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Romanzi che vanno al di là della categoria del “deludente”, storie capaci di risvegliare nel lettore i suoi più reconditi istinti omicidi: clamorosi passi falsi letterari selezionati dalla redazione di CAM.

 

Tommaso De Beni sconsiglia:
Mauro Covacich, Prima di sparire, Einaudi, 2007, pgg 277.

Galeotto fu il corso di scrittura creativa. Galeotto (non nel senso di cupido), ho rischiato di diventarlo io dopo aver letto alcuni libri del “maestro”. Per fortuna (sua) non vado più in giro con il coltello. Il problema non è tanto quello di aver letto un libro che non mi è piaciuto, cosa che può capitare, ma di aver conosciuto il suo autore prima di leggere quel libro. Nella parte finale del corso di scrittura creativa infatti Covacich leggeva i racconti scritti da noi e li giudicava. Quasi sempre male. Ha avuto il coraggio di esporsi, non cercava di fare l’amicone e non aveva paura di apparire antipatico, di questo gli va dato atto. Però è anche vero che aveva di fronte degli studenti di Lettere (capaci di giudicare a loro volta) e non dei totali sprovveduti. Per esempio ha dimostrato (ho dei testimoni) di non sapere cosa sia una cornice letteraria e di non avere ben chiaro il concetto di focalizzazione: allora perché voler insegnare agli altri? A me non piace l’ipocrisia e non sopporto la discrepanza tra il dire e il fare. In particolare la sua crociata contro i cliché e le frasi fatte mi è rimasta sul gozzo, dal momento che leggendo i suoi libri ho poi scoperto che di frasi fatte lui abusa. Perché, per esempio, un’espressione come “ragazza tutta casa e chiesa” non si può usare, mentre invece “seminare il panico”, “tipa”, “beccare”, “prendere un granchio” sì? In Prima di sparire ho trovato anche una perla che non mi ha fatto dormire la notte: «capo dipartimento di Lettere». Se si riferiva al prof. Cortelazzo avrebbe dovuto dire “preside di Lettere e Filosofia”, o semplicemente “preside di facoltà”, se si riferiva invece al prof. Baldassarri avrebbe dovuto dire “presidente del dipartimento di italianistica”. Da uno che prende soldi dall’università di Padova e che pretende di insegnare a scrivere (e quindi ad esprimersi) agli altri si può esigere un minimo di precisione. Se poi quell’espressione voleva essere ironica, magari instaurando un gioco di parole o un parallelismo con i vertici di comando della polizia americana (dipartimento infatti è un termine da film poliziesco), a me non ha fatto ridere. Insomma: se è detto seriamente è un’imprecisione superficiale e antipatica, se invece voleva essere una battuta poteva essere detta meglio. Nel libro si usano questi termini perché il protagonista è lo stesso scrittore, che mette sul piatto la sua vita (compreso il fatto di aver tradito la moglie). Non occorre dire altro sulla trama. Lo stile di scrittura è palesemente un tentativo di imitare certe tendenze della letteratura americana. Probabilmente in giro ci sono libri peggiori di questo, ma forse (almeno spero) i loro autori non si atteggiano da insegnanti e maestri di scrittura giudicando gli altri.

Emanuele Caon sconsiglia:
Luis Sepùlveda, Ultime notizie dal sud, Guanda, 2011, pgg 161.

Sepùlveda l’ho scoperto a diciannove anni, forse un po’ tardi, iniziando da Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, poi tutto il resto. Forse mi sono innamorato più dell’autore che dei suoi libri, quello che contava spesso non era il suo stile ma le storie che raccontava. L’America Latina usciva con forza dalle sue pagine, racconti e storie che evocavano un mondo afflitto dalle tragedie e dalle ingiustizie. Ma si trattava di un pezzo di mondo che sembrava puro, le sue erano storie di eroismo e resistenza. Lotte quotidiane per vivere, per sopravvivere, i grandi ideali emergevano con forza e sincerità. Come dimenticare il nonno anarchico di Sepùlveda, le pisciate sui muri delle chiese, i mille giorni del compagno Allende, le storie d’amore di un paese in guerra? Come non provare rabbia per gli abusi delle potenze occidentali e delle loro multinazionali? Impossibile non sentire la forza di attrazione di quei racconti, narrati da uno scrittore che ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze della militanza politica, conseguenze che significano essere torturati e costretti a scappare dal proprio Paese. Ed ecco che Sepùlveda finalmente arriva a Padova per presentare Ultime notizie dal sud, il suo ultimo libro. Naturalmente io lo scopro solamente il giorno prima e il libro, che è appena uscito, non l’ho ancora letto. Mi precipito in libreria, lo compro e di notte mi metto a leggerlo. Non che fosse una lettura impegnativa, ma quella notte non ho dormito e la lettura è stata una vera delusione. Tutto quello che leggevo era già stato scritto, niente di nuovo, nessuno slancio emotivo per quelle storie. Un libro che era stato ideato con l’amico fotografo Daniel Mordzinski nel 1996, nato da un viaggio in un pezzo di quel sud del mondo, è stato pubblicato solo nel 2011. Sarebbe stato meglio se avessero aspettato ancora qualche anno.  Ormai il libro l’avevo letto, le foto erano anche belle, nonostante la delusione alla presentazione ci sono andato lo stesso. Ebbene, Sepùlveda mancava per motivi di salute. Che la Letteratura abbia voluto prendersi una piccola vendetta?

Giulia Cupani sconsiglia:
Daniel Glattauer, Le ho mai raccontato del vento del Nord, Feltrinelli, 2011, pgg 208.

Ho cominciato a leggere questo romanzo per curiosità e per debolezza insieme. Sono elementi che raramente conducono a qualcosa di buono, letterarialmente parlando, ma nel caso di questo libro non ho saputo trattenermi e, nonostante il buon senso mi indicasse da subito che investire in quel volumetto con in copertina un’immagine troppo “furba” non fosse una buona idea, non ho saputo resistere. Ho comprato, sfogliato, infine letto tutto questo volume – che se non altro ha il pregio di lasciarsi concludere in poche ore – di cui in troppi mi avevano parlato con entusiasmo quasi fanatico, di cui troppe recensioni con le lacrime agli occhi avevo letto in rete, e che si è rivelato, come nel migliore dei copioni, fonte di indicibile irritazione, di desiderio quasi fisico di – non so – stracciare le pagine una per una, data l’impossibilità di rivalersi fisicamente sull’autore, che pure uno schiaffo l’avrebbe meritato.
La trama del romanzo è presto detta: un uomo e una donna si conoscono su internet, per caso, grazie a una mail inviata all’indirizzo sbagliato. Un refuso, insomma, mette in contatto due sconosciuti, due universi che mai e poi mai altrimenti si sarebbero trovati a vicenda, e che solo grazie a uno scherzo della sorte iniziano a parlare e a costruire, un passo dopo l’altro, una relazione che si trasforma in amore ma che è costretta a fare i conti con la sua origine “irregolare”, con il suo essere un’estemporanea divagazione lungo il percorso di due vite avviate su tutt’altri binari. Non c’è davvero molto altro, in questo racconto: un romanzo epistolare ai tempi di internet, in cui le mail sostituiscono le lettere, ma che per il resto non si distacca di un millimetro dai canoni della più bieca e rimasticata letteratura sentimentale. Sentimenti a poco prezzo, sepolti sotto mari di retorica e di immagini fintamente affascinanti che nascondono in realtà solo la debolezza, l’angosciante banalità della caratterizzazione psicologica dei due personaggi principali, che mail dopo mail appaiono sempre di più come due marionette ridicole, due insulse macchiette che dicono esattamente quello che ti aspetti, aggiungendoci solo lo smalto di un po’ di falsa poesia (il titolo, dopotutto, avrebbe dovuto mettermi sull’avviso). Converrete con me che non si possono leggere cose come “scrivere è come baciare, ma senza labbra. Scrivere è baciare con la mente” senza provare un rimescolamento dalle parti dello stomaco: di irritazione, però, non di commosso romanticismo.
A lettura terminata resta solo la sensazione davvero fastidiosa di aver dedicato qualche ora della propria esistenza a leggere nient’altro che un ingranaggio commerciale studiato a tavolino per sorprendere, commuovere, spremere i cuori. I personaggi sono elementari, prevedibili, scontati ai limiti della piattezza proprio per dare al lettore l’illusione della loro vicinanza, per tirare le corde delle sue emozioni fino a far scattare un meccanismo di immedesimazione che sembra, davvero, l’unica chiave per capire il successo di un libro banale, sciatto, venato di un lirismo a poco prezzo che a tratti regala l’illusione della letterarietà ma che è solo involucro – e nemmeno della migliore qualità – destinato a incenerirsi immediatamente, lasciando solo un vago bruciore di stomaco e il desiderio represso di andare a cercare l’autore per fare, infine, un po’ di giustizia.

2 commenti a “ Ho ucciso per molto meno ”

  1. jerk

    jerk

    rubrica che è un balsamo. l’incipit su covacich e sulla spocchia di questi miserucoli italioti è rigenerante.

    Rispondi
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