CAMing-out-inconscio-schifoRomanzi (e non solo) in cui si scava nell’inconscio, in ciò che è oscuro, nei segreti più indicibili e nascosti dell’animo umano. Rischiando di scoprire misteri mai nemmeno immaginati.

 

Tommaso De Beni segnala:
Henry James, Giro di vite, Mondadori collana Oscar classici, 2003, 341 pgg.

Nei cicli cavallereschi avveniva un’estrema stilizzazione dei personaggi, i quali non mangiavano mai, né sentivano la stanchezza, non andavano di corpo e non consumavano rapporti sessuali. I romanzi picareschi prima e il barocco poi (Cervantes e Rabelais in testa) rovesciarono parodicamente questo codice descrivendo personaggi beoni, sporchi, grassi, sboccati, che mettevano il corpo e i suoi bisogni davanti a tutto. In questo modo si pensava di portare in letteratura un po’ di realismo. A fine Ottocento, dopo che il realismo era stato magistralmente canonizzato dai russi e dai francesi, qualcuno iniziò a chiedersi: ma quello che io penso, o che provo, non è anch’esso reale? Fu così (semplificando un po’) che, prima di Freud, nacquero i primi romanzi psicologici. Poi, dopo Freud, la psiche divenne il cane fedele di ogni scrittore e non uscì quasi più dalla letteratura; ma quella che veniva trascritta in realtà era la consapevolezza medica e scientifica delle teorie intorno all’inconscio. Infatti, dopo Freud, sarebbe più giusto parlare di romanzi psicanalitici, più che psicologici, cioè che mettono sul banco la terapia e la teoria. Perché non è che la psiche non esistesse prima di Freud, tant’è vero che è un termine greco. E così, uno splendido racconto gotico sui fantasmi, diventa, grazie all’ (o a causa dell’) inconscio, un’introspezione psicologica nella mente della protagonista nel libro Giro di vite di Henry James. La suddetta protagonista è una giovane governante ossessionata dal dover compiere alla perfezione il proprio dovere e probabilmente infatuata dello zio dei bambini che lei deve accudire durante l’estate. Il finale è un vero e proprio colpo di scena, costruito più di cento anni prima di Inception, che lascia al lettore lo stesso atroce dubbio: verità o sogno? Fantasmi “reali” oppure, come direbbe Calvino, fantasmi della mente? L’inconscio può essere un problema, una gran rottura di scatole. Sicuramente lo è per la protagonista di questo racconto.

 

Isacco Tognon segnala:
Boris Vian, La schiuma dei giorni, Marcos y Marcos, 1996, 268 pgg.

Parlo di Boris Vian perché sono piuttosto convinto di quanto il suo inconscio faccia schifo. Nel senso che produce di tutto, e nel tutto c’è da perdersi, e quel tutto è bello. Ne La schiuma dei giorni c’è inconscio e fantasia, idee oniriche che diventano, appena trasformate in parole, azioni, personaggi e oggetti scombinati, astratti dalla realtà, ma assolutamente pertinenti con il mondo creato ad hoc da un surrealista dalla vita breve e la penna magica.
Non possiamo far finta che sia solo, che questo tipo di scrittura l’abbia creato lui. Da Breton in su, passando per quell’esperienza caleidoscopica dell’Oulipo e della letteratura potenziale dalla quale neppure Calvino, una volta sceso all’inferno, è mai riuscito a venirne fuori (vedi alla voce: Le città invisibili, Il castello dei destini incrociati, Se una notte d’inverno un viaggiatore), il surrealismo è andato via via cercando nuove forme e contenuti cui ammogliarsi.
La vita stravagante di Colin non ha pareti accoglienti all’interno delle quali trovare rifugio. Se i topi che parlano sono una trovata fiabesca più che surrealista, i manicaretti che prepara il protagonista, la ninfea che cresce nel polmone dell’amata Chloé, gli strumenti musicali improbabili e le canne di fucile da covare perché crescano, rimandano ad una realtà parallela. Ma è lì quella realtà, nessuno la mette in dubbio: dove la razionalità e il senso comune vengono meno, tutto torna al suo posto nel grande calderone che accoglie ogni mondo possibile, potenziale appunto. La bancarotta annunciata e inesorabile di Colin, che fa da contraltare all’acuirsi dell’amore per Chloé, alla sua volontà di salvarla ad ogni costo (e il costo maggiore è per i fiori che le porta), è la parabola entro la quale ogni azione nasce e si conclude; e trova forza.
Un giorno, quasi per scherzo e sicuramente per sbaglio, a qualcuno in redazione scappò detto “la madre dei surrealisti è sempre incinta”. Ebbene no, non è vero. Se così fosse, avremmo molti più inconsci come questo per trastullarci e godere un po’.

 

Giulia Cupani segnala:
Umberto Saba, Il canzoniere, Einaudi, 2005, 688 pgg.

Elsa Morante diceva che, per lei, Umberto Saba era “Il poeta di tutta la vita”, e il giorno della sua morte si trovò a piangere con sincero dolore quella perdita passata quasi sotto silenzio, vissuta in sordina da una nazione che, nel 1957, inseguiva altri modelli e pensava a soddisfare bisogni che non erano quelli proposti da questo poeta mite, semplice fino all’elementarietà, malinconico e lucido, legato a una città ventosa che è sempre stata un mondo a parte, sospesa tra troppi confini, troppo isolata per essere un centro e insieme troppo al centro delle cose del mondo per poter avere un destino facile.
Lo stesso destino non lineare è quello che toccò a Umberto Saba, uomo semplice sotto la cui pelle si nascondeva un animo complesso come sono complessi tutti gli animi umani. Umberto Saba parla, nelle sue poesie raccolte in un Canzoniere che si presenta fin dal titolo come un’opera che giunge da altri tempi, una lingua facilissima, ma se ne serve per dire cose la cui enormità si spalanca come un pozzo sotto i piedi di ciascuno di noi. Parla di identità, Saba. Parla di appartenenza e radici. Parla della possibilità di fondare una vita nuova partendo da dolori, perdite e traumi irrisolvibili. Parla, con una chiarezza e un’evidenza dolci e imbarazzanti, degli ostacoli più enormi posti dal destino sul corso della sua strada, delle voragini lasciate nel suo inconscio da troppe paure e troppi dolori, da mancanze irreparabili annidate in quelli che lui chiama i “verdi paradisi dell’infanzia”, ma che sono in realtà luoghi di sofferenze silenziose e radicali, di quelle che “frangono per sempre i cuori” senza nemmeno farsi sentire, ma lasciando dolori indelebili, marchiati a fuoco per sempre.
Nessun poeta ha scavato tanto precocemente, e con tanta linearità, nel grande mare dell’inconscio per restituirne, se non un ordine o una soluzione, almeno un’immagine affrontabile, una stella polare nel mezzo del caos. Saba, poeta psicoanalitico prima ancora che esistesse la psicoanalisi, riesce a farlo con una precisione, una pulizia di lingua e di pensiero, un’innocenza e una purezza che fanno rabbrividire, e che raccontano con impressionante forza quanto profondo possa essere il labirinto di ciascuno di noi. Profondo e inavvertito, presentato entro i confini di una poesia facile, una poesia bambina in cui tutto è semplice e tutto danza, pericolosamente, esattamente sul ciglio dell’abisso.

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