CAMing-out-ragazze-vorresti-conoscere

Romanzi con personaggi femminili memorabili, romanzi retti da donne che brillano per forza di carattere, intraprendenza, desiderio di emancipazione, tenacia e determinazione: romanzi declinati al femminile, senza essere romanzi rosa.

 

Marco Vezzaro segnala:
John Dos Passos, Manhattan Transfer, Dalai editore, 2002, 444 pgg.

Sentì che stava per piangere. Si conficcò le unghie nel palmo della mano, e trattenne il respiro finché non ebbe contato fino a venti. Poi, con una voce strozzata di bambina, disse: «Harry, andiamo a ballare».
In un romanzo senza trama, in cui l’unico filo che lega i destini dei personaggi è il loro finire inghiottiti senza pietà ma neppure malizia da una metropoli indifferente, Ellen è l’unica che riesce a rimanere a galla, entrando in un discorso misogino di facciata che vuole la donna come creatura in perenne fuga, incarnazione della corruzione della società e del mondo capitalista, camaleonte in grado di adattarsi ad ogni ambiente per trarne il massimo vantaggio. Ma in realtà è vero il contrario; Ellen scardina e sputtana l’ipocrisia dei valori cardinali americani, l’amore e la famiglia, mostrando come siano non meno effimeri del quadretto suggestivo offerto da un tramonto metropolitano.
Ellen, a partire dalla confusione onomastica che si crea nel romanzo attorno alla sua identità (Ellie, Helena, Elaine? Continui sdoppiamenti che si riflettono anche nel cognome da nubile, Tatcher, e in quelli acquisiti grazie ai numerosi matrimoni: Oglethorpe? Herf? Baldwin?) è sfuggente come la città che la opprime e la stupisce; è una vera fruitrice dell’istante singolo e irripetibile, e proprio per questo risulta incapace di mettere insieme la moltitudine dei momenti per ricavarne una sintesi rassicurante; in poche parole, è incapace di amare in maniera totale, diremmo quasi “cristiana”. La stessa tragica fine del suo unico grande amore lo ferma così, in un istante cristallizzato, senza attendere che, come tutto, deperisca.
Se poi questa collezione di momenti corrisponda fondamentalmente a un vuoto, o invece abbia un significato più profondo di una visione d’insieme, sta al singolo lettore deciderlo. Ma è innegabile che questo fermare a forza l’esperienza del mondo sfoci inevitabilmente in una spinta vitale, nell’impedire che ogni istinto, dopo aver raggiunto il suo apice, si avvii al declino.
La forza di Ellen, e del suo “andare a ballare”, si rivela così come unica resistenza efficace all’atrocità di una New York che, senza mai morire, continua però a mortificare i suoi abitanti.

Tommaso De Beni segnala:
Ippolito Nievo, Le confessioni di un italiano, Rizzoli, 2007, 954 pgg.

La premessa è che questo è un grande romanzo che meriterebbe di essere letto e conosciuto tanto quanto I promessi sposi. Tra i tanti temi e “racconti nel racconto” c’è anche una delle storie d’amore più belle e sincere della letteratura italiana, che riguarda il narratore e “la Pisana”, figlia dei conti presso cui dimora Carlino, il protagonista, da piccolo. Una storia che inizia appunto nell’infanzia, quando tante cose ancora non si sanno ma si intuiscono. Le scene di affetto tra i due bambini sono splendide e molto moderne. La Pisana appare come una donna capricciosa ma allo stesso tempo forte, decisa, coraggiosa e, inutile dirlo, molto bella. Nel corso del romanzo lei e Carlino crescono, si lasciano, si separano e poi si ritrovano più volte. Questa figura femminile creata da Nievo incarna ed anticipa l’immagine della donna moderna ed emancipata che emergerà poi in particolari periodi della storia d’Italia, come il Risorgimento o la Resistenza. Ella si interessa di politica e lotta con tutte le sue forze per una causa, si dà da fare per aiutare gli altri, si umilia per il suo amore, impara l’inglese e più di una volta salva la vita a Carlo, per un certo periodo lavora per mantenerlo e nel frattempo gli dà anche dei figli. Quando si dice: bella e brava. Alla fine invecchia e muore e così si completa un percorso evolutivo durante il quale un carattere capriccioso e superficiale lascia il posto a uno responsabile ed altruista e le idee hanno la forza di evolversi e contrastare un’educazione rigida e bigotta.
È chiaro che la femminilità è un po’ più complessa, che Nievo non conosceva la psicanalisi (con annessi studi sull’isteria), che la Pisana è libera solo perché nobile, che a questo riconoscimento del merito delle donne dovrebbe seguire e corrispondere un diverso trattamento umano e sociale e che nell’Ottocento si tendeva a semplificare, a ragionare per archetipi e ad essere un po’ retorici, ma quello che importa è cogliere il valore positivo e la grande energia di questa figura femminile.

Nicolas Alejandro Cunial segnala:
Alice: i giorni della droga, Feltrinelli, 2010, 199 pgg.

Alice è una quindicenne americana anonima. In effetti, Alice non è nemmeno il vero nome dell’autrice di questo libro. In effetti, questo non è nemmeno un libro, ma un diario. Una corposa testimonianza della vita di un’adolescente modello per la società perbenista che diventa modello per la società nascosta, quella che vive sottoterra, nelle stazioni dei treni, nelle vene: la società della droga. Alice sperimenta l’Lsd durante una festa con alcuni amici: sarà un’esperienza caleidoscopica che le aprirà un varco dalla quale non tornerà mai più, se non radicalmente cambiata.
Il diario comincia un paio di giorni prima del suo quindicesimo compleanno, e mostra le effettive difficoltà di un dialogo assente con i genitori e di una vita sociale non certo entusiasmante, ma disegna l’immagine di Alice come  quella di una ragazza sensibile, intelligente, diligente. Quel primo trip, risveglierà nella protagonista un vorticosa quanto turbolenta voglia di evadere, di emanciparsi, di crescere, di accettarsi ed essere accettata. Dalla fuga dalla propria casa al vagabondaggio più sfrenato, le “porte della percezione” di Alice verranno spalancate, forse con troppa violenza, fino al punto in cui non sarà più possibile richiuderle. Alice ci proverà, riscattandosi, tornando a casa, cercando di riprendere il suo nome e lo status sociale che, prima di quella notte, esso rappresentava. Ma – a questo punto interviene sempre, dannatamente, un “ma” – come scrisse Sartre: “l’inferno sono gli altri”. E questi altri sono, per Alice, un gruppo di ragazzi violenti e non molto intelligenti che sapranno diventare un vero e proprio inferno, perseguitandola come i demoni del passato sono soliti fare. Perché la voglia di riscatto di un singolo membro significa il fallimento del branco da cui è uscito, e quindi Alice non deve poter uscire.
Ma ce la farà, grazie a Joel, grazie alla forza, classica ma sempre in voga, dell’amore che permette alle persone fragili di aggrapparsi al ciglio della normalità e risollevarsi. Così farà Alice, prima di morire a diciassette anni in circostanze misteriose, due settimane dopo aver deciso di abbandonare questo diario, vera e propria testimonianza diretta di quegli anni Settanta americani che sembravano promettere solo sogni, ma che all’autrice non hanno regalato che incubi.

Valentina Mele segnala:
Charlotte Brontë, Jane Eyre, Einaudi, 2008, 560 pgg.

In un breve saggio intitolato L’ultimo schizzo, Thackeray scrive: “ricordo così bene il piacere, la meraviglia con i quali lessi Jane Eyre, inviatomi da un autore il cui nome e il cui sesso mi erano, allora, entrambi sconosciuti”.
Nel 1848 il misterioso Currer Bell, autore del caso letterario dell’anno, si rivela una maschera dietro alla quale si nasconde inaspettatamente la voce di una donna: la piccola Charlotte Brontë, una fanciulla introversa, capace di scatenare – con la sua penna – l’eccitazione della Londra letteraria di metà Ottocento.
Altrettanto sconvolgente dovette apparire la protagonista del suo capolavoro: emancipata, passionale, lontana da pose plastiche estetizzanti, tesa verso la giustizia, Jane è stata un’eroina incredibilmente innovativa e diametralmente differente rispetto alle parentesi letterarie ammesse nell’Ottocento proto vittoriano.
La figura femminile che delinea la Brontë lavora e si guadagna da vivere fuori casa, con i propri sforzi; si riserva il diritto di scegliere i propri pretendenti; si sposa senza il consenso del padre; segue le proprie passioni e tende con estrema semplicità verso la verità e la giustizia. È, insomma, una donna che pone i propri desideri e le proprie aspirazioni alla pari di quelle maschili, anticipando e spianando la strada della letteratura di genere che vedrà poi come sua diretta erede la scrittura di George Eliot.
Come poteva essere vista una tale figura all’interno della Londra vittoriana di metà Ottocento, in cui le donne erano rappresentate come femmine asessuate? A tal proposito racconta Lady Ritchie, figlia di Thackeray, che durante un ricevimento indetto nel ’48 in onore della Brontë e del successo riscosso dal suo romanzo, quest’ultima si sedette su di un divano d’angolo e non proferì parola per l’intera serata, tranne per rispondere ad una domanda diretta:
“Do you like London, Miss Brontë?”
“Yes and no”

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )