CAMing-out-prima-che-gallo-canti

Tradimenti letterari, romanzi abitati da fedifraghi, mentitori, traditori: storie di fiducia malriposta, di delusioni e vendette, da leggere prima che il gallo canti.

 

Giulia Cupani segnala:
Sándor Márai, Le braci, Adelphi, 2008, 181 pgg.

Inizia con una lettera, questa storia mitteleuropea che parla di colpa, tradimento, memoria e ombre: una lettera che arriva dal centro di un passato che si è congelato in un presente eterno, bloccando dentro di sé le esistenze dei personaggi che lo abitavano. A riceverla, in un pomeriggio d’estate torrido e polveroso, è Heinrik, un vecchio ufficiale dell’esercito austro-ungarico ritiratosi a vivere in un castello perso nella pianura ungherese ventosa e feroce, capace di far impazzire chi non riesce ad amarla. A scrivergli è Konrad, un vecchio amico conosciuto negli anni del collegio militare e poi uscito dalla sua esistenza un giorno di quarant’anni prima, senza lasciare traccia di sé, fino a quella lettera in cui annuncia il suo ritorno.
Mentre aspetta l’arrivo al castello di Konrad, Heinrik ricorda: ricorda la loro giovinezza, il sorgere di quell’amicizia esclusiva e unica, l’intrecciarsi delle storie di due ragazzi fatalmente destinati ad attrarsi l’un l’altro, nonostante la loro diversità. E, poi, ricorda l’ultimo giorno in cui ha visto l’amico, e la battuta di caccia che l’ha segnato per sempre: per un attimo, nel mezzo dello svolgersi di quella battuta, infatti, Heinrik si era accorto che Konrad sarebbe stato pronto ad ucciderlo. Aveva sentito il fucile dell’amico sollevarsi, arrivare a prendere la mira su di lui e poi – un secondo prima di quello che sembrava l’unico esito possibile – l’aveva sentito abbassarsi, cambiare strada, come un bacio di Giuda rimasto solo ipotetico, incapace di innescare alcun calvario concreto, ma ugualmente distruttivo. Le vite dei due amici, infatti – dopo quel tradimento che non ha saputo consumarsi del tutto ma che pure è avvenuto – cambiano per sempre. Konrad scappa, e Heinrik scopre che l’amico aveva da tempo una relazione con sua moglie. Il gelo della rivelazione di questo tradimento ghiaccia la sua vita per sempre, fino alla sera d’estate in cui il passato ritorna a prendere corpo in quella che non può essere altro che la resa dei conti tra due fantasmi, due uomini invecchiati all’ombra di quella colpa antica, due spettri che arrivano dal cuore di una Mitteleuropa fatta di collegi militari, onore e colpe segrete che ormai non esiste più. Il mondo là fuori, infatti, ha proseguito in loro assenza il suo cammino, ma Heinrik e Konrad questo non lo sanno: questi due biblici, epici fantasmi conoscono solo l’istante oscuro di quel tradimento tanto perfetto da non riuscire nemmeno ad essere compiuto ma capace di legare a sé, per sempre, i loro destini. La loro resa dei conti è il canto del cigno di un intero mondo sul punto di crollare, soppiantato da nuove e più grandi tragedie: è lo scontro titanico tra due universi che si fronteggiano, colmi di grandezza e di miserie, prima di dare il via alla loro catastrofe.

 

Tommaso De Beni segnala:
Anonimo, La canzone di Orlando, Bur, 1985, 544 pgg.

Giuda, a mio avviso, è una figura più complessa del semplice traditore. Se non altro perché secondo alcune interpretazioni non ha fatto altro che obbedire agli ordini di Gesù, il quale sapeva come sarebbero dovute andare le cose. E, in effetti, senza Giuda non esisterebbe nemmeno il cristianesimo.
Nei cicli di storie epiche, non considerate scritti sacri ma altrettanto imponenti e importanti, la figura del traditore torna, calcata più o meno fedelmente sul modello di Giuda. Nel ciclo bretone e arturiano è Mordred, nella più bella e famosa delle chansons de geste è Gano. Egli è il patrigno di Orlando, in quanto ha sposato sua madre Berta, che è nientemeno che la sorella di «Carles li reis», cioè di Carlo Magno, che nell’opera viene spesso presentato come una sorta di vecchio padre eterno. Orlando è il suo paladino prediletto, adorato come un figlio. Ma anche Gano, che a differenza di Orlando è un nobile, sa il fatto suo: in questo caso, quindi, il traditore non è brutto e malaticcio come spesso viene iconicamente rappresentato. L’unico tratto dell’aspetto fisico che lo caratterizza in negativo – secondo alcune versioni – sono i capelli rossi, considerati un segno di cattiveria in base a un luogo comune che arriva fino a Rosso Malpelo. Inoltre c’è affinità con un’altra vicenda biblica, quella di Caino e Abele. Gano infatti è geloso e invidioso della sconfinata ammirazione di re Carlo per Orlando, del quale egli oltretutto disapprova le idee strategiche. Il tradimento quindi, dal suo punto di vista, non riguarda la Francia, ma solo la persona di Orlando, che va tolta di mezzo: ecco che allora Gano rivela ai Saraceni di Spagna che Orlando guiderà la retroguardia dell’esercito dei Franchi a Roncisvalle. L’agguato è peggiorato dall’orgoglio del guerriero che si rifiuta di suonare l’Olifante per chiedere soccorso al resto dell’esercito o, meglio, lo fa troppo tardi, condannando se stesso e i suoi compari al massacro. L‘anima di Orlando verrà presa dagli angeli e assunta direttamente in paradiso, mentre Gano verrà squartato e i suoi resti bruciati.
Di lui si parla anche nell’Inferno di Dante.


Isacco Tognon
segnala:

Javier Marías, Il tuo volto domani. Febbre e lancia, Einaudi, 2003, 372 pgg.

Tradimenti che riaffiorano, testimonianze indirette, quasi tradimenti di seconda mano. Non vissuti in prima persona, quindi, ma ugualmente vivi e vicini se basta una macchia di sangue per mettere in moto il ricordo, se dalla lettura notturna di un romanzo di Fleming la strada si fa breve fino ad arrivare alle delazioni di una guerra ormai lontana eppure così vicina al ricordo di un padre, alla vita segnata di chi ti ha messo al mondo.
Jacques Deza è stato invitato ad una “cena fredda”, la casa è quella del vecchio professor Wheeler, accademico che dice e non dice, allude e squadra lasciando intuire qualche pagina nascosta – o non ancora svelata – di un passato che lo vuole coinvolto nella guerra civile spagnola. In quelle parole non dette, Deza legge la scintilla. Cerca nella notte, quando gli ospiti se ne sono andati e il padrone di casa si è già messo a letto, fra gli scaffali della biblioteca di casa Wheeler. “Mi hai dato una grande idea”. “Che stupidaggine. Una grande idea.”
L’idea è la ricerca, e stupida o meno che sia porta a libri che parlano di spie russe e complottisti, di falsi amici di Lenin e studenti fatti fuori dai franchisti; Jacques legge le pagine di From Russia with love, le annotazioni di Wheeler, e la memoria torna lì, a quella guerra che cucì sulla pelle del padre le parole tradimento e delazione, con accanto i nomi degli amici di un tempo, degli insospettabili, “Del Real e Santa Olalla, Santa Olalla e Del Real”: un mantra del ricordo, nomi cui il padre ha destinato una sola pagina, grande, corrispondente al silenzio. Niente denunce, niente ricerche, nemmeno la voglia di capire perché. Sopravvissuto alle accuse e scampato ad una più che probabile esecuzione sommaria, il padre di Deza non cercò mai più chi lo aveva tradito, chi lo aveva consegnato, inventando il falso su di lui, all’autorità.
Perché riconoscere menzogna e tradimento porta all’indicare il traditore, la ricerca si inverte e il dito – per quanto giusto, per quanto saggio e prudente – cambia direzione, imputato e accusatore invertono i loro ruoli finendo col legittimare il torto subito, col fornire un alibi per la liberazione della coscienza.
Non dimenticare, quindi. Ma neanche chiedere oltre, indagare, sondare lungo lungo un terreno che porta solo ad altro male. Questo è il ricordo di Jacques, questo è quanto gli disse un giorno suo padre. Questo, forse, è quello che davvero successe allo studente Juan Deza.

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