CAMing-out-non-ho-eta

Romanzi letti all’età sbagliata, incontri letterari avvenuti troppo presto e storie che abbiamo incrociato in un momento inadatto della vita: racconti di letteratura che non è buona per tutte le stagioni…

Nicolas Alejandro Cunial segnala:
William Golding, Il signore delle mosche, Mondadori, 2001, 250 pgg.

Copertina Il signore delle moscheIl signore delle mosche è, a mio avviso, uno di quei romanzi che si crede debbano essere letti in gioventù, come Il piccolo principe o Il gabbiano Jonathan Livingston. Personalmente credo che, per i lettori più giovani, vadano più che bene i Piccoli brividi, o il ciclo La strada della paura di R. L. Stine, oppure gli Harry Potter. Io – del resto – ho cominciato così, e non me ne vergogno.
Leggere William Golding a undici anni, invece, non è stato il massimo. Non sono riuscito nemmeno a finire il libro. E anche se sono convinto che sia un gran bel romanzo, ogni volta che incrocio il suo sguardo . come se attendesse silenziosamente nella mia libreria di essere riaperto – provo la sensazione fastidiosa di quando si annusa la stessa bevanda alcolica colpevole della prima sbronza. Non ci riesco: mi nausea, e mi dispiace molto sentirmi così a causa di un libro. Soprattutto a causa di questo libro, che hai ispirato film e serie per ragazzi (addirittura un episodio dei Simpsons) e che ha fatto vincere al suo autore il premio Nobel per la letteratura.
La trama la conoscete: durante una guerra mondiale, alcuni ragazzi si ritrovano ad essere gli unici superstiti di un incidente aereo che li fa naufragare su un’isola sconosciuta. Inizialmente la loro unione fa la forza, ma ben presto cominciano le prime divisioni, che sfociano in una vera e propria guerra che porterà il sangue di alcuni dei protagonisti a diluirsi nel mare infinito. Golding utilizza i personaggi per rappresentare alcune figure del suo tempo (il libro fu scritto nel 1952) e per mettere in luce come la natura umana porti in sé il male e la violenza, che non può che emergere appena gli individui sono messi in condizione di dare sfogo al loro stadio primordiale, bestiale e perciò sfrenato. Forse è l’età dei personaggi de Il signore delle mosche ad aver tratto in inganno molti adulti, inducendoli a considerare questo romanzo anche (alcuni direbbero esclusivamente) un libro per ragazzi, proprio come un Harry Potter. In realtà non c’è nulla di meno vero: lo stile di Golding è maturo e solido, e il romanzo è introspettivo e lento nell’azione, descrittivo fino all’estremo (almeno, questo è ciò che ricordo io). Non certo lo stile narrativo che attrae la maggior parte degli undicenni, insomma. Io feci parte di questa maggioranza, all’epoca, e mi porto dietro la vergogna per non aver saputo, almeno finora, apprezzare un libro divenuto un classico della letteratura moderna.


Annalisa Scarpa
segnala:

Italo Calvino, Marcovaldo, Mondadori, 2011, 171 pgg.

Copertina MarcovaldoNe sono convinta: non era l’età giusta, anche se la maestra che me l’aveva consigliato e perfino la copertina del libro sostenevano il contrario. Non era l’età giusta, anche se Calvino stesso ha curato un’edizione scolastica per le medie, e se nel suo progetto pedagogico c’è “l’educazione al pessimismo”. Io non volevo essere educata al pessimismo nemmeno da Calvino, probabilmente, e le storie di Marcovaldo le ho trovate decisamente inquietanti. Convincete una ragazzina di 10-11 anni che uno che dorme sulle panchine, dà la caccia ai piccioni, mangia i funghi trovati per strada e fa legna con i cartelloni pubblicitari non sia uno spostato: convincetela, se ci riuscite. Lei, che non è una sprovveduta, nonostante l’età, sa cosa aspettarsi da un libro, e decisamente non è questo. E non è che non ne abbia già visti bambini sfortunati o affamati, e non è che non abbia mai letto una lingua così ricca e varia, e anche un po’ inattuale, tra la “pigione” e lo “starnutare”. E’ solo che tutto questo pessimismo è inquietante, semplicemente.
Per inciso: Calvino è il mio scrittore preferito. Potete immaginare cosa sarebbe successo se il mio giudizio su Marcovaldo fosse diventato senza appello quello su Calvino? Non so esattamente quando, ma – per fortuna – di  Calvino ho poi letto anche altro, soprattutto ho letto i romanzi. Perché il mio problema con Marcovaldo è stato, per un tempo lunghissimo, lo stesso che mi rimaneva con i Racconti. Per quanto motivata e curiosa, per quanto leggessi di e su Calvino tutto ciò che mi capitava tra le mani, gli Amori Difficili e le altre Difficili sezioni di quella raccolta mi risultavano totalmente indigeribili. Ci sono voluti dieci anni di attesa e tentativi per riuscire a leggerli dall’inizio alla fine. E poi ho riletto anche Marcovaldo, adesso, all’età giusta, divertendomi a trovare labirinti e pulviscoli, descrizioni di città geometriche e combinatorie e gusto dell’osservazione pura, tutti elementi che sono poi diventati costanti della sua opera, e che ho nel frattempo imparato ad amare per altre vie.
Mi ha colpito l’incredibile autoconsapevolezza dell’Autore (maiuscolo suo) che introduce se stesso: novelle e non racconti; contrappunto tra “un tono poetico-rarefatto, quasi prezioso” e il “prosastico-ironico della vita quotidiana”; una struttura ricorrente che termina nell’”immancabile delusione”. Calvino riconosce il “fondo di malinconia” e la “vena lirica amara e dolorosa” del libro. Ma se, nonostante questo, la generazione cresciuta col Corriere dei Piccoli si divertiva comunque assieme a Marcovaldo, i bambini degli anni Novanta hanno dovuto crescere, prima.
E quella voce malinconica che da bambina mi aveva spaventata, oggi che ci siamo frequentati un bel po’, mi fa guardare a Calvino come a quei vecchi che sappiamo un po’ burberi, ma incapaci di nuocere.


Giulia Cupani
segnala:

J.D. Salinger, Il giovane Holden, Einaudi, 2008, 248 pgg.

Copertina Il giovane HoldenCi sono tentazioni a cui, c’è poco da fare, non si può proprio resistere. Alcune delle più potenti sono quelle che nascono dall’entusiasmo di seconda mano, dalle parole innamorate di altri che raccontano una bellezza che ci è sconosciuta: impossibile non cedere alla curiosità di andare a controllare di persona se quella bellezza c’è davvero, impossibile non provare l’impulso di correre a rubare quel segreto, subito, prima che sfugga.
A questa tentazione io non seppi resistere quando, a nove anni, mi precipitai a leggere la storia del giovane Holden Caulfield, dopo aver ascoltato per ore le parole di mia sorella che descrivevano la potenza eccezionale di quella storia, la meraviglia dei suoi significati segreti, la potenza dei suoi intrecci semplici solo in apparenza. E così un pomeriggio, senza farmi notare, presi il libro dallo scaffale, e lo aprii trepidante a pagina uno.
Il termine “delusione” non rende il senso di quello che provai: a qualcosa del genere ero preparata, e anzi attaccai quelle pagine con la consapevolezza che ci avrei trovato dentro miriadi di Incomprensibili Misteri, ancora impossibili da decifrare per me ma proprio per questo belli, affascinanti, potenti. Dentro quelle pagine ci sarebbe stata della Verità che proveniva da un mondo lontano, adulto, ancora inaccessibile ma comunque affidabile, pronto a squadernarsi davanti ai miei occhi, prima o poi. Ci sarebbe stata della Verità maiuscola, in quella storia, e io ne avrei rubato qualche briciola, di nascosto, senza dare nell’occhio. Non poteva che essere così. In quel libro, invece, non c’era mistero. Non c’era nulla che non si capisse, nulla che sembrasse poco chiaro. Solo che, insieme, nulla aveva un sapore, nulla profumava di senso. Sì, il protagonista. Il fratello scrittore. Il college. La sorellina sulla giostra. Ma poi? Dov’era quello che non avrei dovuto capire, ma di cui avrei dovuto solo sentire la pulsante grandezza? Dove si nascondeva? Non riuscii a trovarlo, e arrivai all’ultima pagina con un senso di remota nausea, di insoddisfazione radicale, profonda. Mi sentivo un po’ truffata, defraudata di qualcosa che nemmeno conoscevo, e non riuscivo a pensare che la colpa fosse mia. Ancora oggi, a dire il vero, mi chiedo se lo fosse, dal momento che io e Holden dopo quel giorno non ci siamo più incontrati, e quindi non c’è più stata l’occasione per togliersi ogni dubbio. Ho letto e amato Franny e Zooey, nel frattempo, e ho fatto pace con Salinger, ma quel libro con la copertina bianca, e la storia del ragazzo che si chiede dove vanno le anatre quando ghiaccia il laghetto di Central Park non sono più stata capace di guardarlo con occhi puliti, senza sentire l’eco di quell’antica delusione da quartaelementare. Forse prima o poi riuscirò a sapere cosa c’è di grande, nella storia di Holden. Forse prima o poi sentirò di avere l’età per riaprire quel libro. Ancora, però, non è arrivato il momento.


Emanuele Caon
segnala:
Alessandro Manzoni, I promessi sposi, Garzanti, 2002, 540 pgg.

Copertina I promessi sposiQuesto non vuole essere un vile attacco all’opera manzoniana, ma semplicemente la rappresentazione dell’incontro, forse scontro, dello studente medio con la grande letteratura italiana. A complicare le cose il fatto che lo studente è anche adolescente, e il romanzo in questione dell’Ottocento.
Le cose vanno più o meno così: l’impavido alunno nel primo pomeriggio si siede al tavolo e apre I promessi sposi; dopo due mesi di lezioni e già ben avanti nella lettura. Apre a pagina 2. Inizia a leggere e subito si agita sulla sedia: comprensione praticamente nulla. Pensa :«sarà che seduto al tavolo sono scomodo». Allora si mette comodamente sdraiato a letto, torna ad aprire il libro. Ad un certo punto è preso da uno scossone e si accorge di avere la bava alla bocca, il sonno è traditore. Il giovane studente inavvertitamente getta uno sguardo al cellulare e si trova invitato ad una partita di calcetto pomeridiano. Dopotutto una pausa dallo studio è più che meritata. «Mamma esco, vado a studiare da Marco». L’ingenua madre risponde: «Lo zaino lo lasci a casa?». Lunghi momenti di silenzio in cui il ragazzo balbetta che deve fare esercizi di matematica e che i libri non servono. Per farla breve arriva sera: lo scolaro, consapevole che di sera il suo livello di concentrazione è troppo basso, rinuncia alla lettura con il buon proposito di rimandarla alla mattina seguente in cui sicuramente si sveglierà un’ora prima appositamente per dedicarsi al romanzo in questione. Arriva mattina e il giovane viene svegliato dalle urla di sua madre, salta giù dal letto maledicendo la sveglia, che deve essere rotta visto che non ha suonato. Corre a prendere l’autobus, arriva a scuola e pensa: «in classe siamo in 22, quindi la probabilità di essere interrogato è di…allora 1 sta a 22 come X sta a 100, quindi faccio 22 per 100 e divido per 1. No no no, beh oggi non c’è lezione di matematica». Arriva l’ora fatidica, la professoressa si siede e inizia a fissare gli alunni che improvvisamente stanno tutti sudando, il nostro studente si appiattisce sul banco pensando tra sé: «se sto basso non mi vede, se non mi vede non mi può chiamare». Poi sente il suo nome e allora si alza pallido tenendosi la pancia per far capire alla professoressa che ha studiato ma che se non saprà rispondere è perché oggi non si sente bene. Arriva la domanda, lo studente inizia a bofonchiare: «e…mh..allora la Provvidenza..eh, mh». Tenta in tutti i modi di far finire l’ora di lezione prima della sua interrogazione e a un certo punto esclama: «ma a me piace leggere! Solo che mi piace di più Lo Scudo di Talos». La professoressa è presa da un malore e sviene sbattendo la testa sulla cattedra, il nostro studente alza lo sguardo al cielo in cerca di aiuto e vede il crocifisso – immancabile nelle aule italiane – capovolto, con Cristo che urla: «Padre, Padre mi hai sacrificato per niente l’umanità non può essere redenta». A capo chino il nostro eroe torna a casa, apre subito I promessi sposi esclamando: «A noi due». Dopo trenta lunghi secondi pensa: «Se mi ha interrogato oggi, vuol dire che per due mesi sono salvo».

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