CAMing-out-pulpette

Schizzi di sangue, corpi spappolati, demoni più o meno concreti e pallottole che fischiano nell’aria: romanzi pulp di ogni ordine e grado, in una parola, per il CAMing out! di oggi.

 

Egidio Ferro consiglia:
William Faulkner, Santuario, Adelphi, 2006, 303 pgg.

«Forse tanti ammiratori di Tarantino non hanno letto Santuario di William Faulkner». Così Emilio Tadini nell’introduzione a L’urlo e il furore. In effetti alcuni film di Tarantino, non fosse altro per una certa misoginia dei personaggi maschili e il linguaggio degli afroamericani (vedi Jackie Brown), ricordano questo romanzo faulkneriano. Esso, infatti, non solo rappresenta un punto cruciale nella carriera dell’autore americano (l’uscita dal quasi totale anonimato nonostante libri quali L’urlo e il furore e Mentre morivo), ma è anche tra i primi del genere pulp.

Gli ingredienti ci sono tutti. Abbiamo un branco di canaglie criminali (i Jules Winnfield e Vicent Vega della situazione, per intenderci) dediti al contrabbando di liquori in pieno proibizionismo e assiepati in una casa «buia, desolata e meditabonda», una bellissima donna che ha «un che di licenzioso», Temple Drake (la nostra Mia Wallace), pronta a sconvolgere l’equilibrio dei criminali suddetti, lo stupro della deliziosa Temple, un omicidio irrazionale (e inutile, come la testa di Marvin che esplode) e un bel bordello, che non fa mai male a nessuno. La trama è presto detta. Il capo della banda criminale, Popeye, violenta la giovane Temple, uccide un suo scagnozzo, chiude la bella nel bordello e fa accusare (e condannare a morte) un altro suo compare. Purtroppo per Popeye, le sue abilità di risolvere problemi non sono affinate come quelle di Mr. Wolf e, a fine romanzo, il boss dovrà pagare dazio per mezzo di un cinico contrappasso.

Il libro, tuttavia, non è solo un’esibizione gratuita della violenza e non è nemmeno un «gialletto poliziesco» farcito di maggior sangue; Santuario è anche e soprattutto la presa di consapevolezza di una società e di un’umanità corrotti allo stesso tempo e modo, dove a dominare sono la giustizia arbitraria, la connivenza col malaffare e l’irrazionalità. In questo senso mi viene in mente il finale di Le iene, quel finale in cui muoiono tutti, buoni e cattivi, giusti e ingiusti, come a voler dire che i valori “positivi”, “civili” dell’uomo e della società saranno anche fichi e giusti, ma subiscono la stessa sorte e hanno lo stesso destino dei loro opposti. Sopra di tutto sta il degrado; di questo parla Santuario.

Tommaso De Beni consiglia:
Massimo Carlotto, Arrivederci amore, ciao, E/O, 2012, 183 pgg.

 Il fondatore del noir francese, Leo Malet, negli anni ’40 sconvolse i suoi lettori adottando come protagonista non più un poliziotto bensì un criminale. In questo modo i canoni del genere venivano scardinati dall’interno. Al giorno d’oggi la mescolanza dei generi non fa più notizia ed anzi è quasi un must; allo stesso modo, è pratica ormai comune tra gli scrittori noir adottare i “cattivi” come protagonisti.

Lo fa anche Massimo Carlotto nel romanzo che rompe con il ciclo dell’Alligatore, cioè Arrivederci amore, ciao (titolo che riprende un verso di Insieme a te non ci sto più di Caterina Caselli; la musica italiana verrà scomodata anche verso la fine del libro, in una schematica ma efficace contrapposizione Battisti-De André). Il protagonista, Giorgio Pellegrini, è un ex terrorista cinico e spietato che all’inizio del libro scappa da una prigione latino americana e cerca poi di rifarsi una vita in Italia, prima in Lombardia e poi in Veneto. La nuova vita non esclude il crimine, anzi egli sfrutta le sue conoscenze per arricchirsi e comprarsi un locale. La violenza, anche gratuita, non manca ed emergono elementi a mio avviso più affini al pulp e all’hard boiled che al noir. Pellegrini diventa sadico e stronzo soprattutto quando ha a che fare con le donne, che non esita a sfruttare, ingannare e persino torturare a seconda dei suoi bisogni e dei suoi piaceri.

Anche se è una storia di fiction, colorata dal sangue e da altri espedienti e cliché del genere, l’attività delle bande dell’Europa dell’est e l’infiltrazione delle mafie al nord (quest’ultimo elemento verrà approfondito nel romanzo successivo, che riprende Pellegrini, ormai padrone del locale, come protagonista) sono descritti in maniera molto credibile e dettagliata. In America, essendoci una grande narrativa (De Lillo, Franzen, Cunningham, Foster Wallace, Mc Carthy), la letteratura cosiddetta di genere emerge con più chiarezza, con tutte le sue caratteristiche. In Italia invece – e il romanzo in questione sicuramente lo dimostra – i romanzi gialli, o noir, o pulp, offrono uno scorcio di realtà sociale a volte più efficacemente di quanto non faccia la narrativa d’autore.

Alberto Bullado consiglia:
Dante Alighieri, La Divina Commedia. Inferno, Mondadori, 2005.

Confesso di aver avuto delle difficoltà, anzi, molti dubbi nel decidere il titolo da segnalare in questo CAMing Out. Avrei potuto scegliere Pulp di Bukowski, ma sarebbe stato troppo scontato. O un romanzo di Philiph K. Dick, vedi Un oscuro scrutare, ma qualcuno avrebbe avuto qualcosa da obiettare: “quello non è pulp ma fantascienza o al massimo cyberpunk” (come se il cyberpunk non possa essere anche cyberpulp). Stesso discorso per L.A Confidential di James Ellroy: “macché pulp, quello è hard-boiled, o tutt’al più crime-noir” (anche se dentro c’è un bel po’ di sangue, di droga e di porno). O Savana Padana dell’amico Matteo Righetto, giusto per rimanere in casa nostra (ma di questo, magari, ne parlerò in un’altra occasione). O ancora qualcosa di Palahniuk, ma ne ho già scritto, oppure Esodo di Dj Stalingrad, un libro sorprendentemente brutto (ed è tremendamente ed editorialmente pulp che si diano alle stampe romanzi del genere).

Ma alla fine mi sono deciso per l’Inferno di Dante. Direte, perché? A) Perché si tratta della più grande opera pulp della storia della letteratura; B) perché me l’ha suggerito Thomas Prostata (thanks Wikipedia), ve lo ricordate? C) perché la mia è chiaramente una provocazione.

Negli ultimi anni il genere pulp, in letteratura come al cinema, ha funzionato da alibi, anzi, da lasciapassare, per una genia di esaltati e pseudo artisti nel fare, più o meno liberamente, delle schifezze senza né capo né coda. Il genere non ne ha beneficiato, divenendo un macroinsieme di sconcezze gratuite. Tuttavia il pulp è un’altra cosa, un modo di produrre della fiction che non preclude la possibilità di fare della grande arte. Ecco giustificato l’Inferno di quella Commedia che poi divenne addirittura Divina: un affresco umano insuperabile, un poema sulfureo, un’epopea sublime, disperata e maleodorante.

E poi la commistione tra generi e registri – il turpiloquio, la tragedia, l’epica, l’agiografia, la novellistica, la teologia, la mitologia, la filosofia, le citazioni, i continui rimandi storici, gli influssi culturali provenienti da numerose tradizioni, e poi ancora il sangue, i demoni, le sofferenze inenarrabili, gli umori corporei, i liquidi necrotici, la carne straziata, le viscere esposte, le malebolge affollate di eterna perdizione e i lampi improvvisi di altissima ed irripetibile erudizione – più pulp di così? Appunto, si muore.

Giulia Cupani consiglia:
Derek Raymond, Il mio nome era Dora Suarez, Meridiano Zero, 2010, 254 pgg.

Ci sono tutti gli ingredienti del pulp, nel quarto romanzo della serie della factory di Derek Raymond: una prostituta e la sua anziana padrona di casa ammazzate con violenza e crudeltà raccapriccianti da un assassino psicopatico; un sergente senza nome, con alle spalle un passato misterioso e tragico, che indaga sul loro omicidio; un club londinese dietro le cui pareti succedono cose che non vorresti sapere; auto-mutilazioni e colpi d’ascia; teste spaccate, cadaveri fatti a pezzi, malattie veneree, necrofilia e torture.

C’è tutto questo, ma insieme c’è molto più di questo. Perché questa storia è anche, e soprattutto, la storia di un’infatuazione, di un amore impossibile tra l’uomo che deve far luce sul delitto di una povera prostituta ammalata di AIDS e la vittima di quello stesso delitto, la splendida e infelice Dora, che muore sulla scena del romanzo fin dalle prime pagine ma che riesce ugualmente a continuare a parlare, attraverso le pagine del suo diario ritrovato dal sergente, raccontando la sua vita e la sua disperata ricerca di una qualche forma di salvezza, di redenzione nonostante tutto. Chi legge la parole di Dora sa già che, per lei, non c’è alcuna salvezza possibile: il suo destino sarà tutto nei colpi d’ascia che metteranno fine alla sua vita ma – proprio come succede al Sergente – non si può non cedere al fascino tragico e un po’ ingenuo di questa donna che scrive sperando in una salvezza impossibile, e che muore vittima delle sue illusioni.

Derek Raymond diceva di “odiare Agatha Christie” perché si serviva delle vittime dei suoi romanzi come di agnelli sacrificali – pure marionette da gettare sulla scena per innescare la trama poliziesca, per dare all’investigatore qualcosa su cui indagare -ignorando cinicamente i loro sentimenti e “uccidendole due volte”, all’interno della trama ma anche nell’animo del lettore. Dimenticando, soprattutto, che ogni delitto è sempre, prima di ogni altra cosa, una rappresentazione della violenza inevitabile che dorme dentro tutte le società e che si risveglia accanendosi su vittime innocenti. Raymond, da parte sua, in questo suo romanzo vuole fare esattamente l’opposto, ponendosi dalla parte delle vittime e delle loro “giuste lacrime”, mettendo al centro di tutta la narrazione proprio colei che non c’è, che apre il romanzo con la sua uscita di scena, ma che è la vera protagonista di questa storia in cui nessun dettaglio è risparmiato e in cui la violenza del mondo preme da ogni parte, annullando ogni possibile utopia di redenzione.

In Il mio nome era Dora Suarez convivono, con forza e durezza, la commozione per chi muore e la follia di chi uccide, l’empatia e il disgusto, l’amore e lo schifo. La storia di Dora è la storia di un amore post-mortem, di un pazzo necrofilo, di un “giusto” incapace di riportare ordine nel mondo e di una società distratta e crudele, che ignora e censura quello che non vuole vedere, che rifiuta di immergersi nel pozzo vero del dolore.
Il risultato è una storia acuminata e tragica, una tragedia di portata quasi classica in cui il destino umano è rappresentato come qualcosa di impossibile da sfidare, e la violenza come una piaga inevitabile: non ci sono redenzioni possibili, e non c’è salvezza. Restano solo la commozione per la sorte di chi è troppo debole per sottrarsi all’ingranaggio e la tenerezza e il rispetto per la morte inevitabile, per il destino impossibile da vincere di chi non è abbastanza forte per opporre resistenza.

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