CAMing-out-movies-do-it-better

Romanzi mediocri da cui sono stati tratti film memorabili, storie che la macchina da presa ha saputo raccontare meglio della parola scritta, e di fronte a cui la letteratura è costretta a cedere al cinema l’onore delle armi.

 

Tommaso De Beni segnala:
Bret Easton Ellis, American Psycho, Einaudi, 2005, 517 pgg. 

Estenderei il giudizio a tutte le opere di Easton Ellis e a tutti i suoi imitatori, a tutti quelli che propinano la vecchia teoria dello “show, don’t tell”.
Per carità, lo scopo di questa tendenza è nobile – evitare gli “spiegoni” alla Coelho – però la letteratura non può rinunciare a dire. Per mostrare c’è già il cinema. Tra il minimalismo e lo “spiegone” c’è una via di mezzo, e Dostoevskij ce lo insegna. Ma Dostoevskij ha anche pagine noiose, pesanti. Il lettore contemporaneo ha rinunciato alla fatica della lettura. Non solo tanta gente non legge, ma chi legge vuole gli effetti speciali, vuole essere catturato, vuole frasi brevi e un’azione veloce e detesta le lungaggini sui particolari. Ci si dimentica che la noia può essere un fertilizzante per la mente. In questo modo la letteratura rinuncia alle sue caratteristiche ed imita le altre arti. Allora cosa resta? Un soggetto, un’idea, una trama, una sceneggiatura.
David Foster Wallace espresse un giudizio abbastanza freddo su American Psycho, romanzo che invece molti considerano il capolavoro di Easton Ellis. Quando leggiamo un libro penso sia normale che nella nostra mente si proietti contemporaneamente un ipotetico film (anche Farinata che si erge di fronte a Dante, o Maometto aperto in due, sono scene che possiamo immaginarci). Letteratura e cinema restano però due mezzi espressivi diversi, che possono ovviamente intersecarsi, ispirarsi a vicenda, ma che sarebbe meglio tenere distinti. Spesso quando vediamo un film tratto da una grande opera letteraria pensiamo: “non sarà mai bello come il libro”. Questo perché i lunghi dialoghi, le caratterizzazioni psicologiche, i monologhi interiori, il lessico, lo stile, i neologismi, le riflessioni filosofiche, le metafore, i piccoli aneddoti, sono tutti elementi che un film difficilmente riuscirà a riprodurre fedelmente. Al massimo potrà essere un bel film tratto da un bel libro, senza per forza la necessità di confrontare le due forme. Me se il libro si riduce ad uno scheletro, all’essenziale, se tutta la sua grandezza sta solo nell’idea, nella trama, allora è normale che il film rimanga più impresso. Soprattutto se c’è Christian Bale.

 

Nicolas Alejandro Cunial segnala:
Alessandro Baricco, Novecento, Feltrinelli, 2012, 62 pgg.

Avrei voluto scrivere di La casa degli spiriti di Isabel Allende, non perché il libro sia brutto ma perché, proprio come vuole il tema di questo CAMing out!, ho trovato il film molto ben fatto, più del romanzo, che comunque ritengo più che degno di essere letto.
Ma – poiché l’incipit di questo contributo prevede un ma – scorgendo la mia libreria, in un lampo ho trovato l’oggetto di questa “recensione”: Novecento, un monologo del discusso Alessandro Baricco. Pubblicato la prima volta nel 1994 da Feltrinelli, ad oggi il libriccino ha venduto più di un milione di copie. I motivi sono sostanzialmente tre: innanzitutto è un volume di sole 62 pagine, quindi non propriamente un mattone impegnativo; poi, è uno dei libri meno costosi che si possano trovare in commercio e infine, ultimo e più importante motivo, dal monologo è stato tratto un film stupendo, con la regia del pluripremiato Giuseppe Tornatore e la cui colonna sonora è stata composta dal premio oscar Ennio Morricone. Un film, appunto, che supera ampiamente l’opera scritta da cui è tratto.

Nel monologo di Baricco la voce narrante di Max, co-protagonista, narra la storia di Danny Boodman T. D. Lemon Novecento che, trovato ancora in fasce all’interno del transatlantico Virginian, cresce a bordo della nave e diventa un pianista eccezionale. Impaurito dall’infinito che si estende sulla terraferma Novecento decide di non scendere mai dalla nave, accettando infine di morire con lei quando verrà dismessa e fatta esplodere.
Inutile dire che il libro di Baricco ha avuto grandissimo successo di vendita grazie all’uscita del film, che vede il ruolo di Novecento interpretato da Tim Roth, conosciuto anche per la sua interpretazione nel tarantiniano Le Iene e per la serie televisiva Lie to me. Non mi sento di bocciare completamente il libro, che non è un romanzo bensì un monologo teatrale e come tale funziona, ma credo che questo testo sia l’esempio più emblematico di come il cinema, a volte, possa ampiamente superare la letteratura dalla quale prende spunto. 

Annalisa Scarpa e Francesco Borriero segnalano:
Madeleine De la Fayette, La principessa di Clèves, Garzanti, 2008, 159 pgg.

La letteratura francese, da Mme de la Fayette a Proust, adora le divagazioni sulla società mondana e le relazioni che al suo interno si intrecciano. Forse è per questo che non troppi lettori, invece, adorano la letteratura francese e le divagazioni che al suo interno si sprecano. Ecco perché potrei definire La principessa di Clèves un libro irrimediabilmente noioso, anche se “la funzione di tali inserti, peraltro perfettamente integrati e collocati sempre in momenti-chiave della vita della principessa, è proprio di dimostrare in modo sempre più incisivo i rischi connessi, in una società di tal fatta, alla sincerità delle passioni”. L’osservazione è di Fausta Garavini che, in un’equilibrata postfazione all’edizione ES già pubblicata da Mondadori, e senza togliere al libro la palma di “primo grande romanzo francese moderno”, segnala una fortuna critica decisamente contrastata, dalla eccezionalità “relativa agli occhi dei contemporanei” alla “miopia di certa critica recente”.
Al problema strutturale si potrebbe aggiungere, in questo caso, quello della “ormai patinata dal tempo” traduzione di Sibilla Aleramo.
Eppure la storia di un triangolo sentimentale, tra le divagazioni e lo stile patinato, un “come andrà a finire?” lo strappa sempre. Forse è necessario solo un po’ attualizzare.
Per cui prendiamo una giovanissima donna che sposa un uomo che non ama, nonostante affetto e stima. Prendiamo poi una società molto rigida nei suoi schemi, e un personaggio brillante, magari un dongiovanni. Facciamo in modo che la giovane ormai signora si innamori, ricambiata, del personaggio brillante. Se siamo Mme de la Fayette ambienteremo tutto in una corte di nobili, se siamo Manoel de Oliveira lo porteremo ai giorni nostri, tra l’alta borghesia parigina. E del duca di Nemours faremo un cantante di successo, Pedro Abrunhosa.
Ci sarà una lettera, in entrambi i casi. Ma se con Mme de la Fayette la useremo come pretesto per complicare la trama e – soprattutto – gli equivoci della vita di corte, con de Oliveira la terremo alla fine, a reinventare un finale di fuga dalla società, che vede in una costrizione autoimposta la paradossale reazione ad una società troppo rigida.
Ma in De Oliveira, almeno, c’è una canzone a cui aggrapparsi, per potersi liberare. La lettera, così importante da diventare il titolo del film, viene in un certo senso stracciata dalla voce di Abrunhosa e dalla sua musica, porta verso l’invisibile mistero dell’amore (e lontano da una noiosissima vita di corte).

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )