CAMing-out-rock

Romanzi musicali, biografie di musicisti e testi che, in qualsiasi forma, sanno muoversi sul filo tra letteratura e musica, condividendo un’attitudine “rock” che scavalca i generi e le forme e tracima nelle pagine scritte.

 

Tommaso De Beni consiglia:
Nick Hornby, Alta fedeltà, Guanda, 1999, 256 pgg.

Non so perché, ma la letteratura inglese mi ha sempre dato l’impressione di avere un’attitudine rock. Penso per esempio a Irvine Welsh, ma non solo. Perfino certi classici del passato. Forse perché, per quanto il rock’n’roll abbia copyright statunitense, il rock è da cinquant’anni una cosa che agli inglesi riesce molto bene. E la letteratura inglese da cinquant’anni a questa parte mi sembra molto – come dire – frizzante. E forse anche perché certi gruppi (King Crimson, Iron Maiden) attingono direttamente dalla letteratura (e soprattutto da quella inglese) per i loro testi. Questo in realtà riguarda anche l’America, quindi si potrebbe parlare in generale di un rapporto costante tra musica e letteratura nel mondo angloamericano.
Nick Hornby è stato per anni un critico musicale e nel suo primo e fortunatissimo romanzo ce lo fa notare. Il protagonista infatti è proprietario di un negozio di dischi. La musica non è dunque mero sottofondo ma è una parte importante e consistente della sua vita. Non c’è solo il rock, ovviamente: l’amore non ha confini e abbraccia tutti i generi, da Marvin Gaye a Bruce Springsteen. All’amore in questo caso si aggiunge anche la competenza. L’abitudine e la confidenza con il mondo della musica portano il protagonista a stilare delle classifiche, cosiddette Top 5 (un sistema di valutazione che di recente è stato adottato anche da molti blog letterari), che riguardano non solo la musica ma anche la letteratura e le donne che entrano ed escono dalla sua vita. Anche se qui si palesa in chiave postmoderna, l’esigenza che sta alla base di un tale comportamento è la stessa da secoli: cercare di dare ordine al caos dell’universo. O più modestamente, di quella piccola porzione di universo che è la nostra vita. Ma la musica spesso, se non è colta (Mozart e soci), è considerata un vizietto da adolescenti, per cui un uomo che a trenta o quaranta anni si fa ancora appassionare da riff e ritornelli è trattato come un adolescente che non vuole crescere. E questo è, ma solo in parte, il caso del protagonista di Alta fedeltà.

Alberto Bullado consiglia:
Irvine Welsh, Trainspotting, Guanda, 2004, 368 pgg.

Trainspotting-Irvine WelshSiccome non è ancora uscito un libro come dico io su GG Allin, l’artista (?) più oltraggioso della storia del rock, per quanto mi riguarda la scelta per questo CAMing out! non è semplice o scontata. Da una parte ci stanno i saggi, le guide, i trattatelli, come Guida ragionevole al frastuono più atroce di Lester Bangs, Post punk (1978-1984) di Simon Reynolds, o American Hardcore, a tribal history di Steven Blush, che per motivi personali potrei considerare dei piccoli classici, dall’altra le (auto)biografie, più o meno inventate, più o meno marchettare, degli artisti o degli amici, da La sottile linea bianca di Lemmy Kilmister al libro di Grignani (accostamento non del tutto casuale). Poi ci sono altri titoli “ibridi” che si concentrano su certi capitoli oscuri delle rock star (morti, incidenti, complotti) e non, vedi La faccia nascosta della luna di Carlo Lucarelli, oppure i resoconti di groupie ammanicate, come Sto con la band di Pamela Des Barres. Ed infine ci sono i romanzi, storie più o meno inventate ex novo che restituiscono gli ideali del rock sotto forma di narrazione tout court.
La letteratura contemporanea trabocca di titoli simili, per questo mi sono affidato all’usato sicuro: Trainspotting di Irvine Welsh. Scelta un po’ banalotta ma per certi versi obbligata. Ogni generazione ha avuto il suo romanzo rock: Sulla strada di Jack Kerouac piuttosto che Paura e disgusto a Las Vegas di Hunter S. Thompson. Ecco, Trainspotting, a mio avviso, è il romanzo rock della nostra generazione. Rents, Sick Boy, Spud, Begbie, i ragazzi che hanno “scelto di non scegliere”, fanno parte del nostro immaginario collettivo. Le loro storie da tossici, il loro karma sgangherato e balzachiano, la Londra suburbana e la Scozia dei disadattati costituiscono un patrimonio narrativo che chi più chi meno ha assorbito da ragazzo (anche attraverso altri romanzi che si sono rifatti a questo “archetipo di romanzo rock, trasgressivo”).
Un libro corale e polifonico, ricco di aneddoti, racconti, squallide avventure che restituiscono un affresco epocale e generazionale: il nichilismo tossico, il senso di perdita costante, lo spleen postmoderno che nasce dalle viscere di uno zeitgeist punk autolesionista, che dagli anni ’80 non ci ha ancora del tutto abbandonato. Dello stesso autore sono inoltre usciti Porno e Skagboys, rispettivamente sequel e prequel di Trainspotting.

Caterina di Paolo consiglia:
Patti Smith, Just kids, Feltrinelli, 2010, 293 pgg.


Oh, baby, it would mean so much to me,
Oh, baby, to buy you all the things you need for free.
I’ll buy you a jet plane, baby,
Get you on a higher plane to a jet stream
And take you through the stratosphere
And check out the planets there and then take you down
Deep where it’s hot, hot in Arabia, babia, then cool, cold fields of snow
And we’ll roll, dream, roll, dream, roll, roll, dream, dream.
When we dream it, when we dream it, when we dream it,
We’ll dream it, dream it for free, free money,
Free money, free money, free money, free money, free money, free money.

Patti Smith è stata l’illuminazione più folgorante della mia adolescenza. Quand’ero ancora una sbarba che si tingeva i capelli in segno di ribellione non sapevo che l’autrice di Money e Piss Factory ai tempi della loro scrittura aveva pochi anni più di me, era di famiglia poverissima, dalla sua prima volta aveva avuto un figlio dato subito in adozione e tutti le consigliavano di fare la maestra per dare un verso alla sua vita.
A tutto questo Patti si ribellò decidendo di trasferirsi a New York: appena arrivata ebbe un incontro cruciale, con Robert Mapplethorpe – il primo amore, uno dei più grandi fotografi del Novecento, morto di AIDS nel 1989: allora però Robert Mapplethorpe non sapeva di essere Robert Mapplethorpe, e Patti Smith non sapeva di essere Patti Smith. Vivevano al Chelsea Hotel in una stanza senza il bagno, non mangiavano quasi mai, Patti guadagnava qualche soldo rivendendo libri usati alle bancarelle mentre Mapplethorpe faceva marchette. Tutte le volte che mi lamento delle mie tasche bucate penso a Patti quando racconta delle volte in cui mangiava, veri e propri eventi registrati nel commovente Just kids, cronaca di una nascita, di un amore, della fine di un amore, di una morte, e di tanto altro. Fatevi un favore: leggetelo in lingua originale (se proprio non capite l’inglese in Italia è pubblicato da Feltrinelli, ma fate uno sforzo). E leggetelo.


Carolina Boldoni consiglia:

Mikael Niemi, Musica rock da Vittula, Iperborea, 2002, 260 pgg.

Siamo a Vittulajankka, in culo al mondo. Più precisamente, nella Lapponia svedese più remota, lontana a tal punto che probabilmente lassù è già Finlandia. Chi ci vive parla uno strano dialetto finlandese e considera Stoccolma una città a clima equatoriale. Negli anni ’60 il Tornedal si trasforma: le strade vengono asfaltate e fa capolino la musica rock. Che travolge, come quando d’estate – a un tratto – le acque prepotenti dei corsi d’acqua rompono la spessa superficie dei ghiacci invernali; stordisce e abbaglia come i colori psichedelici delle aurore boreali nel buio nero dell’inverno a nord del circolo polare artico.
Niila e Matti diventano amici quando un giorno, sdraiati sull’erba, si scambiano le caccole. Crescono insieme condividendo la sofferenza che il crescere comporta e i momenti più importanti. Come quando ascoltano insieme per la prima volta sul 45 giri il rock and roll, sostanza stupefacente che li unirà per sempre. Decidono di diventare delle rockstar, si costruiscono da soli le chitarre e iniziano a strimpellare dove capita: sognano di andarsene dal Tornedal, di appropriarsi di un’identità, dal momento che quel posto sembra non possederne una – così dicono i professori che vengono dal sud a spiegare a quegli aborigeni la Storia vera della Svezia. Effettivamente, alla fine, ognuno prenderà la propria strada, ma la nostalgia di quel posto tanto ostile, in cui la gente parla poco e solo se necessario, torna spesso e forte. In molti hanno scritto che questo è un romanzo di formazione: probabilmente è vero, ma in modo nuovo. Sono soprattutto i personaggi a educare il lettore, lo guidano attraverso i sentieri torbidi della pubertà e gli stritolano le budella alla fine del libro.
Mikael Niemi ha venduto tantissimo, come i dischi delle rockstar; ha portato alla ribalta un’area geografica che è più punk della Londra degli anni ’80 e lascia senza fiato, con quella sua scrittura cruda e profondissima allo stesso tempo. Insomma, questo è un libro rock al cubo.

1 commento a “ Let’s rock! ”

  1. Perdonate la pignoleria, ma avrei una domanda. Ho notato che nei tag finali compare ‘Finlandia’ e volevo capire se è associato a Niemi. Perchè, se così fosse, sarebbe più corretto associarlo alla Svezia!

    Complimenti per la recensione :)

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