CAMing-out-fulminanti-incipit

Romanzi capaci di “agganciare” il lettore fin dalle prime parole, frasi di esordio che brillano per efficacia ed esattezza: incipit fulminanti per storie che partono decisamente con il piede giusto.

 

Giulia Cupani segnala:
Natalia Ginzburg, La famiglia Manzoni, Einaudi, 1994, 359 pgg.

So che, appena questo post verrà pubblicato, mi verranno in mente decine di libri più “consigliabili” di questo. Decine di incipit più graffianti, di storie migliori e più potenti di quella raccontata in queste pagine, inaugurate da parole più perfette, centrate su soggetti più affascinanti, più suggestivi. Lo so bene, ma ora come ora non posso trattenermi dal parlare proprio di questo libro, che comincia con la grazia perfetta e distruttiva dei fulmini visti da lontano, con una frase rotonda e appuntita allo stesso tempo, banale ai limiti del miracoloso, che però basta per far innamorare di un personaggio: “Giulia Beccaria aveva i capelli rossi e gli occhi verdi”. Tutto qui. Semplicissimo e perfetto, come modo per inaugurare il racconto delle vicende familiari dello scrittore meno trendy della storia della nostra letteratura. Vicende che si rivelano, però, inaspettatamente interessanti, colme di sensi segreti che, messi in fila uno accanto all’altro, compongono un mosaico in cui non ci sono solo le luci della cieca fede nella Divina Provvidenza, come ci hanno fatto credere, ma in cui il dolore delle esistenze vere, banali, concrete, emerge da ogni parte.
Giulia Beccaria, infatti, aveva i capelli rossi e gli occhi verdi ed era figlia del più grande illuminista italiano, Cesare Beccaria, uomo che si esercitava nella scrittura di nobili pamphlet contro la pena di morte – fuori casa – senza per questo razzolare troppo bene entro le mura domestiche. Per sfuggire a quel padre retrogrado e al convento in cui vorrebbe relegarla, Giulia accetta di sposare il vecchio conte Manzoni, che è nobile, solo, cadente e triste, ma pur sempre suo marito, e padre – almeno di nome – del suo unico figlio, Alessandro.
Nella triste casa del conte Manzoni, però, Giulia non riesce a fermarsi a lungo: presto scappa a Parigi, inseguendo Lumi e libertà, lasciandosi alle spalle con poche remore ogni cosa, figlio compreso. Solo molti anni più tardi il giovane Alessandro la raggiungerà in Francia e attraverserà con lei – una sconosciuta che però ama, ricambiato, di un amore speciale e a suo modo perfetto – le strade di una conversione che è meno banale di quanto ci hanno raccontato. Saranno poi sempre Giulia e Alessandro, insieme, a decidere di tornare in Italia, di portare avanti un giorno dopo l’altro la loro vita piena di mogli, figli, scrittura, malattie, paure, fobie e fede. Vivendo un’esistenza elementare, dopotutto, e proprio per questo affascinante, densa, infinita. Come sono tutte le vite, anche quella che ti tocca se di nome fai Alessandro Manzoni, professione scrittore nazionale, nipote del maggior illuminista italiano e figlio della sua bella, esasperante, coraggiosa e fragile figlia. Una donna con i capelli rossi, gli occhi verdi e una vita intera da raccontare.

Tommaso De Beni segnala:
Leonardo Sciascia, Todo modo, Adelphi, 2003, 121 pgg.

Di solito non leggo nei momenti vuoti: al cesso, in autobus, in fila, etc., perché per me la lettura è una cosa molto seria e non un modo per riempire dei buchi. Todo modo è stata una bellissima eccezione. L’ho aperto in corriera, poche ore dopo averlo comprato, ho iniziato a leggerlo e non sono riuscito a smettere. Il viaggio è durato circa un’ora. Una volta a casa ho ripreso la lettura per un’altra oretta e poi…avevo finito il libro. Un’autentica sveltina letteraria. Le primissime righe non sono semplicissime, ma sono interessanti. Si cita un critico letterario italiano che paragona Kant a Pirandello, poi il protagonista, che narra in prima persona, paragona entrambi (Kant e Pirandello) alla sua vita. Lo scopo è dimostrare che quello che accadrà successivamente non è frutto del caso. Se a questo punto il monologo interiore continuasse, probabilmente la lettura si appesantirebbe troppo, invece arriva il colpo di genio: il protagonista, che sta viaggiando in auto, viene catturato da una scritta nera su una tabella gialla: «Eremo di Zafer 3». A questo punto anche il lettore è colpito, attirato da quel nome da telefilm di Sci-Fi. Per fortuna il protagonista si ferma, entra in questo albergo-eremo ed ha una surreale conversazione con un prete che sta alla reception, dalla quale emerge che l’albergo è stato costruito da una specie di santone, tale don Gaetano, e che tra due giorni arriveranno dei clienti per praticare esercizi spirituali assieme a lui. E non sono clienti qualsiasi: deputati, ministri, senatori, direttori di banca, direttori di giornali. Poi il protagonista incontra don Gaetano ed anche con lui ha un dialogo interessante; egli gli permette di trattenersi nell’albergo e di unirsi ai visitatori per gli esercizi spirituali. Tutto questo nelle prime dieci pagine del romanzo. Più avanti ci scappa perfino il morto: in effetti molti libri di Sciascia vengono fatti passare per gialli, quando ovviamente sono molto di più. Lo scrittore siciliano unisce con eleganza e genialità citazioni colte, battute ironiche, sferzate contro la politica, riflessioni sulla religione e indagini su un omicidio. Tutti motivi per rimanere attaccati alle pagine dall’inizio alla fine. Difficile del resto che un libro con un incipit grandioso possa essere un brutto libro. Al limite potrebbe avere un brutto finale, ma non è questo il caso.

Nicolas Alejandro Cunial segnala:
Charles Bukowski, Post Office, Tea, 2001, 155 pgg.

Cominciò per sbaglio.
Che cosa? Dove? Quando? Come per sbaglio? Perché? Dimmelo! Dimmelo ora!
Ecco cosa ci si ritrova a pensare quando si comincia la lettura di Post Office, primo romanzo di Charles Bukowski e forse la più bella tra le cosiddette novelle lunghe.
Cominciò per sbaglio.
Proprio come questo CAMing out! anche la storia di Henry Chinaski, alter ego dell’autore, cominciò con un suggerimento: “Sotto Natale, si trova lavoro alle Poste”, afferma un ubriacone. Così, senza pensarci troppo su, Chinaski si ritrova invischiato nel glorioso quanto alienante mondo del lavoro statale. Se da una parte il lavoro nobilita l’uomo, dall’altra debilita lo scrittore, fino a portarlo in punto di morte e a costringerlo a tornare, dopo essersi licenziato, alla sua occupazione primaria: il vagabondaggio alcolico con sfumature letterarie. Ma il mondo è crudele, e un impiego statale ben retribuito e a tempo indeterminato è un miracolo in qualsiasi luogo e in qualsiasi anno: così Chinaski tornerà a farsi masticare dalla macchina burocratica statunitense, mettendo da parte i sogni dello scrittore ma vivendo una decade piena di storie che racconterà negli anni seguenti e che segneranno lo stile con cui descriverà il mondo nelle sue pagine.
John Martin, il proprietario della Black Sparrow Free Press – casa editrice a cui Bukowski resterà legato per molti anni – affermò che l’incipit di questo libro è l’emblema di tutta la storia raccontata nelle sue pagine, e che è questo a renderlo unico all’interno della vasta opera del buon vecchio Buk.
Scritto in circa trenta giorni, questo romanzo ha l’intento di far luce sul periodo più oscuro della vita dello scrittore americano, mostrando come la voragine dell’impiego postale abbia impedito per più di dieci anni al talentuoso poeta di Los Angeles di dar sfogo alla sua vena creativa, relegandolo in una sorta di limbo fatto di lettere, cartoline, pacchi, donne e bar.
Un romanzo fondamentale dell’opera bukowskiana la cui lettura – ve lo posso garantire – non sarà uno sbaglio.

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