CAMing-out-classico-per-sempre-2

Romanzi classici, testi capaci di scavalcare le barriere del tempo ed entrare di autorità nel nostro – ipotetico e immaginario – archivio di letture irrinunciabili.
(I parte qui)

Caterina Di Paolo propone:
Primo Levi, Se questo è un uomo – La Tregua, Einaudi, 1989, 354 pgg.

Il termine “classico” mi manda nel pallone. Dei russi ho letto poco, Madame Bovary mi uccide, Il conte di Montecristo e Moby Dick sono nella mia lista d’attesa da un secolo e ammetto con grande vergogna di aver abbandonato La certosa di Parma, anche se mi divertiva molto. Non leggevo subito i libri che a scuola ci commissionavano come imprescindibili, perché preferivo farlo quando mi pareva. Ho letto Cent’anni di solitudine e Il deserto dei tartari per i fatti miei, amandoli a modo mio, dopo aver sentito i miei compagni di classe lamentarsene in coro.
Se questo è un uomo e La Tregua sono stati oggetto del terzo capitolo della mia tesi di laurea, e li ho letti e sviscerati dopo aver conosciuto Levi come autore di racconti meravigliosi, che hanno costellato la mia adolescenza. Non ho fatto il percorso standard con Primo Levi, ed è stata una grande fortuna: per me non sarà mai lo scrittore di Auschwitz, e anche il libro in cui parla di Auschwitz per me è e resterà una delle più memorabili testimonianze sul linguaggio del dolore mai esistite. Pensate a un uomo che riesce a sopravvivere al campo di concentramento e attraversa l’Europa con mezzi di fortuna per tornare a casa: pensate alla lucidità che quest’uomo deve avere per affermare di voler essere un testimone e non una vittima, e di voler riportare gli eventi nel modo più oggettivo possibile, perché i lettori devono essere i giudici ultimi della questione. Se questo è un uomo e La tregua sono prove assolute che il dolore più devastante non è inenarrabile, e che la letteratura del vittimismo tanto in voga negli ultimi anni è completamente priva di senso. Di questi libri mi restano incise parole precise, fressen contro essen e pater optime, ubi est mensa pauperorum? E la considerazione vera, ultima, umile, umana, che Primo Levi fa quando dice che si è salvato solo per fortuna, e ha sulle spalle la responsabilità di parlare anche per chi non è sopravvissuto. Il termine “classico” mi manda nel pallone, perché un classico è un libro che si deve amare, e per questo destinato ad essere frainteso o sottovalutato. E insieme un classico è un libro inesauribile. Per questo ieri, sentendo per la prima volta le poesie di Rafeef Ziadah sull’occupazione palestinese, ho pensato a quando Levi disse in un’intervista che, ovunque si pensi che un altro sia diverso, il lager è possibile.

Tommaso De Beni propone:
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Einaudi, 2005, 1033 pgg.

Dostoevskij non aveva internet, non poteva scrivere di Facebook o di Tv. Per il resto, tutto quello che si poteva dire, l’ha detto. Per questo i suoi libri sono classici definitivi, che allo stesso tempo non finiscono mai di parlare all’uomo (o alla donna) contemporanei. Il mistero di Dio per esempio, non smetterà mai di tormentare le persone. Ma anche i genitori (o, più in generale, i vecchi) che non vogliono farsi da parte e che ostacolano i figli (o, più in generale, i giovani) mi pare un gran tema contemporaneo. Chi vuole fare lo scrittore e legge I fratelli Karamazov prova il desiderio di ritirarsi a zappare la terra, perché che altro si potrebbe scrivere che non sia già stato scritto (oltretutto meglio di come lo si potrebbe mai fare)? Nelle prime trenta pagine c’è già tantissimo, soprattutto sulla religione e sul comportamento umano, eppure il libro si protrae per oltre mille pagine. Freud scrisse un saggio sul parricidio ispirandosi a quest’opera, che tra le altre cose contiene il celebre episodio di Gesù che torna sulla terra e viene arrestato e processato dal Grande Inquisitore, ripreso tantissime volte a teatro, al cinema e anche nei dibattiti filosofici e teologici. Dostoevskij infatti, oltre che un grande artista, era prima di tutto un pensatore e quindi un grande filosofo. E poi fu anche psicologo (e non è un caso se Freud si è interessato a lui) e gran conoscitore dell’animo umano (quindi anche delle donne). Secondo Bachtin ha anche inventato il romanzo polifonico, a più voci, anticipando l’opera-mondo del Novecento. Insomma, per essere un uomo dell’Ottocento è stato un gran modernizzatore ed ha influenzato drasticamente le sorti successive del romanzo (per esempio secondo me Infinite Jest ha un che di dostoevskiano). Per le autorità russe non avrebbe neanche dovuto vivere, infatti fu condannato a morte e ad un passo dall’esecuzione la pena fu commutata nei lavori forzati in Siberia,esperienza che lo segnò fisicamente e moralmente. I fratelli Karamazov è considerato il romanzo della sua maturità ed è il preferito di Dell’Utri. Devo dire che almeno su questo egli ha buon gusto. Avrebbe dovuto avere un seguito, ma la malattia e la morte dell’autore lo impedirono.

Carolina Boldoni propone:
James Matthew Barrie, Peter Pan nei Giardini di Kensington, Marsilio, 2007, 203 pgg.

Nel 1902 in Inghilterra viene pubblicato un libro per bambini intitolato The Little White Bird, scritto dallo scrittore scozzese James Matthew Barrie. All’interno di questo volume, c’era un racconto che qualche anno dopo venne dato alle stampe con il titolo di Peter Pan in Kensington Gardens. Si tratta della prima bozza della commedia Peter Pan anzi, meglio: si tratta della nascita di un personaggio mitico della letteratura occidentale. In questa primissima edizione, Peter Pan è un bambino in fasce che decide di volare via dalla propria casa per tornare a vivere con gli stormi che vivono vicino ai giardini di Kensington. La leggenda vuole infatti che le anime dei bambini siano in realtà degli uccelli tramutate in esseri umani. Peter diventa dunque un “forse-che-sì-forse-che-no”: appartiene al mondo degli umani ma cresce secondo le regole dei corvi, senza tuttavia essere considerato parte della comunità da questi ultimi.
È proprio questa doppia natura di Peter Pan a renderlo una creatura solitaria e fortemente nostalgica al tempo stesso: grazie alla magia delle fate riesce a tornare alla finestra di casa sua, dove si abbandona allo struggimento guardando la sua mamma dormire, consapevole che non potrà mai più vivere insieme a lei e pieno di dispiacere per il fatto di non poter giocare con altri bambini. Peter Pan non è ancora il bambino che non vuole crescere: è un bimbo che ha deciso volontariamente di andare in esilio, isolandosi così in uno struggimento melanconico che nessuno può capire. Eccezion fatta per il lettore che attende, invano, un lieto fine: “vissero tutti felici e contenti” un’altra volta, in qualche altra storiella. Questo, infatti, non è un “classico” libro per bambini.

Valentina Mele propone:
Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, 1989, 318 pgg.

Il classico definitivo della mia libreria è, a mio parere, uno di quegli episodi di scrittura in cui l’autore sbatte in faccia a tutti gli scrittori passati-presenti-futuri il talento con la t maiuscola, con una sfacciataggine e una brutalità magari non intenzionali ma dolorosamente evidenti.
Milan Kundera è ancora vivo e vegeto e L’insostenibile leggerezza dell’essere non ha neanche trent’anni, nonostante ciò si aggiudica a pieno titolo l’ingresso nella rosa dei classici. Come definirlo se non un vero e proprio caso letterario?

Ci sono pochi tratti che rendono allo stesso tempo singolari e coese generazioni e culture differenti: uno di questi è sicuramente il rapporto con il dolore. Kundera lo sa, e fa del dolore lo scheletro della sua narrazione, che con una serie di variazioni sul tema dell’amore e della storia mette in scena due coppie contrastanti di personaggi: Tomas e Tereza, Sabina e Franz. Personaggi in realtà sempre autobiografici che danno voce a spunti e riflessioni dell’autore stesso e spogliano progressivamente il romanzo della sua struttura allegorica per rivelarsi infine come poli ornamentali e fittizi di un quadrato semiotico che parla della vita stessa, sinonimo qui di sconfitta umana. Un romanzo della disillusione anche dal punto di vista tecnico: Kundera, infatti, non esce mai completamente di scena ma sceglie piuttosto il ruolo di autore intrusivo, onnisciente ma vulnerabile tanto quanto il lettore stesso.
Il compito della scrittura di Kundera – e della letteratura in generale – è quello di indagare la sconfitta umana e il dolore che sta alla sua radice, portando a galla con incredibile naturalezza il ruolo taumaturgico della letteratura.
Tutti elementi che concorrono a rendere L’insostenibile leggerezza dell’essere speciale e caro ad ognuno di noi, nel tentativo – forse un po’ ipocrita – di renderci un po’ più consapevoli e meno vittime della nostra vanità.
Insostenibile è lo scarto tra la morbosa necessità umana di trovare un senso alla vita e la sua stessa evanescenza.
Einmal ist keinmal, ovvero “ciò che accade una volta non accade affatto”: è l’emblema dell’unicità della vita e al tempo stesso della sua irrilevanza. L’eccezione che conferma la regola, e dunque la regola stessa.

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