CAMing-out-dolce-dormire

Romanzi sul sonno e sul sogno: mondi onirici, realtà parallele e ponti che conducono a un passo dalla morte, mentre è dolce dormire.

Alice Campagnaro segnala: 
Yasunari Kawabata, La casa delle belle addormentate, Mondadori, 2001, 224 pgg.

Copertina La casa delle belle addormentateDa uno dei maestri della letteratura giapponese ci arriva una storia strana, scritta nello stile estremamente preciso, attento ai dettagli, tipico della rarefatta e cristallina estetica giapponese, per la quale ogni gesto quotidiano è un’opera d’arte e la bellezza è in ogni cosa, nell’essere e nel farsi di ogni cosa. E tuttavia, proprio per questa meticolosa descrizione dei gesti e delle ombre che passano sui volti, le vicende del protagonista (Eguchi) nella casa delle belle addormentate sono immerse in un’atmosfera lenta, trasognata, ovattata. Il sonno la fa da padrone, e non solo nella costruzione della storia: la percezione del reale di Eguchi – e del lettore attraverso gli occhi di Eguchi – sembra sempre affaticata, offuscata da un velo di nebbia, impedita dalla lentezza torpida dei movimenti. La delicatezza e la dolcezza con cui le parole dipingono le scene portano sempre con sé della malinconia.
La “casa delle belle addormentate” altro non è che una singolare casa di piacere per uomini anziani, nella quale “dormire” non è un eufemismo: i vecchi pagano per passare la notte dormendo accanto a bellissime fanciulle nude pesantemente sedate. Le regole da osservare per dormire con le fanciulle sono ferree: non bisogna far loro del male, né tentare di svegliarle per avere con loro un rapporto intimo. Eguchi, notte dopo notte, osserva le fanciulle, la loro sensualità narcotizzata, la perfezione estetizzante di ogni dettaglio del loro corpo; all’inizio prova a parlare loro, poi si rassegna e si limita a guardare, toccare la pelle tiepida, annusare odori insospettati (come quello, di latte e neonato, della prima con cui dorme). Eguchi capisce che il piacere è dato dalla possibilità di addormentarsi, dormire e risvegliarsi sentendo accanto a sé una presenza giovane, calda, profumata; poterla stringere tra le braccia nell’illusione di non essere soli, di non essere vecchi e prossimi alla morte. Eppure Eguchi non ci crede, non si abbandona mai del tutto: non riesce a non sentire in sé il nulla, che pure tenta di obliare tornando ogni sera in quella casa. La morte, sorella del sonno, incombe come una presenza sottile per tutto il corso del romanzo, e alla fine si palesa, mostrando il suo volto mostruoso per ben due volte nel giro di poche pagine; la falce impietosa continua a colpire, e non può essere allontanata nemmeno dalla più fragrante carne di giovane donna.

Tommaso De Beni segnala:
Lewis Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie – Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò, BUR, 2012, 243 pgg.

Copertina Alice nel paese delle meraviglie - Attraverso lo specchioIl sonno e la morte sono dei ponti paralleli verso realtà diverse da questa. Il sonno e i sogni sono spesso anche un rifugio. Non so se la vera Alice avesse qualcosa o qualcuno da cui scappare. L’Alice del libro scappa dalla noia e dal torpore di un pomeriggio estivo, si addormenta senza rendersene conto e ci accompagna nel trip più famoso della storia della letteratura (secondo forse solo alla Divina Commedia). Un classico moderno, tradotto in Italia da autori e critici come Aldo Busi e Alessandro Ceni (e la traduzione stessa di quest’opera è un’avventura non da poco), le cui edizioni sono accompagnate sempre da bellissime illustrazioni. Ma ognuno ha i suoi sogni e quindi sarebbe meglio che ciascuno disegnasse nella sua mente queste storie a modo suo. Carroll, molto prima dei surrealisti, costruisce il fantastico attraverso l’uso della lingua e la sovversione semantica. In questo modo cerca di rappresentare il linguaggio dei sogni, fatto di immagini ma anche di frasi e parole la cui comprensione ci arriva attraverso vie oblique. Ed ovviamente non è detto che si debba per forza cercarne il senso. Alice ci regala un paradosso che arriva fino a Infinite Jest: «Come faccio ad essere l’Alice sbagliata, se sono io che sto sognando?». A questo proposito Attraverso lo specchio ha un finale degno di Inception: Alice crede di tenere in mano la Regina Rossa e invece tiene la sua gattina. A questo punto si rende conto di essersi svegliata. Ma si chiede se sia stato tutto un sogno oppure no. E, in ogni caso, chi è stato a sognare? Alice sostiene: «o sono stata io o è stato il Re Rosso, per forza.» Poi interviene l’Autore in persona: «E voi, chi pensate sia stato?» lasciando i lettori con questo interrogativo. Insomma, realtà o finzione? Quali sono i limiti? Siamo davvero padroni dei nostri sogni o è possibile essere degli attori nei sogni altrui? Quel che è certo è che prima o poi c’è il risveglio. Per dirla con i Van Halen: “Dream another dream. This dream is over.”

Nicolas Alejandro Cunial segnala:
Yasunari Kawabata, La casa delle belle addormentate, Mondadori, 2012, 236 pgg.

Copertina La casa delle belle addormentateNon solo quest’opera ha in parte contribuito all’assegnazione del primo premio Nobel per la letteratura ad un autore nipponico, ma ha anche ispirato un altro premio Nobel, Gabriel Gárcia Márquez, per la trama di uno dei suoi romanzi. In questo libro, pubblicato nel 1961, Kawabata narra – con una scrittura assolutamente disancorata dalle abitudini del periodo – la storia di Eguchi, un vecchio preda della nostalgia per la sua giovinezza e alla disperata ricerca di contatto umano. Si rivolge allora ad una locanda dove gli uomini, dietro compenso, possono dormire al fianco di giovani vergini addormentate, senza poter però avere rapporti con loro e toccandole solo il minimo possibile, così da non svegliarle.
Eguchi diventerà dipendente della carne calda che si riposa al suo fianco, che lo conduce in un viaggio interiore tra i meandri del suo passato, facendogli rimembrare la giovane donna con la quale avrebbe voluto fuggire e di cui ora sa solo che – in qualunque posto sia – non è lì con lui. Eguchi intraprende così un cammino lungo un percorso in cui non ci sono mura se non quelle imposte dalla propria coscienza, e in cui i rimorsi sono ostacoli da superare per arrivare alla meta, che è l’accettazione dei propri errori, delle azioni compiute e del tempo come entità che non si può riavvolgere, che ha vita propria e non aspetta.
Kawabata, padre della letteratura contemporanea giapponese nonché mentore letterario di un altro grande scrittore nipponico, Yukio Mishima, con questo romanzo breve (poco più di un centinaio di pagine: nell’edizione Mondadori sono presenti altri due racconti: Uccelli e altri animali e Il braccio) non solo ci mette di fronte all’arduo compito di andare oltre le parole scritte, di leggere fra le righe, nei contorni e attraverso la carta, ma ci mette a confronto con la triste realtà della solitudine e del rimpianto, per capire che un Eguchi si insinua in tutti noi e che prima o dopo dovremo fare i conti con lui, e imparare a dormire al suo fianco.

 

 

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