CAMing-out-euro-2012

Abbiamo giocato ad abbinare ai calciatori dell’Europeo 2012 un romanzo che potrebbero aver scritto, o quantomeno aver letto, o che in qualche modo parla di loro – anche se non lo sanno.

 

Isacco Tognon segnala: Antonio Cassano
Marlo Morgan, E venne chiamata due cuori, BUR, 2012, pgg 219.
Milan Kundera, La lentezza, Adelphi, 1995, pgg 158.

Cassano Chissà se due cuori possono bastare, se la duplicazione contiene in sé un potenziamento dell’uno; quello, per intenderci, che ha fatto il pazzerello l’ottobre scorso dopo Roma-Milan. Un piccolo intervento e un lungo recupero, riprendere in silenzio e poi su fino agli Europei.
Cassano, il talento di Bari vecchia, è stato costretto da un’aritmia a stare mesi fuori dal campo, ad affrontare un cammino nel deserto della degenza, ben diverso dalla traversata nel deserto australiano di cui parla la Morgan, 2000 chilometri in quattro mesi. Per Fantantonio la conta dei mesi si è fermata al quinto, poi è tornato in campo. Non ha brillato. Un gol di testa all’Irlanda, qualche invenzione, ma soprattutto lentezza. Cassano è lento e ha poco fiato. Si accende e si spegne, ma i polmoni – stavolta niente di strano – sono sempre due; due come i tempi che il mister gli fa giocare, più o meno, a ogni partita. E noi lì a pensare che non basta, che la fantasia potrebbe essere sacrificata all’atletismo, allo stato di forma. Prandelli crede invece nel suo cuore modificato, un secondo cuore diverso dal primo, anche se non ha ancora restituito al suo piedistallo il genio di Antonio. Gli sembra che dare fiducia a quel cuore sia un dovere, un presentimento; che sia, in fin dei conti, la cosa giusta da fare. Fiducia a Cassano, allora, anche se ormai sembra chiaro che anche De Andrè può cadere in fallo, che non si può più pensare: “dai Diamanti non nasce niente”.
Cassano rimane lì, dove è stato messo, come è stato pensato. Corre al piccolo trotto ma, ora sì, è sempre acceso, va avanti fin che ce n’è. Gioca, inventa, fa un assist di quelli che aprono il cuore, di quelli che sono un invito per la testa. La crapa in questione è la pelata cum cresta di Balotelli, e per matta che sia, quella testa, ce la teniamo stretta. Perchè i gol alla Germania, diciamolo, fanno perdonare: si passa oltre.
L’orso che aveva predetto la vittoria dell’Italia in semifinale (lo zoo è quello di Gelsenkirchen, il polpo Paul può vantare ora una discendenza oracolare di grande levatura), si chiama Antonia. Un cerchio si chiude, si trattiene il fiato.
Malgrado tutto, si palpita, ognuno col cuore che ha, fino a domenica.

Tommaso De Beni segnala: Emanuele Giaccherini
Charles Perrault, Cenerentola, Gallucci, 2012, pgg 24.

GiaccheriniÈ vero, da quando Prandelli l’ha tolto dagli undici titolari l’Italia ha ottenuto la qualificazione ai quarti e poi alle semifinali, ma ciò non toglie che la sua storia sia particolarmente significativa. Del resto fare il terzino non è il suo ruolo. Tre anni fa questo giocatore stava in serie C, e adesso è uno dei protagonisti degli Europei. Merito di Conte, che l’ha voluto alla Juve alla faccia dei venticinque milioni di euro per Melo, e di Prandelli, che l’ha convocato (anche se fare la formazione della nazionale calcandola su quella della Juve ormai è un’usanza consolidata). Non importa se l’Italia riuscirà a vincere gli Europei oppure no, esserci è già una gran cosa. Del resto prima di partire c’era chi voleva che l’Italia si ritirasse per via del calcioscommesse, e dopo la gara con la Croazia tutti a parlare di biscotto e di fallimento. Adesso invece sono tutti tifosi. E quando finirà tutti torneranno a parlar male della nazionale e dei calciatori. Ma la storia di Giaccherini resta un bell’esempio di umiltà e abnegazione. C’è bisogno della fata buona e del principe azzurro, ma la pazienza e il merito prima o poi premiano.

Giulia Cupani segnala: Jesus Navas

Vitaliano Brancati – Il bell’Antonio, Bompiani, 1998, pgg 286.

La bellezza, nella vita, conta. E’ un pregio, un vantaggio, un privilegio, un’eredità immeritata o un dono della sorte. Sta negli occhi di chi guarda, o almeno così dicono, ma a volte è anche qualcosa che si mette in luce da subito in maniera troppo evidente, impossibile da non notare, da scavalcare, come una promessa implicita che sì è tenuti per forza di cose a mantenere, volenti o nolenti.
È una bellezza così, quella di Jesus Navas, uno di quegli uomini capaci di farsi notare alle sette di sera di una domenica pomeriggio qualsiasi, mentre si sta su un divano con un libro e un pc dentro cui scorre, senza audio, una partita poco considerata. Per caso si alza lo sguardo, solo per un secondo, e si coglie di passaggio la corsetta lenta del giocatore appena entrato in campo, fresco di sostituzione. Semplicemente bellissimo, dentro la sua maglietta rossa. E così, per gioco, si finisce per fare il tifo per lui, in cambio solo di un colpo d’occhio casuale su quella bellezza tanto effimera, non sostenuta da nessun fatto concreto, da nessuna abilità particolare, da nessun merito capace di mettersi in evidenza di per sé. Lo si fa per gioco, certo, senza credere nemmeno per un momento che questa cosa abbia un valore. Ma lo si fa anche, inevitabilmente, per necessità. Una bellezza così fa sempre quest’effetto, è una bellezza che ha passato il confine, che nel suo essere esagerata, troppo evidente, arriva ad essere una sorta di condanna sottile, e incerta, e proprio per questo inesorabile e impossibile da schivare, pesante e impalpabile insieme.
L’abilità calcistica di Jesus Navas, e la sua bellezza, lo portano dritto nell’universo catanese di Vitaliano Brancati, in quel mondo più vero del vero in cui l’apparenza inchioda al cuore di quello che si deve essere, e in cui la bellezza finisce per essere davvero una condanna a cui è impossibile sottrarsi, un nodo di dovere e di impossibilità, di muri impossibili da abbattere. Una prigione dalle sbarre implacabili e invisibili come quella che, nel romanzo di Brancati, rinchiude Antonio Magnano, “bello da far rigirare le processioni” e dolorosamente, implacabilmente, scandalosamente impotente. “Il bell’Antonio” è una piccola meraviglia di personaggi e di intrecci elementari, una storia semplice in cui ognuno ha la sua parte in commedia, e la recita come può, e in cui ogni scambio tra gli attori finisce a segno, arriva dritto dove deve andare, preciso e perfettamente calibrato.
Del calciatore Jesus Navas non so nulla, non conosco nulla che vada al di là di quell’occhiata effimera sulla sua bellezza lontana e priva di senso. So, però, che dopo la sostituzione, in quella domenica pomeriggio, non ha più giocato nessuna partita. Domenica, in finale, forse ritornerà in campo, insieme ai suoi occhi azzurri. Ma, più probabilmente, rimarrà in panchina, perfetto e immobile nella sua maglietta rossa come un quadro che non si può scomporre, impotente all’azione e chiuso in quel suo guscio di semplice, perfetta, crudele bellezza inutile.

Alberto Bullado segnala: Mesut Özil
Fabio Volo, Esco a fare due passi, Mondadori, 2010, pgg 162.

Dopo aver letto l’outing della nostra Giulia, qualcuno potrebbe pensare che, per contraltare, abbia deciso di scegliere come giocatore Mesut Özil, centrocampista offensivo della Germania, semplicemente perché si tratta del più brutto dell’Europeo. Qualche veneto nativo credo che comprenderà l’espressione “siera da scorexe”. Per gli altri, beh, si accontentino di quegli occhioni bovoli, il volto malaticcio e quel sudore che cola quasi fosse liquido necrotico stillato da un eroinomane in aceto. In parte è così, Özil è brutto e l’ho scelto anche per questo. Anche se in realtà le mie intenzioni sono un po’ più sottili. Un po’ perché l’avevo nominato su Facebook pronosticando una vittoria della Germania contro l’Italia per 1 a 0 (gol appunto di Özil, che peraltro ha pure segnato) – pronostico squallidamente scaramantico – un po’ perché avevo intenzione di abbinarlo ad un romanzo del nobel Orhan Pamuk (tipo il Castello Bianco, infatti Özil è di origini turche), un po’ perché mi andava di prendere per il culo un tedesco, per ovvi motivi che di certo i più condivideranno. Esco a fare due passi è un titolo che ben si abbina a quel gesto della mano a quattro dita che oscilla e che si accompagna a sarcastici sbraiti animaleschi (del tipo: “A casa e zitti”) che tanti italiani avranno esibito davanti alla tv. Ecco, quel libro lì, che ho letto per davvero, nel quale il suo autore descrive il primo orgasmo, non fai da te, concepito copulando tra le natiche di una malcapitata e il materasso al cospetto del poster di Vasco, illudendosi, in questo modo, di aver perduto l’innocenza, anziché qualche milione di potenziali se stessi. Quell’autore che ora vende un casino di libri e che in quel suo romanzo d’esordio ha voluto pontificare su “relazioni sentimentali yogurt”, vale a dire a bassa scadenza, e su altre fondamentali amenità. Ma questo romanzo, summa di una serie di affettuose e disarmate mediocrità – come non se ne vedevano dai tempi dei primi 883 – vuole anche essere il memento di una serata particolare, che vorrei ricordare soprattutto per il gol di Özil: sterile marcatura, utile solamente a sporcare una predominanza assoluta sul taccuino dell’arbitro.
E sia ben chiaro che scrivo tutto questo da tifoso che mostra la ridicola cresta del vincitore e che esibisce una sfacciataggine da bullo di periferia. Quel senso di rivalsa di un paese vittima di un latente inferiority complex nei confronti di una nazione più potente, diverso dalla rabbia vendicativa del 2006 urlato nella notte magica di Dortmund dopo il gol di Grosso. Vale a dire quell’arroganza spicciola e becera, tipicamente italiana, che questa sera individui spregevoli come il sottoscritto hanno trasudato a fontane, quasi si fosse trattata di un’eiaculazione collettiva. Quella tracotanza vile, pecoreccia ed intimamente razzista (o antieuropeista?) di un popolo funestato da una deriva direi quasi antropologica, ma almeno per una notte in festa, malgrado la crisi. Quella prepotenza che ti fa urlare – una birra in mano, l’altra allacciata al collo di qualche tuo amico – “Krukki fuori dall’Euro, faccia di Merkel!”. Oppure cose come: “Abbiamo vendicato la Grecia!”, sorella del debito tanto quanto l’arcinemica Spagna, presi da un acme patriottico talmente straripante, da prendere persino in causa i dolorosi patemi altrui, manco fossimo partigiani pronti per partire verso Atene.
Perciò il parallelo è presto detto: un giocatore preso a simbolo dei nostri lazzi impietosi, abbinato ad un libro scritto e pubblicato senza che nessuno ne sentisse il bisogno. Inutile, come quell’ultimo rigore del turco-tedesco, in patria poco amato da certi lettori del Mein Kampf (“non vogliamo kebabbari in nazionale”) che tanto ricordano certi ultras azzurri, infelici di vedere un negro con la maglia dell’Italia (e non faccio nomi, ma di certo non parlo di Ogbonna).
Insomma: mi va di esibire quel sentimento che riempie ma che in realtà è velleitario, inutile e banale come certi libri, certo culturame da autogrill, certi sentimenti nazionalpopolari e certi luoghi comuni. Veri, ma non sempre. Vedi quella massima che dice: «Il calcio è uno sport semplice: si gioca in undici contro undici e alla fine vincono i tedeschi». Frase passata alla storia della letteratura calcistica. Ma chi l’ha detta? Gary Lineker, attaccante inglese degli anni ’80. Già, inglese. Infatti abbiamo mandato a casa pure loro.

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