mi era mai capitato – di volere qualcuno accanto mentre finivo di leggere un libro. Volevo qualcuno da guardare con la coda dell’occhio mentre scorrevo le ultime pagine, e invece ero sola, in biblioteca, con la luce al neon, i tavoli grigi, le facce sconosciute.
Sola con due protagonisti sconfitti che si separano. O forse amaramente vincitori, perché hanno avuto quello che altre creature come loro non hanno avuto: un’infanzia, un’adolescenza. Un amore e un’amicizia contrastati – addirittura un triangolo – e dei ricordi. Un’esistenza a forma di vita nel mondo a parte al quale sono stati destinati: un mondo in cui, tempo prima, gli adulti raggelavano all’idea di toccarli, in cui loro – gli studenti – sapevano con imbarazzo e disagio di dominare quegli stessi adulti e i loro inquietanti segreti.
Questo romanzo nasce nel punto in cui l’ultima tentazione e l’estrema conquista della scienza umana – la ri-creazione dei propri simili – sconfina nell’abisso inquietante delle sue conseguenze. Nel mondo altro di Ishiguro non c’è né violenza né scrittura definitiva alla maniera orwelliana: c’è una desolazione soffusa, un pantano di angosce sospese e di continue domande. Soprattutto, c’è tanta paura. Dal punto di vista narrativo, che cos’è che genera così tanta paura? In primo luogo i paesaggi nebbiosi, definiti ma indefiniti, che incombono ma si vedono appena, vasti come se l’Inghilterra fosse un continente intero e non un’isola, in fin dei conti, minuscola.
I personaggi, come i luoghi, sono circondati da un anello di vuoto. C’è vuoto attorno ad Hailsham, la scuola degli “eletti”, che è in questo mondo ma è un altrove, circondata da un bosco che è insieme orizzonte e confine. C’è vuoto attorno alla macchina di Kath, la voce narrante, l’unica dei tre protagonisti in grado di farsi strada – di sopravvivere – nel mondo adulto, nel piattume delle autostrade inglesi, nel compito di accompagnare i suoi simili verso la morte.
C’è poi un orrore verbale, che viene da tutte quelle parole, prima insinuate con parsimonia, poi sempre più frequenti, che hanno a che fare con il destino – l’esistenza – degli studenti: donazione, badante, ricovero, completare. L’orrore viene anche dai silenzi che si addensano, visibili e riconosciuti, attorno al per come e perché gli studenti sono stati “portati in questo mondo”. Forse viene dalla stessa espressione “portati in questo mondo”.
Alcune spiegazioni troppo lunghe e non necessarie ovattano la tensione del romanzo, verso la fine; ma dopo la separazione dei protagonisti, dopo l’ultima riga, la paura è intatta. Come davanti a uno specchio che riflette un’immagine perfetta e inquietante, ci chiediamo cosa sarebbe di noi se non fossimo noi a decidere.
In fondo, la solitudine è stata il modo migliore – il posto migliore – per iniziare, attraversare, finire Non lasciarmi.

 

Tiziana Buda segnala:
Murakami Haruki, 1Q84. Libro 1 e 2. Aprile-settembre, Einaudi, 2013, 722 pagine.
Murakami Haruki, 1Q84. Libro 3. Ottobre-dicembre, Einaudi, 2013, 400 pagine.

9788866213376Non si lasci ingannare dalle apparenze. La realtà è una sola.”

Leggere Murakami lascia sempre senza fiato. 1Q84 è un romanzo profondo, avvincente e imprevedibile, in cui l’autore ha sapientemente mescolato universi differenti: dalla storia popolare del Giappone, alla sua vivace contemporaneità, con riferimenti alla letteratura occidentale e orientale. Pubblicato tra il 2009 e il 2010 ci regala un mondo onirico, malinconico, innegabilmente irrisolto.
I due protagonisti, Aomame e Tengo, compiono un viaggio, per così dire, “al di là dello specchio”, approdando in un mondo in cui le regole del senso comune hanno iniziato ad allentarsi. Spesso nei romanzi di Murakami sono proprio i dettagli a segnare il passaggio dalla realtà alla dimensione onirica. L’1Q84, piacevole suggestione orwelliana, è l’universo in cui splendono due lune, in cui i Little People, misteriose creature che si celano nel corpo umano – come parassiti – sembrano manovrare le azioni del Leader del Sakigake, un’inquietante e potente setta religiosa. La barriera che separa il 1984 dall’1Q84 deve infrangersi e spetta proprio ad Aomame e Tengo impedire che ciò avvenga. I loro destini sono sempre sul punto di incrociarsi per potersi finalmente compiere, ma ostacoli ed enigmi sembrano immancabilmente impedirlo.
In una Tokyo dura, sola e caotica l’unico spiraglio di speranza è dato dall’amore puro e nostalgico, capace di attraversare due universi per potersi realizzare.
La grandezza di Murakami sta proprio nel tenerci costantemente sulle spine, partecipi, assetati. Nell’insegnarci che siamo noi a decidere cosa è reale, ed in fondo è proprio questa la sostanza di ogni storia (scrittori e lettori lo sanno bene).
Dall’autore di Norwegian Wood, l’ennesimo romanzo che colpisce il cuore e con un tocco di fantasia dipinge la realtà come essa appare, grigia, imperfetta, ma ancora ricca di potenzialità.

 

Annalisa Scarpa segnala:
Yves Grevet, Méto. La casa, Sonda, 2010, 256 pagine.

9788871065953Distopico, ovvero oppressivo, asfissiante, inquietante. Una società eccellente dal punto di vista funzionale, regolata come una macchina, precisa come un orologio, rigida come la disciplina di un orfanotrofio che ha il nulla tutt’intorno e prima. E ovviamente anche poi. Perché quando il tuo letto si rompe, perché sei troppo grande, cosa mai ti potrà aspettare? Tutto finisce, è chiaro, non c’è nient’altro da attendersi, e perciò nel frattempo è bene rispettare le regole, parlare poco o meglio non parlare, non farsi notare, accettare volentieri i pasti e le medicine. Non farsi troppe domande, anzi: non fare mai domande, accettare il potere dei più grandi, la totale assenza di un mondo “là fuori”, qualsiasi contatto che non sia la lotta corpo a corpo di una partita di inche. Eppure, se per una volta non si rispettasse l’ordine di tenere gli occhi chiusi, cosa potrebbe succedere? Qualcuno dei segreti della Casa potrebbe trasformarsi in un’intuizione, in una cospirazione, in un tentativo di fuga, se solo almeno uno dei ragazzi fosse così sveglio, coraggioso o disperato da credere che una ribellione sia possibile. Distopia, quindi, non esclude l’utopia, semplicemente la cala in un contesto di grande pressione psicologica e talvolta anche fisica, in una realtà apparentemente senza via d’uscita, dominata dal controllo, dal metodo, dal rigore.
Metello, per tutti Méto, è un idealista, un sognatore, un temerario, uno sveglio che risolve e enigmi e misteri. Ma è prima di tutto un ragazzo della Casa, conosce bene le regole e sa cosa comporta infrangerle. Sa che anche l’infrazione è in realtà un margine concesso dalle regole stesse, solo che ha un prezzo. Quello del frigo, ad esempio, non una metafora ma una vera e propria permanenza alle basse temperature, un rigore non solo metaforico, e non importa se si tratta di bambini. Méto vorrebbe cambiare le cose, si sbilancia in promesse, ha a disposizione un’intera trilogia per riuscire nel suo intento, ma anche per imparare ad essere come chi ha il potere, a fingere come loro, a manovrare come loro. Il risultato è un esperimento del tipo: prendete Harry Potter e Il signore delle mosche, un autore francese e nessuna ragazza tra i personaggi (almeno per un libro e mezzo), aggiungete un po’ di Orwell e forse un po’ di Matrix, schiacciate bene e state certi che vedrete il sangue. Una distopia con tutti gli elementi del genere: una società “ideale” assolutamente spaventosa, costrittiva, illiberale, un’isola deserta e un mondo postapocalittico; un universo completamente in pressione, teso e in tutti i sensi forzato.
“Forzato”, che è un sinonimo di “prigioniero”, è anche la caratteristica di un meccanismo narrativo che porta alle estreme conseguenze le condizioni psicologiche, umane, sociali assunte come premesse. Così forzato da lasciar sospettare la presenza di qualcosa dietro. Non un motivo di rimprovero ma decisamente un merito per Yves Grevet, che in questo primo volume della trilogia dà il suo meglio, portando il lettore con Méto nella Casa, a lasciarsi turbare il sonno e le giornate dalla paura di sbagliare, dal sentimento di essere controllati, manovrati, intrappolati, in un sistema oppressivo al punto da augurarsi che ci sia davvero qualcosa dietro, per avere, se non la libertà, almeno il conforto di un qualsiasi senso.

 

 

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