CAMing-out-maschera

Storie di travestimenti, false identità e personaggi che finiscono per rivelarsi diversi rispetto a ciò che sembrano: romanzi in cui,dopo l’ebbrezza della finzione, si è costretti a gettare la maschera.

 

Emanuele Caon segnala:
Nick Harkaway, Il mondo dopo la fine del mondo, Mondadori, 2009, 558 pgg.

Difficile inserire questo libro in una categoria: si tratta di un thriller, ma anche di un horror, di una favola sull’assurdità della guerra e del genere umano in generale, ma è anche un’opera sarcastica. Il romanzo è percorso da mutazioni, guerrieri ninja che si fanno a pezzi, improbabili eroi che tentano di salvare il mondo. Si è detto che l’autore con questo libro ha abbattuto i generi letterari, creandone forse uno di nuovo: l’Existential Pulp. Personalmente non credo sia importante inserire a tutti i costi un romanzo all’interno di un genere letterario. Infatti, se del genere non posso dirvi nulla, posso invece darvi un buon motivo per leggere il libro: inizia la guerra, una guerra fatta a colpi di Bombe Svuotanti, una tecnologia segreta, che in realtà è a disposizione di tutte le nazioni. Il mondo cade in preda al delirio, fuori dalla Zona Abitabile succede di tutto: mutazioni e esseri strani iniziano a popolare la Terra, le paure degli uomini prendono vita. In mezzo a tutto questo il protagonista, di cui non conosciamo il nome, e Gonzo, l’amico di tutta la vita, tenteranno di salvare il mondo. Eroismo e demenza si alternano in continuazione, sette segrete di guerrieri ninja, militari folli, scene da panico, grande sarcasmo e strane riflessioni rendono il romanzo emozionante. E poi, bisogna dirlo, l’autore ha inserito un paio di colpi di scena memorabili. Su tutti il triangolo amoroso tra Gonzo, il protagonista e la compagna di uno dei due (chi dei due?), un tentativo di omicidio tra i due amici e una scoperta sconvolgente. Non a caso il protagonista non ha un nome, scopre una strana verità alla luce della quale dovrà ripensare tutta la sua vita e noi dovremmo farlo con lui. Cade una maschera e dopo la rivelazione molte cose acquistano un nuovo senso.

Tommaso De Beni segnala:
Thomas Mann, Luisella, in Padrone e cane e altri racconti, Feltrinelli, 2008, 233 pgg.

Nelle opere di Mann qualcuno ha scorto cenni di malcelata misoginia. In effetti ci sono due racconti nei quali una donna causa più o meno volontariamente la morte di un uomo; inoltre, nei Buddenbrook, sempre una donna è tra le cause della decadenza famigliare. Non è detto che si tratti proprio di misoginia – del resto, già Giovenale criticava le donne per spronarle, data la loro grande responsabilità.
In questo racconto scritto nel 1900 Amra è una donna bellissima ed inquietante, sposata con un uomo più anziano, ma soprattutto grasso e brutto. Nessuno sa perché lei l’abbia sposato, ma lui dal canto suo la adora e con lei è gentilissimo, tanto da non riuscire a negarle niente, nonostante lei lo tradisca con un aitante e mediocre musicista. Un giorno Amra decide di organizzare una festa in onore dell’imminente arrivo della primavera. Ci saranno balli e spettacoli teatrali, ma per il numero finale la donna ha avuto una pensata diabolica: il suo amante scriverà un motivetto musicale sul quale suo marito dovrà ballare travestito da bebè. Egli accetta con riluttanza. Adesso immaginatevi la scena: gli invitati sanno che Amra e il musicista hanno una relazione. Lo sanno tutti tranne il marito, il quale si presenta sul palcoscenico seminudo, con guanti di seta rossa, una penna verde in testa e del trucco in volto. Esegue un goffo e ridicolo balletto mentre la moglie e l’amante suonano per lui. La danza finirà improvvisamente, come la vita dell’uomo, di fronte agli ospiti sgomenti. Capita a volte che una festa si trasformi in tragedia. C’è da capire quanto quest’ultima sia stata casuale e quanto invece voluta, annunciata.

Giulia Cupani segnala:
Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo, BUR, 2006, 914 pgg.

So di aver già parlato di questo romanzo in un altro CAMing out!, ma non posso farci nulla: quando si parla di maschere e identità nascoste, la prima cosa che mi sale alla mente è una voce, ferma e bassa, uscita direttamente dal più profondo degli al-di-là, che dichiara “Io sono Edmond Dantés!”. Una voce che parla di qualcosa che è più che vendetta: è giustizia terribile, saetta che fulmina, castigo di Dio, e che è tanto più terrificante perché sembra uscire dalla bocca sbagliata, quella di un distinto ed enigmatico Conte, oscuro e inquietante, ma apparentemente del tutto estraneo al giovane marinaio di belle speranze che dichiara di essere.
La storia del Conte di Montecristo e della sua vendetta è, prima di tutto, la storia di un gigantesco scambio di persona, di un immenso e diabolico ballo in maschera. La storia di un’identità che si frammenta, che si scinde in mille schegge di specchio, e in cui alla fine non rimane quasi più nulla di vero, originario, autentico, al di fuori di un sacro furore distruttivo, di un sacrosanto desiderio di distruggere i colpevoli, di devastarne la vita, anche a prezzo di distruggere insieme alla loro anche la propria esistenza.
Il pacifico, ingenuo, puro Edmond Dantés, infatti, è un marinaio di belle speranze che finisce, per colpa di un intreccio di meschinità e bassezze, di crudeltà e miserie umane, dentro un ingranaggio che lo stritola per sempre: per non ostacolare i desideri di altri viene sacrificato e chiuso in carcere, mentre fuori i suoi aguzzini vivono la loro vita a spese della sua. E, in quel carcere, Edmond Dantés in effetti muore. Muore la sua ingenuità, insieme con la sua purezza, e dalle loro ceneri nasce un uomo nuovo: acculturato, distinto, elegante, capace di trasformarsi in modo ugualmente credibile in un abate italiano, in un vecchio lord inglese, in un enigmatico nobile nato in un’isola. E quest’uomo, capace di essere infinite maschere, esce nel mondo e comincia a cercare i suoi aguzzini, con l’unico obiettivo di smascherarsi davanti a loro, di guardarli nel fondo degli occhi e dichiarare “Io sono Edmond Dantés”, uccidendoli con la potenza ultra-umana di questa dichiarazione che è insieme la cosa più vera e più falsa che lui possa dire di se stesso. Nelle infinite maschere che indossa, Edmond perde se stesso nel tentativo di essere solo la sua missione, solo la girandola sublime e infernale, surreale e insieme affascinante della sua vendetta in cui finzione e verità si mescolano fino a diventare una sola cosa. Solo quel nome che è tutto e niente, verità sublime e sublime menzogna.

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