CAMing-out-guerra

Romanzi bellici, storie di bombardamenti, di trincee e prigionieri, ma anche storie in cui la guerra si allarga oltre i confini apparentemente segnati, dilagando nella pace, attraversando vite che, sotto un velo di presunta quiete, continuano a pulsare di conflitti.

 

Nicolas Alejandro Cunial segnala:
Kurt Vonnegut, Mattatoio n° 5 o la crociata dei bambini, Feltrinelli, 2004, 196 pgg.

Mattatoio n° 5 è forse il più famoso ed apprezzato romanzo di Vonnegut. Padre della scrittura creativa (quella vera, quella che esaspera la narrazione fino ai limiti della follia – realtà peraltro ben nota all’autore), Vonnegut decise di raccontare la sua esperienza nella seconda guerra mondiale attraverso questa vicenda fantascientifica.
Billy Pilgrim, un oculista americano medio, ha (e ha sempre avuto, e sempre avrà) la facoltà di viaggiare attraverso il tempo, senza però averne il controllo. Ora è in fasce che piange, ora è in ospedale che muore. Ora sta cagando nel suo lussuoso bagno negli anni settanta, ora è in trincea nel ’45. La guerra è una delle ambientazioni più rincorrenti e Billy rivive (e ha sempre rivissuto, e sempre rivivrà) quella terribile esperienza che è il massacro. Giunto in Germania per battere chilometri grazie alle proprie gambe – ma soprattutto per battere i nazisti – verrà fatto prigioniero, provando sulla sua pelle e in prima persona cosa significa perdere la propria umanità. Billy avrebbe certo considerato quella come l’esperienza più brutta della sua vita, se non si fosse mai avvicinato a Dresda. Giunto nella città tedesca insieme ad altri prigionieri, però, verrà condotto in una grotta scavata nella pietra sotto al mattatoio n°5, dove i nazisti decidono di internarli. Poco dopo, si scatena un terremoto proveniente dal cielo: il bombardamento (alleato) più violento della storia, che lascerà morti sopra e sotto le macerie di Dresda, una delle città più belle del mondo trasformata in pochi minuti in un deserto popolato di fantasmi. Vonnegut, o meglio Billy Pilgrim, si salverà grazie al mattatoio trasformato da galera a riparo per il bombardamento. E quando i suoi occhi rivedranno il sole sopra la città, non riconosceranno altro se non polvere e cenere, morte e silenzio. La crociata dei bambini – questo il secondo titolo dell’opera – vuole essere una testimonianza storica di come una nazione di vecchi generali abbia mandato alla guerra e alla morte dei bambini, facendoli divenire adulti nello sconforto, nel rimorso d’aver ucciso per non essere uccisi, nella colpa di aver visto la morte senza che questa li toccasse.
Mattatoio n° 5 è uno spaccato che ha la forza della verità dalla sua parte, e che sa fare benissimo il suo mestiere: incantare (e lo ha sempre fatto, e sempre lo farà).

 

Tommaso De Beni segnala:
Kurt Vonnegut, Mattatoio n.5 o La crociata dei bambini, Feltrinelli, 2008, 196 pgg.

A fine anni ’60, durante la guerra del Vietnam, un tedesco americano scrive e pubblica un libro sulla seconda guerra mondiale. Un libro destinato a diventare uno dei più importanti manifesti dell’antimilitarismo. L’incipit è geniale quanto indicativo: «È tutto accaduto, più o meno.» Kurt Vonnegut infatti è stato un soldato e si è trovato prigioniero a Dresda, dove ha assistito al famigerato bombardamento che ha raso al suolo completamente la città provocando migliaia di morti tra i civili. A quei tempi (e fino a non molto tempo fa) si pensava che i morti fossero circa 200.000 e che l’entità del bombardamento fosse più grande di quella di Hiroshima e Nagasaki. Oggi sappiamo che non è così, che i morti furono molti meno, ma sinceramente discutere sui numeri mi sembra fuorviante e fastidioso. Ciò che conta è che Slaughterhouse Five è un capolavoro della letteratura mondiale ed è interessante vedere come Vonnegut racconti l’esperienza della guerra, che, come si dice nel film Il discorso del re, «è una grande esperienza». E con grande si deve intendere forte, tremenda, estrema. Raccontare una propria esperienza, in generale, è difficilissimo, tanto più se questa è un’esperienza come la guerra. Quindi, dopo aver spiegato il sottotitolo, che è un omaggio alla moglie di un suo ex commilitone che lo aveva fortemente criticato perché parlava della guerra senza mai dire che i soldati erano giovanissimi, Vonnegut inizia a raccontare la storia. Ma non lo fa in prima persona, bensì sceglie un personaggio, Billy Pilgrim, una specie di picaro postmoderno, un antieroe, un uomo qualunque catapultato dentro i fatti. Per di più egli viaggia nel tempo e viene rapito dagli alieni. Questi elementi hanno fuorviato certa critica che lo ha considerato un romanzo di fantascienza. È invece, se proprio vogliamo applicare delle etichette, un esempio di letteratura postmodernista americana che, pur essendo eclettica nella forma, non rinuncia a descrivere esperienze corporali. È una sorta di realismo al quadrato, e soprattutto, in definitiva, questo libro è esattamente come un’esperienza: è più facile viverla che raccontarla.

 

Annalisa Scarpa segnala:
Ian McEwan, Espiazione, Einaudi, 2005, 388 pgg.

Me ne rendo conto: far diventare Espiazione un “romanzo di guerra” è decisamente riduttivo. Eppure non scorretto: di guerra parla poco meno della metà del romanzo; la guerra, poi, serpeggia come un fantasma anche nella vita civile, con un imprenditore di cioccolato che spera che cominci, perché le sue tavolette possano esser parte della dotazione di ogni soldato. E con la guerra lo spettro di idee politiche estreme che a vederle così, a freddo e da inglesi colti, sembra non possano avere in nessun caso un vero successo.
Ridurre Espiazione, che è un capolavoro, alla statura di un genere piuttosto definito mi evita anche l’imbarazzo di descrivere in dettaglio la precisissima tecnica narrativa basata sui punti di vista; la costruzione perfetta come un ingranaggio; la pregevole fattura di una prosa che rende visibile, anzi tangibile, tutto ciò che descrive; la capacità del narratore di scavare nella psicologia dei personaggi senza mai perdere presa sul lettore. Fortunatamente, posso lasciare a voi il piacere di fare conoscenza con Briony, Cecilia, Leon, Emily, Robert, Lola e i gemelli, nelle loro scaramucce quotidiane e nei grandi – già letterari – sentimenti. Fortunatamente, non spetta a me l’ingrato compito di rovinarvi il piacere della trama, parlandovi delle dinamiche familiari e affettive dell’incredibile romanzo che McEwan nel 2001, con immediatezza da beat generation e cura da Ottocento francese, è in grado di realizzare. E nemmeno dirò dei molti livelli di fiction… del resto, avete già capito: i punti di vista non si sovrappongono mai perfettamente, le storie sono tante quanti i personaggi che possono raccontarle.
Ma, dicevamo, Espiazione è anche romanzo di guerra. Rimane la precisione delle immagini, che si addensano in sapori, colori, odori. Dolori. La guerra è un’infinità di passi fatti verso una speranza, di doveri sofferti, di una pellaccia che si indurisce ad ogni passo verso il mare e ad ogni padella svuotata in un ospedale militare. Ad ognuno la sua fatica: anche al lettore, in un così lungo susseguirsi di esplosioni, ferite, scarpe che fanno male, ordini impartiti con severità, disciplina e ancora ferite. E non sappiamo se prevalga la noia, la disperazione, l’attesa. Un po’ come in cerca della grande balena bianca. Il paragone non è fatto con leggerezza: se il romanziere prende tempo, per descrivere con esattezza ogni cosa, è perché anche il lettore si senta alla resa dei conti, quando il finale arriva. Atteso e del tutto sorprendente, come ogni pace a battaglia finita.

 

Giulia Cupani segnala:
Primo Levi, La tregua, Einaudi, 2005, 272 pgg.

Capita, a volte, che il destino di alcuni romanzi non sia quello che avrebbero meritato. Capita che restino impigliati in un’etichetta che non sarebbe esattamente quella più giusta per parlare di loro, ma che per qualche arzigogolo della sorte quest’etichetta li segni per sempre, nonostante tutti i tentativi della loro prosa di muoversi in una direzione, almeno in parte, diversa: è questo il caso di La tregua, romanzo il cui destino è inevitabilmente legato a quello di Se questo è un uomo. I due testi, infatti, vennero associati dall’Einaudi in un unico fortunatissimo volume, e nel confronto con il suo predecessore – un’opera semplicemente inarrivabile, uno dei rari libri capaci di collocarsi semplicemente oltre, al di là di ogni possibile valutazione o giudizio di merito – La tregua ha finito per inabissarsi, per allontanarsi sul fondo della scena fino quasi a scomparire. Travolto dal campo gravitazionale generato dal racconto di Auschwitz, il romanzo che parla di ciò che è successo “dopo” ha finito per essere niente più di questo: una sorta di “seguito”, una “parte seconda” che per forza di cose non poteva porsi all’altezza di quanto l’aveva preceduta, e così ha finito per perdere il diritto ad essere, compiutamente, ciò che invece è: un meraviglioso romanzo di viaggio, di scoperta e di guerra.
In questo romanzo che racconta un tumultuoso “ritorno a casa” dopo la deportazione, brillano tutti i tratti più splendenti della prosa leviana, tutta la sua leggerezza, tutta la sua discreta ironia, tutta la sua eccezionale capacità di dire ogni cosa con pochissime, perfette parole. La tregua è un racconto così: è leggero, ironico, pieno di forza e insieme di grazia, perfetto pur nel suo raccontare qualcosa che si pone a un solo passo di distanza dall’apocalisse. E parla della guerra come pochi altri romanzi sanno fare: descrivendo il caos della sua fine, il suo strascico che non riesce a smettere di trascinarsi anche nel cuore della pace, nel momento in cui tutti vorrebbero sentirsi finalmente al sicuro, al riparo, alla fine dell’incubo. La tregua racconta invece, con ironia disperata, che la guerra non finisce mai, che non c’è approdo possibile per l’uomo, che non c’è definitivo sollievo, a nessuna condizione. C’è solo la ricerca di una strada per tornare, c’è solo un viaggio nella neve, pieno di incontri, segnato dagli imprevedibili smottamenti del destino, da infinite deviazioni, e alla fine del quale a volte c’è davvero la porta di casa. Ma questo non significa che dietro quella porta ci sia la pace: guerra è sempre, dice Primo Levi in queste pagine. E questa verità terribile brilla dietro la grazia delle parole di questa storia, impossibile da negare.

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