CAMing-out-finali-deludenti-final-cut

Romanzi rovinati da un finale deludente, storie che si concludono con un’occasione perduta, un colpo di scena sprecato, un assolo finale che termina in una stecca.

 

Nicolas Alejandro Cunial segnala:
Paul Auster, Trilogia di New York, Einaudi, 2005, 316 pgg.

Tutti noi sappiamo quanto il finale sia importante, a volte persino più importante dell’intera trama. Possibile? Eppure ci sono casi (come Survivor di Palahniuk) in cui il finale è svelato fin dalle prime pagine, e la trama consiste appunto nell’arrivarci, a quella fine. Meglio un finale svelato o un romanzo senza fine? Un brutto finale può rovinare tutto il libro, ma anche la totale assenza di un finale può far danni. È il caso di Trilogia di New York di Paul Auster. Il libro, che raccoglie tre storie apparentemente diverse (Città di vetro, Fantasmi e La stanza chiusa) ma in realtà legate tra di loro, dovrebbe essere una specie di giallo, o, seguendo le indicazioni sulla copertina, una “detective story”, con un piccolo difetto: manca il colore. Nei gialli classici dovremmo trovare un morto, o un mistero da svelare, mentre qui tutto sembra dato per già conosciuto, e ciò che ancora non si conosce non verrà svelato.

Il primo racconto, Città di vetro, permette di essere piuttosto positivi ad un primo impatto. Auster si inserisce fin dalle prime pagine come personaggio secondario e descrive una New York fatta di neon che illuminano solo pezzi d’anima e mai corpi interi. Così il lettore legge, legge, legge. E basta. Non capisce: c’è il mistero, si aspetta che il mistero venga svelato e poi… niente! Finito il racconto, si passa al prossimo: Fantasmi. Siccome a lasciare un libro a un terzo ci si sente male con se stessi, si continua a leggere, leggere, leggere… puff! Finito il racconto. Non c’è una vera e propria trama, Fantasmi è verosimilmente un interludio. Leggiamo anche La stanza chiusa: l’inizio pare avvincente – o forse ce lo si fa piacere a forza, giusto per finirlo in fretta – e c’è anche un collegamento con la prima storia! Forse però l’ha scritto per sbaglio, perché non c’entra niente. Insomma, la storia la conoscete: si legge, legge, legge e… puff! Finito! E il finale? Nemmeno uno. Beh, che voto pretendete che dia a questo libro, da uno a dieci? Io vorrei continuare ad essere coerente col numero di finali: nemmeno uno.

Annalisa Scarpa segnala:
Euripide, Alcesti, Marsilio, 2001, 302 pgg.

Fenomenologia della delusione di fronte ad un finale: due i casi più diffusi, quasi oggettive ragioni di reclamo contro l’autore che non rispetta i patti. Primo: il finale non è in linea con le premesse del testo, è affrettato, incoerente, posticcio. Il lettore grida alla banalità, si dice d’aver sopravvalutato l’autore, si ripromette di non concedergli fiducia – mai più. Secondo: il finale è un pugno sui denti, la storia “finisce male” e la ragione del lettore combatte con la sua emotività. Il lettore fa l’offeso come un bambino mandato a letto; qualche volta sente l’empatia con l’autore, come se entrambi lasciassero a malincuore i personaggi. Ma, cosa vuoi, comunque “ci son rimasto male”.

Alcesti non è un caso né l’altro. Il finale non è solo adeguatamente preparato, ma viene perfino annunciato nel prologo: Apollo si oppone da subito a Thanatos, la morte, da subito cerca di fregarla. Non ci riesce, allora fa di meglio: profetizza che, in qualche modo, Alcesti troverà salvezza. E il finale arriva: non solo secondo le premesse, ma pure lieto. E allora? Ecco il punto: Alcesti è una tragedia che finisce bene.

Ma facciamo un passo indietro. Siamo a Fere, in Tessaglia, dove il re Admeto lamenta incessantemente la sua sventura: sua moglie Alcesti, la più fedele tra le donne, ha accettato di morire al posto suo. In una tragedia come si deve, come minimo Admeto verrebbe punito doppiamente, perché oltre ad essere un vigliacco ha anche il coraggio di recriminare a lungo e da più parti, perfino con lei: “Non puoi abbandonarmi!”. Ma caro Admeto, te la sei voluta tu, o no? E il nucleo tragico c’è: imparare attraverso la sofferenza, l’immancabile “finalmente capisco”. Punto per Euripide. Succede che, nel mezzo del lutto, arriva anche Eracle, e l’ospite non si può certo cacciare. Admeto minimizza ma viene scoperto, Eracle allora le suona a Thanatos e gli riconsegna Alcesti (ma non prima che lui le abbia dichiarato la sua fedeltà si sia mostrato altrettanto nobile). Happy ending ma non a sorpresa, soprattutto considerando che questa tragedia prese il posto di un dramma satiresco, con lo scopo dichiarato di risollevare gli animi. Insomma, Euripide sa quello che fa e anzi innova consapevolmente il genere. Altro punto per lui. Ma il fatto è che Alcesti sembra ancora una statua, il finale rimane incredibile e un po’ inquietante. Trovarsi in una fiaba col nome di tragedia lo è altrettanto. Lo so, eravamo stati avvertiti. Ma, cosa vuoi, “ci son rimasta male lo stesso”.

Valentina Mele segnala:
Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, Mondadori, 2008, 304 pgg.

primo romanzo di Paolo GiordanoPremettendo le mie numerose riserve nei confronti del boom letterario scatenato da questo romanzo, a mio parere Giordano si inserisce felicemente in questo CamingOut!, per un progressivo sgretolamento di buoni propositi che potevano essere avvistati in apertura d’opera. La solitudine dei numeri primi si propone volutamente come un romanzo “diverso” : Alice, anoressica e rovinata nel fisico a causa di un incidente sciistico e Mattia, con una colpa insostenibile sulla coscienza, che si rifugia nel mondo dei numeri, ordinato e controllabile.

Insomma, come Giordano ci vuole far credere, i due sono vicini nelle sofferenze e nella solitudine, ma non abbastanza per toccarsi. Se inizialmente appare vincente la strategia letteraria che vuole analizzare peculiarmente i comportamenti e le reazioni di questi personaggi, è con ogni probabilità questo il punto nodale che fa crollare lo scenario complessivo, perché il lettore è costretto a trascinarsi in un crescendo di ansie e patemi d’animo. Quest’angoscia è inizialmente provocata da una serie di eventi infelici che sono parte fondante della trama, ma poi la frustrazione aumenta esponenzialmente in corrispondenza dei salti temporali operati dall’autore: il lettore non riscontra nessuna maturazione e nessun progresso nelle situazioni e nelle atmosfere che avvolgono i personaggi, anche se queste si ripropongono a distanza di anni.

Alice e Mattia crescono, ma sono sempre meno umani e sempre più fantocci, statici nei loro comportamenti fino a diventare inverosimili e patetici. Una climax di trecentoquattro pagine crea senza dubbio una forte aspettativa nel lettore, che insieme ai due protagonisti soffre e un po’si dispera, per poi ritrovarsi tra le mani un finale aperto di cui non sa bene che farsene. Ciò che rende apparentemente vincente il romanzo è l’idea originaria dei numeri primi, di sicuro brillante e particolare, ma non a tal punto da costringere il lettore, privato di un finale senza nervo, a ricercare il senso ultimo della vicenda nel titolo.

Tommaso De Beni segnala:
Stephen King, L’ombra dello scorpione, Milano, Bompiani, 1995, 929 pgg.

Non so se lo sapete, ma a Stephen King cambiano spesso il finale. Saranno una quarantina o anche di più infatti le trasposizioni cinematografiche e televisive tratte dai suoi romanzi e racconti. E di queste, molte hanno un finale diverso rispetto alla versione cartacea. I registi, soprattutto se famosi (come nel caso di Kubrick) tendono quindi a cambiare la storia. Non so il motivo preciso, ma può darsi che ritengano il buon vecchio Stephen non in grado di inventarsi delle conclusioni all’altezza del resto della trama. In alcuni casi sbagliano, come per esempio con The mist: nel racconto il finale è aperto e ricorda quello de Gli uccelli di Hitchcock, mentre nel film di Darabont il finale è a mio avviso gratuitamente crudo e violento. Spesso però King ha il vizio, soprattutto nei romanzi, di concludere troppo sbrigativamente. È il caso di The Stand (in italiano L’ombra dello scorpione), un colosso scritto nel 1975 e rivisto ed ampliato nel 1988 che sfiora adesso le novecentotrenta pagine. Il tema è apocalittico, lo svolgimento è epico e manicheo:l’errore di un computer e l’ingenuità umana liberano un virus mortale che nel giro di pochi mesi falcidia quasi tutta l’umanità. I sopravvissuti fanno dei sogni strani e si dividono in due gruppi: da una parte il Bene, dall’altra il Male. Queste due espressioni della ricostituita società umana si fronteggiano per tutto il libro fino allo scontro finale. Nel mezzo ci sono amori, sacrifici, tradimenti. È un po’ come la Bibbia. Ma ripensandoci adesso, dopo l’entusiasmo con cui lo lessi a diciassette anni, il finale è un po’ deludente. La battaglia finale infatti si conclude con la classica esplosione purificatrice che risolve tutti i problemi. Dopodiché c’è un appendice, il vero colpo di scena finale, in cui sostanzialmente si scopre che s’è fatto tanto rumore per nulla. Insomma ti lascia l’amaro in bocca, un po’ come il film L’esercito delle 12 scimmie di Gilliam. Ma in quel caso secondo me ci stava perfettamente. Un altro film che nel finale ci assomiglia è Il tocco del male con Denzel Washington. Nel film a puntate tratto da L’ombra dello scorpione mi pare di ricordare invece che non ci sia l’appendice in cui si scopre che il cattivo non è sconfitto (non a caso si parla di eterna lotta tra il Male e il Bene) e che tutto ricomincerà daccapo.

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