CAMing-out-se-non-letto-out 

Piccola galleria dei romanzi che, secondo noi, non potete proprio perdervi: letture imprescindibili e storie irrinunciabili per libri da leggere a tutti i costi.

 

Alberto Bullado segnala:
Vladimir Nabokov, Lolita, Adelphi, 1996, 395 pgg.

Nella vita ci sono degli spartiacque. Nella vita esiste un prima e un dopo Lolita. Nella vita esistono piccoli grandi dogmi che ognuno si costruisce con l’esperienza. Uno di questi è il seguente: “la vita è una merda, è troppo breve e i capolavori servono a non sprecare tempo: una volta che li leggi difficilmente ne sprecherai per dei libri che stanno dall’altra parte della staccionata”. Niente di più falso: ben vengano X, Y, Z (e non li riporto per nome perché non vorrei che fossero tutti quanti stronzi come Carofiglio) malgrado mostri sacri vedi Nabokov & Co (cerchia di cui non fa parte Carofiglio). Però se Lolita sta sempre in cima alla mensola del mio letto un motivo ci sarà. Ovvero il bisogno di riconciliarmi, ogni tanto, con l’eterno. In questo caso la dimensione mistica della letteratura, nella sua accezione più pura ed estranea a qualsiasi logica razionale. Quel nucleo fondativo fatto di percezioni, sensazioni, liberi accostamenti, raggiungibile solo mediante il trionfo linguistico e cioè la disintegrazione dello scoglio verbale. Vale a dire la prosa d’arte impareggiabile del libro più bello del mondo. Questo romanzo ha quindi il merito di distinguere le «anime miti che giudicherebbero Lolita insignificante perché non insegna loro nulla», come direbbe lo stesso Vladimir, da quelle in grado eccitarsi con la scoperta di una nuova lingua, un sentimento simile alla Rivelazione. La potenza verbale, l’alterigia della penna, l’ironia sottile e brillante: in questo senso l’intera opera irradia soggezione, timore estetico, venerabilità, ma anche atroce rapimento. Tutte cose che ribadiscono il valore autoriale di un’opera che sopravviverà nel tempo e che ha reso immortale, grazie ai propri meriti squisitamente artistici, una troietta da quattro soldi. Non è forse questo il miracolo dell’arte?
Diceva sempre il vecchio Nabokov: «Per me un’opera di narrativa esiste solo se mi procura quella che chiamerò francamente voluttà estetica (…) cioè il senso di essere in contatto, in qualche modo, in qualche luogo, con altri stati dell’essere dove l’arte (curiosità, tenerezza, bontà, estasi) è la norma». L’hai detto: epic win bro. Chiunque raggiungerà un tale luogo sarà anche mio fratello nell’anima. Per tutti gli altri, beh, c’è sempre Carofiglio.
Tornando al discorso di prima, siccome la vita è una merda, è opportuno riuscire ad accaparrarsi, di tanto in tanto, un assaggio di paradiso in questo inferno di vili parvenze. Per questo ci saranno generazioni grate a Nabokov anche quando il sottoscritto sarà cibo per vermi. Alla faccia di una conturbante e squallida troietta da quattro soldi, immortale come un Demone. Nei secoli dei secoli, amen.

Emanuele Caon segnala:
Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Einaudi, 2005, 1212 pgg.

A vivere al mondo impari che certi eventi sono semplice cronaca, altri pessima cronaca, ma esiste anche la Storia con la S maiuscola, destinata a restare indelebile fino alla fine dei tempi. In letteratura è uguale, ci sono libretti che è meglio non leggere e ci sono i libri che meritano di essere letti, altri la cui lettura è doverosa; tra questi poi ci sono romanzi che troneggiano sopra tutta la moltitudine degli scritti più o meno riusciti, rendendo imbarazzanti certi tentativi letterari. Uno di questi è il Don Chisciotte della Mancia, un libro passato alla storia, un romanzo da cui sono stati tratti film, opere teatrali, canzoni e che ha lasciato il segno in molta letteratura posteriore al Cervantes. Per quanto mi riguarda è una lettura obbligatoria, ma non come 1984 di Orwell da leggere perché l’hanno letto tutti, perché tutti ne parlano e perché sui muri di ogni città se ne trova la scritta. Il Don Chisciotte è un libro che come 1984 acquista ulteriore valore letterario dal fatto di essere un libro datato. Più di 60 anni sono passati dalla pubblicazione di 1984, più di quattro secoli dalla comparsa del Don Chisciotte, ma a differenza del primo il secondo non è stato compromesso dal tempo. Sto forse dicendo che 1984 è un brutto romanzo? No, è un bel libro che merita di entrare nei classici. Ma il Don Chisciotte è il Libro. Per i personaggi ancora in grado di affascinare, per la loro storia, per la capacità narrativa di Cervantes e per il suo colpo di genio, che ha fatto di questo romanzo un opera d’arte in grado di oscurare tutto il resto della produzione del suo stesso autore. Ma soprattutto è un libro divertente. Sembrerà sciocco, ma far ridere un lettore non è impresa facile, farlo ridere 4 secoli dopo è impresa quasi impossibile. La comicità scade in fretta, forse più delle previsioni socio-politiche. E questo romanzo non strappa al lettore un semplice sorriso, ma lo spinge fuori di casa alla ricerca di qualcuno che lo abbia letto, con cui poter ricordare una scena e piegarsi in due dalle risate. Questo non è l’unico valore del libro, restano tutti i pregi che gli assegna la critica letteraria, la grande invenzione dei protagonisti e della loro storia, la messa in discussione delle convenzioni del tempo e dei canoni letterari. Sì, Cervantes un po’ come noi amava prendersi gioco degli scrittori e dei romanzi di pessima qualità che però si leggevano tutti. Insomma anche al tempo il mercato era un po’ malato e c’era chi se ne prendeva gioco. Ma la vera occasione da non perdere è quella di poter ridere con un’opera del 1600.

Tommaso De Beni segnala:
Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Garzanti, 2011, 275 pgg.

Gadda è uno scrittore dalla produzione vasta ed eterogenea, anche se la sua opera, e soprattutto la percezione che si ha di essa, non è per niente organica. I suoi due grandi romanzi infatti sono stati pubblicati molti anni dopo essere stati scritti (pensate come potrebbe essere lo studio della storia letteraria italiana se Il pasticciaccio e La cognizione del dolore fossero stati pubblicati negli anni ’30-’40) e uno è rimasto incompiuto e per anni inedito. Le poesie e le filastrocche sono semisconosciute; poi ci sono molti racconti, un diario e molti saggi (tra cui l’indimenticabile Eros e Priapo). E poi è uno scrittore “difficile”, soprattutto da tradurre all’estero, quindi vai con Calvino. Ciononostante il suo linguaggio ebbe un’influenza enorme sul “neoespressionismo” dei primi anni Sessanta (penso a Volponi e a Berto, il cui capolavoro Il male oscuro riprende appunto un sintagma gaddiano) e anche su autori successivi, i cosiddetti nipotini dell’ingegnere (espressione coniata da Arbasino). Per tutti questi motivi e per molti altri ancora Gadda a mio avviso è uno scrittore che un amante della letteratura non può non leggere. Probabilmente La cognizione del dolore è il romanzo che mi è piaciuto di più, ma se devo indicare un libro che non si può non aver letto dico Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, per due motivi semplici: innanzitutto c’è il pretesto poliziesco dell’indagine su un delitto, che solitamente è un elemento che tiene i lettori incollati alla pagina. In secondo luogo, la presenza del dialetto romano (ma non è l’unico dialetto presente) dà un effetto coloristico e sornione a tutta la storia. Il libro infatti è a tratti molto divertente, con delle autentiche perle, come quel lungo periodo sintattico che termina con la parola “merda” o la scena della gallina dalla maga. E poi come dimenticare il dottor Ciccio Ingravallo, con il suo dialetto mezzo molisano e mezzo napoletano e l’espressione assonnata «come di persona che combatte con una laboriosa digestione». Insomma, non c’è altro da dire: bisogna leggerlo.

Giulia Cupani segnala:
Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo, BUR, 2006, 914 pgg.

Se non avete ancora letto Il conte di Montecristo, sappiate che vi invidio. Invidio la vostra possibilità di cadere con l’innocenza della prima volta in questo romanzo abissale, totale, in questo mondo parallelo in forma cartacea che è la storia infinita di Edmond Dantés, buon marinaio, fidanzato fedele e figlio amorevole che un giorno, per malvagità e avidità e umana codardia finisce nelle segrete del castello d’If, prigioniero innocente di un sistema di potere marcio e corrotto, sotto una patina di rispettabilità condita di molti voltafaccia al momento giusto. Ed è in questo, nella saga eterna dell’innocente ingiustamente messo in ceppi che attraversa ogni possibile grado del dolore e della disperazione, e poi si inventa una strada per uscirne, e infine ci riesce e si libera e si salva, e torna nel mondo dei vivi a progettare la sua giusta, sacrosanta, implacabile e terribile vendetta che sta la perfezione di questo romanzo che continua a parlare e a parlare e a parlare, legando implacabilmente alla sua storia chi lo legge.
Perché leggere Montecristo significa davvero cadere in un vortice. Significa lasciarsi andare a una storia che mette insieme tutti gli archetipi della narrazione, che tiene insieme ogni cosa con la perfezione di un trattato di retorica, e che insieme è un trionfo di dettagli che non si legano, di imprecisioni, di elementi troppo meravigliosi per essere veri, ma a cui nemmeno il lettore più disincantato e cinico può evitare, in fondo, di credere, finché Dumas continua a parlare e a sciogliere il filo rosso della sua narrazione imperfetta ma proprio per questo vera come le cose vere della vita, che della perfezione non sanno proprio che farsene. La meraviglia di Montecristo sta nel suo essere profondamente, totalmente, radicalmente narrazione. Una Storia con la S maiuscola, una storia umana che chiede e vuole e gode nell’essere raccontata, nel ricoprirsi di parole semplici e farsi leggere, nel suo non voler adombrare una filosofia ma nel suo essere perfettamente racchiusa nel cerchio di quel che è, nel suo essere consapevole che, al suo interno, c’è abbastanza spazio per ogni cosa, c’è posto per un’intera idea di mondo. Il conte di Montecristo è un universo parallelo in cui ognuno, prima o poi, dovrebbe cadere. Per provare davvero, nel senso più profondo, il piacere infantile dell’ascoltare una storia che viene raccontata. E che basta a sé stessa, nel fuoco artificiale delle sue parole che esplodono una dopo l’altra.

Isacco Tognon segnala:
Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori, 2009, p. 164

Alla fine poco importa avere a cuore la propria natura, mettiamo, giusto per circoscrivere il campo, di letterato o di architetto; non basta – no, neanche questo – che tu sia un buon lettore. Se vuoi guardarti intorno e capire cosa c’è nelle strade, nei palazzi, nelle piazze, nelle vie centripete e in quelle che ti suggeriscono una fuga, non puoi ignorare Le città invisibili. Non che la lettura possa indirizzarti, farti in qualche modo da navigatore alla scoperta dei luoghi in cui ti imbatti. Ma se il tuo sentimento è quasi di imbarazzato spaesamento di fronte alla città, ai grovigli urbani che senza soluzione di continuità ti accompagnano dal tuo tran tran quotidiano ai viaggi nelle capitali, hai bisogno di chiavi di imterpretazione, disperatamente.
Se le Lezioni americane fungono da passepartout per interrogare la letteratura di ogni epoca, le Città sono il loro corrispettivo urbanistico-esistenziale. Marco Polo e Kublai Khan sono, rispettivamente, gli occhi e le orecchie del mondo. Il veneziano racconta le città che ha incontrato, l’imperatore ascolta e parla poco. Calvino non le vede queste città, non le ha viste. Ma le ha sognate, pensate, per ognuna di esse ha trovato un punto di rottura, un tranello. Ha indossato occhiali diversi per poterle avvicinare. Queste città col nome di donna sono esotiche e vicinissime al reale in un solo sguardo, e Calvino non fa altro che lanciare sul banco degli attrezzi delle chiavi, strumenti che si aggiungono a strumenti. Aprono le porte alle domande giuste, quelle chiavi, certo non a tutte le domande, lanciano una richiesta di comprensione anche quando sembrano poter trovare in qualche modo una risposta. Sul banco, ammassati ma con ordine, stanno i segni, la memoria, gli occhi, il desiderio, c’è l’uomo e l’assenza dell’uomo, ci sono i rifiuti e i viandanti che dalle città vanno e vengono, che nelle città rimangono, nascono o muoiono.
Prima di capire qualsiasi luogo intorno, prima di fare un passo nel mondo, abbiamo – ne avremo sempre – bisogno di questo libro. Perché anche se nessuna delle città di Calvino esiste davvero, continuano pur sempre a reiterarsi, a resistere e ad esistere le solite domande.
Meglio partire da lì. Poi possiamo uscire di casa.

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