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Romanzi che raccontano storie di prostitute, mantenute, escort e puttane: piccola galleria delle migliori “donne perdute” (e non solo) della letteratura mondiale, e delle storie che le hanno raccontate. 
(I parte
qui)

 

Nicolas Alejandro Cunial segnala:
Ryu Murakami, Tokyo Decadence, Mondadori, 2004, 166 pgg.

Tokyo! Tokyo! A dirlo così, mi pare quasi Hollywood.
Ryu Murakami però, non è della mia stessa opinione. E sinceramente preferisco fidarmi di lui, visto che a Tokyo ci vive, mentre io l’ho solo vista in foto (e in sogno). Tokyo Decadence è un romanzo che mette in luce una porzione di realtà che di solito rimane nell’ombra, una fetta di città in cui tutto accade nel silenzio di occhi amorali, di bocche che non hanno più il ricordo della verginità, di cosce carnose pagate per stringere la vita altrui. Tokyo Decadence narra la storia di Akiko, giovane prostituta succube della sua “società di pubbliche relazioni” e costretta, per vivere, a passare le sue giornate nelle squallide stanze di un Love Hotel, motel convenienti per il loro servizio: stanza per la notte e orecchie insonorizzate (in molti di questi Love Hotel non c’è nemmeno il receptionist, si paga il servizio in base al numero di notti di cui si vuole usufruire e una macchina, una volta pagato, consegna le chiavi di una stanza a caso, per garantire l’anonimato).
Akiko sogna una vita più tranquilla, distante dalla violenza quotidiana, dalla perversione che ha invaso le strade della capitale nipponica, e s’immagina accanto all’uomo che, durante uno dei suoi servizi, si è rivelato più umano degli altri. Tokyo, però, non lascia spazio ai sogni e li frantuma, riducendo in cenere le speranze di coloro che, nati nella decadenza della città, cercano di ricostruirsi una dignità. Un romanzo breve, ma pregno di realismo crudo e ossessivo che non lascia spazio al dubbio: ci sei dentro e dentro ci morirai.
La città, ormai in preda alle perversioni più malsane, votata agli Dei del sesso e del masochismo, sembra dire ai suoi abitanti: voi siete corpi, io vi ho strappato l’anima, ora siete solo carne. Fate quindi ciò che la carne sa fare meglio: lasciatevi mangiare.

Tommaso De Beni segnala:
Michael Cunningham, Al limite della notte, Bompiani, 2010, 286 pgg.

Ethan è un tossico, ed è bellissimo. È il fratello minore di Rebecca, moglie di Peter, mercante d’arte e quindi abituato alla bellezza. La famiglia di Ethan è benestante, lui è il figlio più piccolo, da sempre coccolato. Da sempre gli si concede e gli si perdona tutto. Rebecca non sa dirgli di no, e spera che trasferendosi da loro egli possa mettere in pratica il suo desiderio imprecisato di “combinare qualcosa” nel campo dell’arte. Peter non sa dire di no alla moglie e cerca di stare dietro a Ethan. Ma qualcosa, in lui, lo turba, ed è proprio la sua bellezza. Da un lato il ragazzo gli ricorda suo fratello, prematuramente scomparso, dall’altro la moglie da giovane. Quando un giorno Peter scopre che Ethan non ha smesso di farsi e che, anzi, fa uso di droghe in casa sua, è combattuto tra l’impulso a cacciarlo e la volontà di non causare dispiaceri alla moglie. Ma Ethan lo precede, perché sa di essere stato scoperto e non vuole che Peter riveli la cosa a Rebecca. Ethan è bisessuale, è stato sia con donne che con uomini. Decide allora di sedurre il cognato, pensando che così facendo Peter non dirà nulla perché: 1) si innamorerà di lui, 2) avrà anche lui, in ogni caso, un segreto da tenere nascosto.
Se si trattasse di una donna non esiteremmo a definirla zoccola: qualcuno che usa la propria bellezza per raggiungere uno scopo. Qui, però, a un certo punto sembrano entrare in gioco i sentimenti, ma non è chiaro quanto siano autentici. Ethan è un personaggio antipatico, ma riesce a mettere in crisi Peter al punto da fargli dubitare del suo matrimonio. E forse quella la sua non è nemmeno cattiveria: è la sua natura, e non può farci nulla.

Isacco Tognon segnala:
Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera, Mondadori, 2007, 376 pgg.

D’accordo, avevo già parlato di questo libro. Ma pensando al mondo dagli indistinti confini, che abbraccia zoccole e zoccoli, non si può lasciar fuori il buon Florentino Ariza, quel Florentino che il sesso nemmeno sapeva cosa fosse prima di essere sverginato in malo modo nella cabina di un battello. Il suo unico e vero amore aveva sposato un altro uomo, il dottor Juvenal Urbino, lasciando cadere nel vuoto le sue lettere, i suoi corteggiamenti e la sua certezza, inscalfibile, che Firmina Daza sarebbe stata l’unica donna della sua vita. Da quell’incontro nell’oscurità del battello, Florentino inizia una seconda vita: non viene meno ai suoi propositi, non cambiano le sue certezze, ma entra senza mezze misure nel gran regno del sesso senza amore.
Finisce a letto con centinaia di donne, non per soldi: sembra piuttosto che debba rispondere ad una chiamata, ad un destino già scritto che debba passare attraverso carni altrui, dentro e lungo i corpi violati, frequentati e poi abbandonati, corpi e anime di vergini e di vedove, di donne sconfitte dalla calura e dalla miseria. Il sesso si trasforma per lui in un teatrino inevitabile da allestire nei posti più disparati: cambiano i coprotagonisti, mai la primadonna: sempre lui.
Cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni dopo che il suo amore era stato rifiutato, Florentino si ritrova ad essere ancora vergine. Non il suo corpo (o forse anche quello), ma tutto il resto sì. Il suo ricongiungimento tardivo con la donna più bella dei Caraibi è solo la prosecuzione naturale di una vita destinata ad aspettare, fino alla fine del fiume, fino al destino inevitabile. I loro due corpi anziani che si uniscono aggiustano la catena dov’era stata tranciata, e nessuno può pronunciarsi contro la purezza del gesto.
Anni di tradimenti solo ipotetici e di grandi amori carnali consumati sono soltanto un presupposto necessario, un’anticipazione, la molla a carica lenta verso quell’andirivieni del cazzo lungo il fiume, con Florentino e Firmina finalmente uniti, a vita.

Annalisa Scarpa segnala:
Guido Ceronetti, In un amore felice, Adelphi, 2011, 312 pgg.

Un anno fa all’incirca, frugando tra le novità di una biblioteca, mi trovai tra le mani un Ceronetti: In un amore felice.
Lo presi, senza farmi domande, per il semplice fatto che era un Ceronetti. Lo avevo conosciuto come traduttore e commentatore del Cantico dei Cantici, per me Ceronetti era ed è intellettuale da stimare come cosa preziosa e rara. Lo lessi, e le domande vennero. Mi chiesi se sarei riuscita a finirlo, e cosa esattamente volesse dirci l’autore. Cominciai a chiedermi – un po’ come per Dante quando lo si accompagna a spasso per il suo oltremondo – se in qualche misura Ceronetti credesse davvero a quello che scriveva. Non era una domanda facile, visto che si passava dalle traduzioni dall’ebraico agli UFO.
Ebbene, ora farò qualcosa che non sono sicura nemmeno rientri nel codice di condotta di questo blog. Copierò e incollerò il testo del risvolto di questo libro, direttamente dal sito della casa editrice:
“In quella partitura frammentaria per pianola meccanica che si può considerare l’opera di Guido Ceronetti, la parola amore era stata fin qui accostata a ogni condizione della mente e del corpo, tranne forse alla più improbabile di tutte: la felicità. E finalmente cominciamo a intuire perché. Se infatti le filosofie, le religioni e ogni altra forma di sapienza si affannano a smentire anche solo la possibilità statistica di una congiunzione del genere, nell’universo del romanzo qualcosa come un amore felice, sembra dire Ceronetti, può invece esistere. Anche se ha come quinta il contesto meno propizio, una città notturna e sinistra. Anche se i suoi due protagonisti – un vecchio fotografo di guerra piegato dagli anni e dai dolori, Aris, e una donna molto più giovane ma altrettanto segnata, Ada – non sembrano adatti per la parte. E anche se contro il loro pericolante idillio, per ragioni che sarebbe inopportuno svelare, cospira addirittura una razza di insetti alieni, che minaccia i cieli di tutte le città del mondo.”
Perfino il risvolto è criptico. Potete leggere ben sei recensioni e un’intervista, sul sito dell’editore. E poi, se volete, leggete il libro: magari, poi, fatemi sapere.
Spero perdonerete questo colpo di mano. Il fatto è che In un amore felice è un libro che potrei solo definire abbacinante. Tuttora non ho capito se mi è piaciuto o no. Ma pensavo che nemmeno di fronte all’evidenza di non avere davvero parole per farlo si potesse mancare di segnalare un Ceronetti. E la sua puttana cosmica.

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