CAMing-out-sport-alto-veloce-forte 

Romanzi e poesie che raccontano storie di sport, di uomini che sfidano i limiti, di vittorie e di sconfitte. E in cui non è sempre detto che vinca il migliore.

 

Giulia Cupani segnala:
Ilaria Bernardini, Corpo libero, Feltrinelli, 2011, 192 pgg.

C’è un corpo tutto piegato all’indietro, sulla copertina di questo libro: una linea perfettamente dritta dalla punta dei piedi al sedere e poi una curva ad angolo acuto, innaturale, perfetta nella sua totale dis-umanità che spezza in due quello che – almeno in linea teorica – dovrebbe essere il filo di una schiena. Ma quella colonna vertebrale inarcata all’indietro è molto più di se stessa: è una pura curva capace di rendere visibile qualcosa che è perfettamente armonico nella sua geometria ma insieme è anche radicalmente inumano, estraneo a qualsiasi concetto di bellezza concreta. Quella curva riesce ad essere affascinante, ipnotica nella sua perfezione cristallizzata in un istante, e insieme ad essere quanto di più crudele e artificiale possa esistere, e a guardarla ci si ritrova sospesi al punto limite dell’ammirazione, nel luogo preciso in cui la bellezza si prepara a degenerare e sconfinare nella paura. Qualcosa di simile accade anche quando si guardano i ginnasti alle Olimpiadi: si resta sbalorditi dalla leggerezza di quei corpi spinti fino al limite estremo dell’umanità, nel punto esatto in cui muscoli e sangue e nervi diventano qualcosa che va al di là della persona che li possiede, del corpo umano che li raccoglie e li abita, in un’apoteosi di controllo estremo e di simulata leggerezza che sbalordisce e atterrisce nello stesso istante e che condensa in pochissimi secondi di pura perfezione il lavoro tenace, inarrestabile e feroce di una vita intera.

C’è qualcosa di sublime e di terribile assieme, nei corpi dei ginnasti, e nelle loro vite così come noi le immaginiamo, e Corpo libero racconta esattamente questo: la vita di un pugno di giovani atlete e della loro esistenza sospesa sul confine tra bellezza e terrore, tra perfezione massima e crudeltà più nera. Lo fa scegliendo di raccontare il momento in cui tutto si gonfia ed infine esplode: la settimana che precede una gara importante, importantissima, una di quelle gare in cui si decidono i destini delle persone e in cui bisogna essere forti e salde, fedeli a se stesse e alla squadra, dedite e assidue, capaci di non dimenticare nemmeno uno degli infiniti e ridicoli riti scaramantici che rendono possibile la vittoria. In questa settimana di perfezione esteriore e di infinite, microscopiche, essenziali crudeltà, ogni confine viene distrutto e spazzato via in una storia che forse non racconta nulla che non sapessimo già, ma che ha la capacità di dare corpo, muscoli e voce a un pugno di personaggi perfetti nella loro complessa evidenza. Una storia in cui ogni parola, ogni gesto, ogni dinamica sono in grado di aggiungere una pennellata a un quadro che, senza fare sconti a nessuno, descrivendo queste giovani ginnaste condannate alla perfezione dei gesti e alla rinuncia a ogni possibile evasione parla in realtà di qualcosa di molto più universale, che finisce per riguardare chiunque, anche chi in palestra non ha mai imparato nemmeno a fare la ruota tenendo le gambe ben dritte.
In Corpo libero si parla di umanità, dolore, crudeltà e passione, mescolando questi ingredienti fino a ottenere un esplosivo magari imperfetto, ma di certo potente, capace di deflagrare e di mettere il lettore di fronte a qualcosa di intensamente umano, da cui è difficile distogliere lo sguardo.

Isacco Tognon segnala:
Milo De Angelis, Biografia sommaria, Mondadori, 1999, 71 pgg.

Non romanzi ma qualche poesia. Con più precisione: due poesie, due inni alla femminilità urbana che si avvicina al mito e si incarna nelle figure di giovani donne votate all’atletica leggera. I due testi s’intitolano, rispettivamente, Donatella e Per quell’innato scatto, li potete leggere qui e qui.
Un professore della ex facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Padova, in merito alla prima poesia, disse in un giorno di dicembre che si tratta, a suo personalissimo giudizio, di una tra le più belle liriche di tutti i tempi. Non so se il parere sia condivisibile oppure no, poco importa, fatto sta che questa poesia si presenta come una piccola cosa bella, che unisce il quotidiano all’assoluto, legando il tempo del presente a quello indefinito di una mitologia in cerca di definizione.
Donatella non parla, si fa guardare dalla rete del martello. Sono due uomini a parlare di lei; uno chiede e guarda, l’altro – Chi è costui? Un custode, un’ombra, un indovino… / quali enigmi mi sussurra? – prova a spiegare e dar voce alla solitudine della ragazza che con una mano disfa ciò che ha fatto l’altra mano. Donatella è la vera unica luce nella pista, ma il suo lume ha cuciti addosso i chiodi delle scarpe, il posto di lavoro saltato, tutto il gelo. E mentre il custode del campo parla, l’altro uomo ce lo immaginiamo attento e stupito, impotente di fronte alla visione mentre pensa che sì, ha ragione l’altro a dire a tutti di baciarla come un’orazione sul suo corpo.
Per Stefania Annovazzi la storia è diversa: la sua mitologia ha contorni più marcati, il poeta la chiama Atalanta già dai tempi del liceo per quella sua formidabile corsa sugli ottanta metri: è lei la ragazza guerriera / sempre all’attacco. Chi scrive la ricorda al presente, la molla è una pellicola girata quando la Stefanella era ancora una ragazzina; e volava. Quel film isolato, solo accennato in incipit, innesca un ricordo che riporta ad un tempo lontano ma sempre vivo, al tempo in cui il poeta decise che il nome di lei doveva essere quello dell’eroina allattata dall’orsa. Ma il distico finale relega l’immagine dell’atleta scattante in un passato racchiuso in quella memoria collettiva da compagni di classe: per tutti noi era quella / divina falcata adolescente.
Stefania e Donatella sono due statue, due bronzi che nel gesto atletico producono e riflettono una bellezza che è in loro, ma non appartiene a loro. Quella bellezza è più nitida nel riflesso cristallino degli occhi di chi le avvicina, di chi le osserva spiccare nella corsa e prepararsi ad un gesto definitivo e perfetto.
Viene da dire – e qui il poeta è un altro – che le guardiamo noi, della razza di chi rimane a terra.

Annalisa Scarpa segnala:
Paul Auster, Mr Vertigo, Einaudi, 1999, 281 pgg. 

Questa non è una storia di sport, è la storia di un lungo e durissimo allenamento: Mr. Vertigo di Paul Auster. Comincia con uno scenario dickensiano, con l’immancabile orfano che non può sottrarsi allo sguardo avido di un adulto calcolatore, ma questo adulto ha già visto nel ragazzino la leggenda, e non intende rinunciare al suo sogno, o meglio: alla sua scommessa.
Così, Walter il Bambino Prodigio si trova sottoposto ad un lunghissimo addestramento, degno delle più spietate arti marziali, per assumere il pieno controllo di se stesso e imparare a librarsi al di sopra della gente comune. Diciamo, letteralmente, a levitare. Il ragazzino guadagna in questo modo una famiglia: l’odio-amore per Maestro Yehudi diventa, a poco a poco, quello per un padre putativo che non si vorrebbe deludere; c’è un fratello di colore di non comune intelligenza; c’è anche una specie di mamma-strega, affezionata e commovente nel momento del bisogno. Ma guadagna, soprattutto, la fama e la gloria di uno spettacolo eccezionale, creando pezzo per pezzo, con la pratica e la sapienza scenica e imprenditoriale, il personaggio di Mr. Vertigo: un illusionista che non illude ma che suda, rischia, che non smette mai di essere un uomo, anche quando guarda dall’alto il pubblico estasiato. Sembra così terribilmente umano quando è costretto a reinventarsi una o mille nuove vite, ad imparare daccapo, non da terra ma dal fondo, a lasciarsi volare via.
C’è la storia del sogno americano in questa costruzione di un mito, c’è la storia di un continente a far da contorno e controcanto a questo sogno. C’è il romanzo di formazione e la narrazione simbolica; c’è l’intrigo, l’amore, la spy story… Nessuna via rimane intentata per dare spessore narrativo alla storia: è l’ascesa e la caduta di un uomo qualunque diventato speciale, per il quale avercela fatta non significa che non si debba, il giorno dopo, ricominciare daccapo.
Come per questi atleti da medaglia che dopo anni di fatiche, sacrifici e speranze arrivano finalmente al podio. E domani chissà.

Tommaso De Beni segnala:
Paolo Volponi, Il lanciatore di giavellotto, Einaudi, 1981, 202 pgg.

Il fascismo se non altro ha fatto molto per la promozione e diffusione dello sport e dell’attività fisica. Questo luogo comune si tramanda da anni ed è arrivato fino a me, nei primi anni duemila, tramite il
mio prof. di ginnastica del liceo.
Nel 1981, Paolo Volponi, dopo aver scritto Il pianeta irritabile, recupera una forma narrativa più tradizionale ambientando una storia proprio negli anni del regime. Il protagonista è Damìn Possanza, un adolescente che sotto molto aspetti ricalca la figura di Volponi stesso. La madre del ragazzo è una donna bellissima che intrattiene una relazione con un gerarca, il quale eccelle nello sport. Sarà proprio il gerarca, odiatissimo, ad incitarlo a dedicarsi al lancio del giavellotto, che per Damìn pare possa avere una funzione catartica. Il ragazzo è bravo, ma l’attività fisica non riesce a domare le angosce del giovane, il quale inizia a provare desideri sessuali per poi scoprire di avere una sorta di repulsione per le donne. Sullo sfondo intanto scorrono scene di vita preindustriale, approcci sessuali e un’educazione scolastica che soffoca la creatività. Il tempo passa e qualcosa ribolle. Nel finale la tragedia esplode, implacabile.
Volponi riesce a coniugare tre elementi: la storia italiana, la realtà artigianale di Urbino e quel concetto di grecità a lui caro. In più c’è lo sport, di cui l’autore non ignora certo l’importanza (era tifosissimo del Bologna). Ma se lo sport diventa un ulteriore strumento di controllo dell’uomo sull’uomo e un’esaltazione dello struggle for life, rischia di aggiungere solo conflittualità e rabbia repressa nella mente delle persone. Lo sport invece dovrebbe avere un ruolo di aggregazione sociale, ma soprattutto umana, insegnando i valori della convivenza e del rispetto dell’altro.

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