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Romanzi che raccontano storie di prostitute, mantenute, escort e puttane: piccola galleria delle migliori “donne perdute” della letteratura mondiale, e delle storie che le hanno raccontate. 

 

Tommaso De Beni segnala:
Alberto Moravia, La romana, Bompiani, 2001, 512 pgg.

Oggi le chiamano escort. Moravia però, in quello che secondo me è uno dei suoi romanzi più belli e più riusciti, scritto nel lontano 1947 ed ambientato durante il fascismo, ci spiega che il legame tra sesso e potere non è un’invenzione di Kennedy, né di Clinton o Berlusconi.
La storia è raccontata dal punto di vista della protagonista, che tra l’altro non è tra i personaggi peggiori. Perché giudicare è facile, ma è più interessante chiedersi cosa passa per la testa delle persone. Quando una bella donna prende coscienza della sua bellezza allo stesso tempo può venirle in mente di sfruttarla. Del resto non stiamo parlando di lifting e silicone, non stiamo parlando di bellezze di plastica, cercate e costruite, ma di un autentico dono della natura, descritto non a caso in apertura di romanzo. Per di più ci si mette anche la madre, a farle notare quanto è bella: a soli sedici anni la fa spogliare davanti a un pittore che la ritrae nelle pose di una divinità greca. Sempre la madre la incoraggia a «mettersi coi signori» e così, tra sguardi, commenti e cattive amicizie, Adriana si convince ad usare la propria bellezza per migliorare la sua condizione economica e sociale. Fa innamorare un potente funzionario fascista senza ricambiarlo, ma sfruttando i vantaggi che ne conseguono, e poi inizia a concedersi a persone facoltose. Di fatto è prostituzione, ma non quella volgare e pericolosa dei marciapiedi e nemmeno quella legalizzata e controllata dei bordelli. Per questo Adriana mi ha ricordato le varie “olgettine” che per un periodo hanno affollato le notizie di giornali e Tv. Ma a differenza loro, lei è meno cinica ed arrogante e non fa che adeguarsi a ciò che sembra così normale e naturale, senza smettere però di cercare il vero amore e di aspirare al matrimonio. Si innamora infatti dell’enigmatico Giacomo, ma non riesce a tenere fede ai suoi buoni propositi. Alla fine la sua bellezza si rivela una condanna e lei stessa ammette di essere infelice e di sperare in un destino migliore per i propri figli.

Giulia Cupani segnala:
Alexandre Dumas (figlio), La signora delle camelie, BUR, 2002, 192 pgg.

La storia è così nota che quasi non vale nemmeno la pena di ricordarla: c’è Parigi, c’è una prostituta d’alto bordo – la più ricercata, la più corteggiata, la più pagate di tutte. Quella con cui tutti dicono di essere stati, anche solo per vantarsi di essersela potuti permettere – c’è un ragazzo giovane e povero che la conosce e se ne innamora, come forse nessun altro prima aveva fatto, e per finire c’è una tragedia fatta di padri autoritari, colpi di tosse, banconote spedite per posta e sangue sputato in un fazzoletto.
Ma l’intreccio non rende giustizia a questo romanzo che è prima di tutto – come fa notare anche Lella Costa nel bellissimo spettacolo teatrale che ha tratto da questa storia – un romanzo che parla di sentimento. Nel senso più profondo e meno sdolcinato del termine: parla della comprensione profonda di quello che si sente, parla dei limiti dell’amore (che esistono, anche quando l’amore è sincero), parla del rimpianto per le cose che non si è riusciti a capire in tempo, e dell’impossibilità di sfuggire al proprio destino. Perché la tragedia di Marguerite, la “mantenuta” ottocentesca che è l’unico vero personaggio di questo romanzo tutto fatto di mezze figure, è quella di essere prima di tutto una “creatura del caso”, una donna costretta a vivere nell’unico modo che conosce – godendo smisuratamente dei regali, dei gioielli, delle presunte dimostrazioni d’amore degli uomini che le sono accanto – convivendo però anche con la piena consapevolezza che tutto ciò esisterà solo finché lei resterà sulla cresta dell’onda. Solo finché sarà la più bella e la più desiderabile. Perché una mantenuta non può essere malata, né stanca, né debole: è un oggetto del lusso altrui, e come tale deve comportarsi. Se prova a cambiare le regole, o se anche solo per mancanza di forza è costretta a ritirarsi dal gioco, in un tempo brevissimo diventa niente.
Ma quando nella sua vita arriva il giovane Armand – che è bello, povero e che proprio per questo si interessa a lei in un modo diverso dagli altri, si accorge della sua malattia, non prova a conquistarla con i diamanti ma con la propria fedeltà – Marguerite si sforza di illudersi che anche per lei sia possibile un destino diverso. Si sforza di credere che possa arrivare anche per lei un amore fatto di pace e case in campagna, senza più niente da dimostrare e niente per cui lottare. Ma alla sorte non si scappa: Armand è buono, ma è ignorante. Un analfabeta dei sentimenti, un apprendista delle emozioni. E quando qualcosa, nel mondo di fuori, interviene a turbare il loro piccolo idillio innamorato, rivolge contro Marguerite tutto l’odio che è in grado di provare, dimostrandole una volta per sempre che al destino non si scappa, e che ognuno deve portare il peso di ciò che è, fino alla fine. Fine che, per Marguerite, arriva presto e dolorosamente, dopo un’ultima notte passata con Armand e conclusasi con l’orrendo invio, da parte di lui, di una banconota da cento franchi, per pagare il suo disturbo. Non si sfugge al proprio destino, quando si è “creature del caso”: si può solo rubare un po’ di felicità casuale, prima di tornare a immergersi nel gorgo, senza più potersi illudere di uscirne.

 Paolo Radin segnala:
James Ellroy, Dalia Nera, Mondadori, 2006, 418 pgg.

Los Angeles, gennaio del 1947, ai margini della città viene trovato il cadavere orribilmente squarciato di una giovane donna. E’ Elizabeth Short, la Dalia Nera. Ma chi è veramente? Chi l’ha uccisa e perché lo ha fatto?
“Era una ragazza triste ed una puttana”, una giovane ingenua e ambiziosa che decide di trasferirsi ad Hollywood per iniziare una folgorante carriera d’attrice. Ma non sfonda, il massimo che riesce a fare è una parte in qualche squallido film porno, e finisce per prostituirsi a tempo perso, per avere quel poco che le garantisca la sopravvivenza.
Alla fine entra in contatto con la gente sbagliata, potente, forse troppo, convinta di poter fare qualsiasi cosa e di passare tranquillamente inosservata. Elizabeth muore. Diventa la punta di un iceberg enorme, fatto da una società completamente fuori controllo, in una continua lotta intestina, dove ognuno cerca di sopraffare nel modo più crudele e bieco il prossimo e dove coloro che non sanno difendersi finiscono schiacciati, distrutti e buttati ai margini di una strada. Una società come putrido liquame che finisce per soffocare e annerire anche i petali della dalia più bella.
Elizabeth diventa una sorta di tetro spirito guida, un’inquietante ossessione del protagonista, Dwight, che lo accompagna nella sua discesi agli inferi di una società corrotta e marcia fino al midollo. Ogni facciata non è altro che apparenza dietro la quale si celano milioni di bugie, dove ogni cosa appare divorata da demoni, siano essi quelli interiori di paure e sensi di colpa, o quelli esteriori di una società crudele.
C’è una via di scampo? No. Anche quando le cose sembrano risolversi per il meglio, lei è sempre là, splendida e tetra, a ricordare quanto l’umanità non sia altro che un covo di cani cannibali.

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