CAMing-out-resistere

Romanzi di lotta e di Resistenza, di ribellione al sistema, che arrivano da altri luoghi e altri tempi: storie di lotte lontane e di mondi da liberare, al di là di ogni 25 aprile.

 

Giulia Cupani segnala:
Massimo Carlotto, Le irregolari. Buenos Aires horror tour, E/O, 2012, 205 pgg.

Le irregolari

Questo romanzo è un viaggio dell’orrore tra strade insanguinate e caserme in disuso, tra racconti di torture e tombe di ex-generali su cui andare di nascosto a pisciare, appena dopo la fine del funerale, per portare a termine almeno un’effimera quanto essenziale, irrinunciabile vendetta.
Parla di voli della morte, galere sudamericane, bambini rapiti e ragazzi ammazzati, questa storia terribile giocata in parte dentro le vie di una città eterna come Buenos Aires e in parte nella cornice enorme degli spazi aperti di un Sud America meraviglioso in cui però non c’è spazio per le immagini da cartolina, e in cui ogni Stato che si attraversa porta con sé il suo personale carico di orrore, sangue e Resistenze, il suo seguito di fuoriusciti, ribelli, eroi più o meno masticati dalla vita e dalla lotta.

Comincia con un autobus, la storia di Resistenza che racconta Massimo Carlotto in questo romanzo. Un autobus deserto su cui sedersi ad ascoltare le parole dell’autista che, ogni notte, compie un pezzo di una sua personale e interminabile via crucis che lo porta sui luoghi in cui, negli anni della dittatura militare, ragazzi inermi sono stati sbattuti a terra da militari scesi di corsa da una patota, cacciati a forza dentro la macchina e poi inghiottiti dalla voragine che li ha resi tutti desaparecidos. L’autobus che attraversa ogni notte le strade di Buenos Aires racconta la storia della Resistenza a questo brutale annullamento: ogni sosta è la memoria di un nome, il nome singolo e preciso di una ragazza laureata in architettura e madre di una bambina di tre anni, di un giovane medico che aveva solo prestato un mazzo di chiavi a un amico, di una donna arrestata incinta e tenuta in vita fino al momento del parto, per rubarle il bambino prima di liberarsi di lei.
Accanto a questa Resistenza, accanto a questo tenace perpetuarsi di una memoria da tenere viva una notte dopo l’altra, nelle pagine di questo romanzo ne brilla un’altra: quella delle madri dei ragazzi scomparsi – le implacabili “irregolari” del titolo – casalinghe qualsiasi trasformatesi loro malgrado in guerrigliere dentro un conflitto che non hanno voluto, una guerra che non hanno dichiarato ma che le oppone per sempre alla macchina dell’Ordine Costituito, del Potere che prima ha ammazzato i loro figli e rapito i loro nipoti, e poi ha scelto la strada dell’oblio, del perdono indiscriminato per tutti i colpevoli in nome di una pacificazione fittizia che però, per le irregolari, sarà sempre impossibile.
Parla di infinite, diverse, multicolori Resistenze, questo romanzo. Parla della necessità della lotta, della sconfitta impossibile, del dolore inevitabilmente collegato a qualsiasi tentativo di ribellarsi al potere. Parla di speranza, crudeltà e verità, di uomini e donne incapaci di arrendersi, di guerre da combattere eternamente, di un mare di sangue contro cui non si può che sollevarsi, ribellarsi. Di infinti dolori, di fronte a cui è necessario non smettere mai di resistere.

Tommaso De Beni segnala:
Paolo Volponi, Il pianeta irritabile, Einaudi, 1997, 186 pgg

Copertina Il pianeta irritabileNel 1975 Volponi fu cacciato dalla Fiat perché dichiarò che, alle amministrative, avrebbe votato per il PCI, partito che tra l’altro ottenne in quelle elezioni un clamoroso successo. Visti i risultati elettorali, per opportunismo, Umberto Agnelli richiamò Volponi, che però rispose picche. Nel frattempo lo scrittore urbinate era angustiato dalla travagliata vicenda di Corporale, un romanzo che in pochi hanno capito, e così, stizzito, ne scrisse di getto un altro, più “facile”, Il sipario ducale, che descrive le vicende di un anarchico che negli anni ’30 aveva partecipato come volontario alla guerra civile spagnola e che nel ’69, ormai vecchio, resta sconvolto dall’attentato di piazza Fontana, a cui seguirono l’arresto e la strana morte di Pinelli.
In seguito Volponi scrisse un altro romanzo che a mio avviso non ha avuto il giusto riscontro, cioè Il pianeta irritabile, uscito nel 1978. La vicenda si svolge nel futuro, ma è chiaramente una grande allegoria della realtà industriale, politica, sociale e imprenditoriale italiana della seconda metà degli anni’70; periodo tra l’altro raccontato direttamente ne Le mosche del capitale (dalle lotte operaie agli anni di piombo fino alla marcia dei quarantamila quadri). Le rivolte sindacali rifioriscono solo negli impianti nucleari in fondo agli oceani. Il pianeta è violentato dagli uomini e deturpato dalle guerre atomiche. In questo contesto una scimmia, un elefante, un’oca e un nano che si vergogna di appartenere alla razza umana scappano da un circo e dopo un lungo viaggio incontrano Moneta, il rappresentante del capitalismo. Scoppia una guerriglia e gli animali sconfiggono e uccidono Moneta, che è anche l’unico uomo rimasto insieme al nano, quindi annientano il capitalismo, ma anche il genere umano. Il nano infatti ormai si è completamente disumanizzato. La natura resiste agli attacchi degli uomini e del progresso industriale, si ribella e vince. Questo romanzo e il suo autore sono quindi degni rappresentanti di una resistenza all’omologazione e al pensiero unico.


Isacco Tognon
segnala:
Gianna Manzini, Ritratto in piedi, Libreria dell’Orso, 2005, 305 pgg.

Copertina Ritratto in piediC’è un cavallo che si rifiuta di attraversare il ponte di Santa Trìnita a Firenze: arriva a metà e si impunta, vorrebbe saltare in acqua, non c’è verso di farlo continuare.
C’è una bambina cresciuta senza il padre, invecchiata con un debito da saldare, con una memoria che chiede di essere portata a galla e, una volta emersa, scritta: per la bambina pesa come un senso di colpa l’avere abbandonato quell’uomo buono e dal fare nobile e semplice, colpevole soltanto di essere un anarchico, anziché un borghese discreto come la madre. E scrivere significa ricordare, ricostruire, cucire le distanze che la separano da un nome e due date incise su una lapide.

Gianna Manzini ci vinse il premio Campiello nel 1971, con questo libro. Aveva settantacinque anni, sarebbe morta qualche anno più tardi.
Non si tratta di un romanzo, piuttosto è le storia di un uomo che torna a vivere nel ricordo doloroso e contorto della figlia, è la storia di una donna che sente di dover riconsegnare – raccontare, forse – al padre ciò che è diventata.
E sì, senza dubbio, è una storia di resistenze, a partire da quel cavallo impuntato sulle zampe in cima al ponte, che si oppone all’avanzare, in preda forse a una visione, a una forza misteriosa e definitiva, oppure a un ricordo. C’è la resistenza di una figlia che per dire la verità e trovare pace non può che dissociarsi e staccarsi, per quanto tardivamente, dalle scelte della madre; e c’è, per finire, la resistenza grande di un padre. Un padre anarchico per indole e natura, prima che per convinzione, che non rinuncia alle proprie idee perché non potrebbe: nemmeno la sua famiglia le compensa, senza di loro non potrebbe essere padre e marito. Per lui resistere è mantenersi fedele a qualcosa di più grande e compiuto, ma è anche la sfida di sentirsi uomo in un mondo che non conosce libertà.

Giuseppe Manzini morì per una forma di resistenza molto più concreta e, da lì a qualche anno, condivisa: inseguito dai fascisti sulle montagne pistoiesi, dove si trovava in esilio volontario, morì per un attacco di cuore.

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