CAMing-out-classico-per-sempre

Romanzi classici, testi capaci di scavalcare le barriere del tempo ed entrare di autorità nel nostro – ipotetico e immaginario – archivio di letture irrinunciabili.

 

Nicolas Alejandro Cunial propone:
Italo Calvino, Il visconte dimezzato, Mondadori, 2010, 133 pgg.

Sarò sincero: ho dovuto lanciare una moneta e affidarmi al caso per scegliere il libro da recensire per questo CAMing Out! L’ardua scelta era tra Uno, nessuno e centomila di Luigi “Gigi” Pirandello e Il visconte dimezzato di Italo Calvino. Due romanzi per me fondamentali: il primo perché è l’opera che più mi ha influenzato sotto ogni punto di vista; il secondo perché è stato il primo vero libro che io abbia letto, quello che mi ha permesso di avvicinarmi alla letteratura in tutte le sue sfaccettature.
Il tema è un tema classico per eccellenza: la sfida tra il bene e il male. Il protagonista è il Visconte Medardo di Terralba che, colpito in pieno petto da una palla di cannone (no, non di quelli che si fumano), sarà salvato dalla morte, ma sarà costretto a vivere dimezzato. Nascono così due Visconti, uno cattivo, detto “il Gramo” e l’altro buono. Entrambi innamorati di Pamela – una contadina incontrata prima dal Gramo, poi dalla sua metà gentile – si sfideranno in un duello alla pari che li porterà a riunificarsi: simbolo della coesistenza, nell’uomo, del bene e del male. No, non è finita qui. Perché questa storia dovrebbe essere migliore di tante altre che affrontano un tema così “classico”? La risposta è semplice: Calvino scrisse questo libro nel 1952 non per affrontare il tema che io vi ho così banalmente accennato, ma perché voleva divertirsi e scrivere un racconto che facesse divertire non solo lui, ma anche i lettori.
Calvino, molto probabilmente, scrisse quest’opera con le mani della sua metà buona, facendo emergere nella figura del Gramo un sentimento che si pensava non potesse essere attribuito al male: l’amore. L’autore non dice che l’amore vince sempre sul male, ma che l’amore è presente anche nel male e, forse, lo corrode. A un’attenta lettura del racconto, infatti, si intuisce che nel duello finale entrambe le metà si sfasceranno bende e medicamenti, così da poter essere riunite e raggiungere il loro comune obiettivo: sposare Pamela. Il visconte dimezzato è un’opera che sa rimanere nei cuori, divertendone il lato oscuro e commuovendone il lato buono. O meglio, divertendo e commuovendo gli uno, nessuno e centomila lati che sono dentro ciascuno di noi.

Giulia Cupani propone:
Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio, Einaudi, 2007, 419 pgg.

Sono convinta che pochi autori siano stati defraudati del giusto riconoscimento per la loro opera, in sede storica, quanto la vecchia Jane. Nonostante l’indiscutibile successo dei suoi romanzi, nonostante il loro ingresso a pieno titolo nella storia della letteratura inglese, alla loro autrice è rimasto indelebilmente appiccicato addosso un ridicolo ruolo da vecchia zitella, da placida signorina con la cuffietta in testa e le mani strette in grembo, dedita a scrivere storie di poca sostanza in cui, dopo qualche irrilevante incidente di percorso e qualche opportuno sospiro, il protagonista maschile – bello, ricco, aitante il giusto – impalma la sciocca protagonista femminile, in un happy ending che mette tutti d’accordo.
Beh, ecco, la nostra Jane non è affatto questo. E i suoi libri, i suoi libri così classici e così apparentemente sorpassati, attraversano i tempi e continuano a parlare e a respirare e a vibrare di vita propria esattamente grazie al loro essere molto più di quel che sembrano. I libri di Jane Austen sono classici, e meritano di essere letti oggi, e domani, e dopodomani, perché sono libri spietati. Libri che parlano dell’umanità in modo crudele e lucido, disincantato e scintillante. Irrinunciabile. In ognuno di loro – e in Orgoglio e pregiudizio in particolare – non c’è traccia di bonomia nell’analisi dell’animo umano, non c’è autocensura, non c’è timore reverenziale di nessun tipo. Jane Austen non ha paura di rappresentare la stupidità, la grettezza, la crudeltà della sua società – e di ogni società, in fondo – con una precisione chirurgica e un’apparente svagatezza che lascia impressionati, anche a due secoli di distanza, e che conquista una volta per sempre. Non c’è personaggio, nei suoi romanzi, che non sia delineato con una perfezione di tratto e una sicurezza di stile che sbalordiscono e commuovono: sono persone che abbiamo conosciuto, gente vera, gente meschina che sparla e complotta, gente stupida che non sa quando è il momento di tacere, gente eccentrica, vacua, irragionevole. Un personaggio come Mr Collins, il servile e gretto reverendo di Orgoglio e pregiudizio, ha pochi paragoni nella letteratura di ogni tempo, e lo stesso si può dire per la spocchiosa Caroline Bingley, per il suo pavido, inconsistente fratello, per la sciocca Lydia e l’insostenibile, lamentosa Mrs Bennet. A leggerli in quelle pagine così apparentemente “per bene” si sente in sottofondo il ghigno spietato dell’intelligenza dell’autrice, che sa nascondersi entro i confini del suo mondo e che – da quella posizione defilata da spia che si mimetizza – restituisce un quadro della realtà che la circonda in cui non c’è pietà per niente e nessuno.
Jane Austen è una vecchia zitella spietata che ride di sé, del suo mondo, delle sue creature e di noi. Nelle sue pagine non c’è riga che non sia attraversata dal guizzo furbo e penetrante della sua intelligenza, del suo sguardo cinico e disincantato. Per questo ogni sua storia è degna di superare i secoli: sono in pochi ad averci saputo raccontare, con tanta spietata leggerezza, come siamo fatti, in fondo, noi uomini.

Tommaso De Beni propone:
Thomas Mann, I Buddenbrook, Garzanti, 2007, 713 pgg.

Su questo libro si potrebbero scrivere pagine e pagine, oppure si potrebbe liquidarlo con una sola parola, ‘capolavoro’, e un invito, per chi non l’avesse fatto, a leggerlo. Thomas Mann lo concepì in Italia, pensando alla sua famiglia, ed iniziò a scriverlo nel 1897. Fu pubblicato nel 1901, appena varcato il nuovo secolo. Un libro che dunque segna un trapasso storico, ma anche artistico. Infatti si avverte il passaggio dal naturalismo ottocentesco alla modernità. Anche il contenuto rimanda ai cicli di morte e rinascita: si raccontano circa cinquant’anni di storia tedesca attraverso le vicende di una dinastia di borghesi, destinata a decadere nel finale della storia. Alcuni hanno sostenuto che questo libro sia diviso in due, una parte che rispetta i canoni del naturalismo e una che li infrange, aprendo le porte al simbolismo, alla psicanalisi, insomma alla modernità. Questo è vero solo in parte, dal momento che già l’incipit del romanzo è quanto di più moderno si possa immaginare: iniziare con una battuta di dialogo rappresenta infatti una netta rottura con i canoni ottocenteschi. Per di più la battuta è una domanda riguardo a una frase che una bambina non riesce a ricordare, una frase su Dio imparata a catechismo. In poche righe ci sono già tre temi fondamentali: la memoria, la parola e la religione. In più vengono introdotti due personaggi chiave: il patriarca Johann Buddenbrook, colui dal quale tutto inizia, e la nipotina Antonie, detta anche Tony (l’autore, non casualmente, la appella spesso in maniera diversa), che sarà fondamentale per le sorti (negative) dei Buddebrook, anche se su questo personaggio c’è stato un dibattito critico tra chi la vedeva come la rovina della famiglia e chi invece come un’eroina positiva. Tra i tantissimi elementi interessanti da sottolineare vale la pena nominare la breve ma intensa e bellissima parte dedicata ad Hanno Buddenbrook (personaggio che rappresenta la morte della borghesia, posta in antitesi alla vocazione artistica) o il linguaggio di Mann, che cerca di cogliere tutte le sfumature dei vari dialetti tedeschi. Sfumature che ovviamente nella traduzione si perdono, anche se Furio Jesi, finché ha potuto, ha fatto un ottimo lavoro.

Annalisa Scarpa propone:
Omero, Odissea, Einaudi, 2005, 716 pgg.

Lo so, ci saranno altri blogger, qui, che cercheranno di convincervi del contrario, ma non lasciatevi ingannare: il classico definitivo è uno e uno solo e tutti sappiamo che si tratta dell’Odissea.
Non ho neanche bisogno di raccontarvelo,il viaggio per eccellenza, il ritorno che dà il nome stesso alla Nostalgia. Il poema dell’uomo di multiforme ingegno, ricco di astuzie, polytropos, mente colorata: Ulisse. Odisseo, alla greca, ma poco importa, perché qui si racconta l’Uomo. Davvero, è il poeta che lo dice, con quella prima parola, Andra. Direi che già questo spiazza la concorrenza (potremmo concedere un vantaggio su questo terreno, forse, solo alla Bibbia).Altri motivi? La costruzione: attacco in medias res e flashback prima del gran finale; tutto dilatato ad un ritmo epico, si intende, ma degno di Hollywood. Ancora: la capacità di spaziare fra i generi. Vi interessa il romanzo di formazione? Ecco le avventure di Telemaco. La fiaba di magia? L’episodio di Circe. Gusto per lo splatter? Polifemo divora compagni di Odisseo come fossero patatine (e ne vomita pezzi qua e là, ubriaco). Lo splatter non vi basta, volete ancora del macabro? Catabasi in cerca di Tiresia, un bel sacrificio e via, tutti nell’Ade. Scene d’azione: la strage dei Proci. Sentimentali? Riconoscimenti lungo tutta l’opera, dal cane Argo alla nutrice Euriclea (l’astuta Penelope, il padre Anchise…) Fantasy: Atena e le divinità olimpiche a spasso su e giù dal cielo. Intrighi: una tela che misteriosamente è sempre al punto di partenza. E potremmo continuare.
Ma non è finita qui. Odissea – va bene, ma quale? Quella aulica del Pindemonte? “Musa, quell’uom di multiforme ingegno dimmi” è solo l’inizio, datevi il tempo di arrivare a “indarno ricondur desiava i suoi compagni” per decidere se è questa la pasta di cui siete fatti. Quella greca? L’ “originale” (e lo metto tra virgolette avendo imparato, durante le ore di filologia, una cosa sola: diffidare), quella che abbiamo scandito verso a verso in chissà quanti dattili: àndra moi ènnepe mùsa / polìtropon òs mala pòlla – chi ne ha avuto la fortuna (o la croce). Ma per leggerla come un libro qualunque? Non so decidere se preferisco la versione di Maria Grazia Ciani (in prosa, scorrevolissima), o quella – altrettanto scorrevole ma in versi, provare per credere – di Rosa Calzecchi Onesti.
Ciascuno faccia come crede, all’Odissea non si può sfuggire. Una prova: quelle che Ulisse vuole ascoltare, legato all’albero della nave, sono le…
Sapevate la risposta? Classico.

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