CAMing-out-ma-lui-muore

Romanzi in cui la vita del protagonista è in costante, implacabile pericolo: storie al cardiopalma di destini sul punto di spezzarsi, di esistenze a un passo dall’estinzione, di vite sospese sul filo, un attimo prima di cadere.

 

Isacco Tognon segnala:
Herman Melville, Billy Budd, Feltrinelli, 2009, 148 pgg. 

Domani faranno di me un gioiello, una perla appesa in punta di pennone.
Certo, queste sono le parole di Vinicio, mica di Melville, ma tant’è: l’impiccagione sarà presto servita, con buona pace per i marinai dell’equipaggio e del Capitano Vere. Eppure viene da chiedersi cosa c’è che non quadra, molto prima di arrivare a tanto, ben al di qua di un pugno senza repliche che basta a se stesso. Perché il giovane gabbiere di parrocchetto è semplicemente perfetto, tanto perfetto da puzzare di santità, da costruirsi un’aureola che si accolla l’ombra e l’odore di marcio delle gomene. Si fa amare dalla ciurma, Billy Budd, per quel suo candore e quella lena benevola e senza malizia nello svolgere le sue mansioni a bordo.
Ma a qualcuno sta sul gozzo, e c’entrano poco i malumori ai piani alti dovuti agli ammutinamenti, così frequenti e recenti all’epoca dei fatti. John Claggart, maestro d’armi, lo odia e basta: per la sua natura, per la purezza e l’innocenza, per quella sua innata tensione a farsi amare. Claggart è meschino, subdolo. Il suo potere deriva dal timore che incute, dalla sua malizia. Prova ad incastrare Billy in tutti i modi e non ci riesce; ma il livore non passa e riuscirà infine a portare il marinaio al cospetto del Capitano Vere con l’accusa di ammutinamento.
Nella cabina di comando il bel marinaio non ha parole. Balbetta, non articola suoni, come sempre gli capita nelle situazioni in cui è a disagio, in cui si sente immotivatamente braccato: non sa difendersi perché non ha nulla da difendere. Parte un pugno: il primo, l’unico, l’ultimo. Un pugno che vale una parola, che contiene in sé ogni giustizia possibile. Il Capitano non potrà sottrarsi ai suoi doveri militari, alla disciplina imposta dal codice della marina, e il pennone è lì che aspetta.
Ma lui muore?
Se pensi a Billy Budd, la morte è un orizzonte semantico privo di senso: tutto ciò che non è vita, ogni cosa che si allontana dalla bellezza della vita non è affar suo. Ma proprio per questo la sua vicenda di marinaio si adombra, dalla prima parola che lo descrive, e viene da chiedersi in che punto il cristallo si incrinerà, quale sarà la forza a spezzare l’incanto senza rendergli un ultimo appello che lo restituisca alla vita.
Billy Budd e nessun motivo per non vivere.
Ma lui muore, già.

 

Tommaso De Beni segnala:
Thomas Mann, La morte a Venezia, Marsilio, 2009, 267 pgg.

Magari mi giudicherete più ingenuo del commissario Gordon nell’ultimo Batman, ma io la domanda me la pongo lo stesso, anche se si parla di un libro che ha la parola morte nel titolo. Del resto il titolo non è “Una morte a Venezia” e nemmeno “Qualcuno muore a Venezia”. Il termine Tod potrebbe quindi anche essere allegorico: già in D’Annunzio, Venezia veniva rappresentata come una città morta e l’aura di decadenza che avvolge il racconto lungo di Mann va al di là del fatto che qualcuno muoia effettivamente oppure no. Ovviamente la domanda, se uno vuole porsela, va fatta all’inizio della lettura e soprattutto alla luce del titolo. La domanda potrebbe essere: chi morirà, il vecchio dandy von Aschenbach o il bel giovane Tadzio? Oppure la morte in questione è allegoria di un concetto più ampio?
Anche se durante il racconto si parla di una malattia contagiosa, la cui incubazione in uno dei protagonisti avviene durante un sogno -questa è la parte migliore di tutto il racconto, a mio avviso-, ed anche se le ultime righe non lasciano dubbi, a me piace pensare che la morte vada intesa in quest’opera come sinonimo di fine e come spunto di riflessione sul binomio eros-tanathos, che in Mann diventa un triangolo: morte-amore-arte. Tutti dobbiamo morire prima o poi. Ci uccide il tempo che passa, nonostante trucchi e parrucche, che invece di allontanare la morte evidenziano la sua insindacabile fatalità. Oppure ci pensano la vita e i suoi incidenti. Solo l’arte è immortale, ma lo è perchè non ha nulla a che vedere con la vera vita. E l’amore? Beh, spesso si ama la bellezza, e la bellezza è arte. Quindi anche l’amore in un certo senso può combattere la morte (o per meglio dire, può conferire un’energia vitale che sembra allontanare la tristezza e la sensazione di impotenza di fronte alla fine), ma può anche fare il contrario, cioè avvicinarla. In un raccontino giovanile, Mann narra di un giovane malato di cuore, impossibilitato a provare emozioni forti a causa della salute estremamente cagionevole: alla fine si lascia andare all’amore per la sua bella e muore. Una situazione analoga al malato di cuore di Spoon River prima e di De André poi. Ci sarebbe da aggiungere che Mann complica le cose perché l’amore messo in scena a Venezia è diverso (ed anche qui si potrebbe discuterne), è un amore che molti definirebbero sbagliato, un amore che non porterà nulla di buono. Ma non cambia nulla, restano aperte le questioni sul concetto di morte, di fine, e sul rapporto tra arte, morte e amore.

 

Emanuele Caon segnala:
Cormac McCarthy, La strada, Einaudi, 2007, 218 pgg.

L’apocalisse è scoppiata sulla terra, tutte le forme di vita sembrano annientate, un uomo e un bambino si trascinano lungo una strada con un carrello. Dentro al carrello hanno tutti i loro averi. La vita sembra essere arrivata alla fine, non è rimasto più nulla se non fame, freddo e paura. McCarthy dipinge in modo durissimo, ma con una prosa semplice ed elegante, la fine della vita per come la conosciamo. Non esistono più speranze, almeno il lettore non può averne, i due protagonisti si affannano ogni giorno a trovare qualcosa da mangiare, cercano sotto le macerie qualsiasi cosa possa essere utile per sopravvivere. E come non bastassero freddo e fame a rendere la sopravvivenza impossibile i pochi superstiti si sono trasformati in bestie fameliche, predoni disposti a tutto pur di sopravvivere, persino al cannibalismo.
In tutto questo, però, l’uomo e il bambino camminano verso sud, verso il mare, in una storia senza speranza inseguono l’illusione della sopravvivenza. Il padre fin dall’inizio ha l’ombra della morte che lo perseguita, la sua tosse è accompagnata dal sangue. È impossibile non chiederselo: ma lui muore? Morirà, questo si intuisce. Eppure non si può accettare questa consapevolezza, perché come farà il bambino senza il padre? Morirà pure lui? Durante il tempo di vita che gli rimane, l’uomo deve adempiere al suo compito, deve salvare il bambino. Condurlo a sud, proteggerlo ad ogni costo, insegnargli a sopravvivere e raccontargli il mondo prima dell’apocalisse, quando ancora esistevano i colori. Ma con il racconto trasmette anche il senso della perdita, perché anche questo vuol dire ricordare. Quella dell’adulto è un impresa disperata, a mettersi al suo posto viene voglia di abbandonarsi alla stanchezza, di cedere e cadere a faccia in giù lungo la strada, sia quel che sia, tanto non cambia nulla. Come può esistere salvezza? Eppure l’adulto non si arrende, il padre ha una forza incredibile, ma anche il bambino ha molto da insegnare, ha il potere delle domande, di non sapere e di essere ingenuo. Quando l’uomo sparerà uno dei due colpi che ha nella pistola e ucciderà un cattivo, il bambino non potrà non chiedere al padre se sono ancora loro ad essere i buoni. Perché dopo tutto hanno ucciso. Ed è questo il bambino, è il fuoco, la luce, è l’unica speranza rimasta. Al di là della vita e della morte la salvezza è racchiusa nella luce del bambino. Lui è ancora buono, ancora capace di un gesto di carità, ancora in grado di non considerare necessario qualsiasi gesto pur di sopravvivere. Ma una salvezza concreta esiste?
Quando i due arrivano al mare lo trovano grigio e freddo, non è azzurro, non è caldo. Ma ancora non si arrendono e riprendono il loro viaggio verso sud. Ma il tempo scade e il padre morente è disperato perché non è riuscito a salvare suo figlio. L’ultimo consiglio che gli darà è quello di cercare il fuoco. In quelle poche righe che precedono il finale viene da chiedersi: ed ora? Tocca al bambino?

 

Valentina Mele segnala:
David Foster Wallace, Oblio, Incarnazione di bambini bruciati, Einaudi, 2004, 393 pgg.

Il più breve tra gli otto “romanzi brevi” contenuti della raccolta Oblio (solo tre pagine), è forse anche il più brutale e tagliente, nella sua brevità  e concisione. Il racconto si apre con delle urla, di dolore e di orrore: una madre che accidentalmente ustiona il figlio neonato con dell’acqua bollente e il papà che accorre in casa scoprendo l’accaduto. Wallace elimina ogni tipo di dialogo, il racconto si riduce ad un esperienza sensoriale e si distacca dalla realtà circostante, cosicché si percepisce il cardine della porta che cigola, l’uccellino che canta fuori dalla finestra: insomma, il mondo va avanti, ma dentro quelle mura prevalgono l’orrore delle immagini e i veloci movimenti efficienti per salvare la situazione. Mentre sembra che la coordinazione dei due genitori possa portare ad una soluzione positiva, Wallace riesce definitivamente a far precipitare tutto, e l’incomunicabilità del neonato nei confronti dei suoi genitori si rivela fatale quando i due si accorgono che un po’ dell’acqua bollente si è infiltrata nel pannolino, e il piccolo non ha potuto dire a mamma e a papà che tra tutti i loro sforzi avevano trascurato un dettaglio imperdonabile. Prevale a questo punto l’irrazionale, la coppia umiliata si scinde improvvisamente in un uomo e una donna, due teste che non hanno sapute analizzare a freddo la situazione e riuscire e scovare un dettaglio così irrisorio, e hanno perso contro il tempo. Wallace non ci dice altro, se non che “ il corpo del bambino si espanse e andò a zonzo e battè cassa e visse la sua vita non più in affitto…”. Difficile pensare a questo punto “che non muoia”, di certo una delle soluzioni più romantiche nel raffigurare la totalità del dolore che pervade un corpicino esanime. Oblio è proprio questo: i piccoli e grandi dettagli orribili, grotteschi, gli episodi angoscianti e con loro la volontà di poter dimenticare consegnando tutto ad una dimensione di non-ricordo.

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