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Romanzi sulla Resistenza italiana e sui banditi che hanno liberato l’Italia dal fascismo e dalla dittatura: guerra per bande, ribellioni e Liberazione, nella letteratura italiana del Novecento.

 

Tommaso De Beni consiglia:
Giorgio Bocca, La repubblica di Mussolini, Mondadori, 1997, 390 pgg.

Copertina La repubblica di MussoliniNon è un romanzo
, ma del resto non è nemmeno un saggio tout court. Sulla figura di Giorgio Bocca si può dire (e si è detto) di tutto, perché è stato un grande uomo e un grande giornalista, non privo però di aspetti controversi. Da giovane, per esempio, aderì al fascismo e fu tra i firmatari del Manifesto per la difesa della razza. Poi, dopo l’8 settembre, fu tra i fondatori di Giustizia e libertà e si dedicò quindi alla lotta partigiana. Ma anni dopo, forse per scherzo, disse: «Sono andato coi partigiani solo perché c’era una che me la dava».
La repubblica di Mussolini parla del periodo ’43-’45, lo stesso periodo della Resistenza, ma racconta la storia da un punto di vista diverso, cioè quello dei fascisti. Questo fatto di per sé è costato a Bocca un sacco di critiche, ma in prospettiva storica è stata una scelta doverosa e geniale, in primo luogo perché è giusto conoscere i propri nemici, in secondo luogo perché quando è uscito il libro non si sapeva nulla di questo periodo. Bocca, nella conclusione, è critico verso certo antifascismo, ma in tempi recenti ha polemizzato con Pansa, troppo revisionista nei confronti della Resistenza. Sulla morte di Mussolini e il trattamento del suo cadavere è poi lapidario e impietoso: «Il giorno seguente, Mussolini, la Petacci e i gerarchi uccisi vengono esposti in piazzale Loreto nel luogo dell’eccidio degli ostaggi: atto rivoluzionario su cui si farà dell’inutile moralismo». La bellezza di questo libro è una precisione non pedante accompagnata ad un andamento molto narrativo.

La repubblica di Salò fu voluta dai nazisti, che liberarono un Mussolini molto depresso, circondato da «utili idioti», e lo rimisero al suo posto senza lasciargli però pieni poteri. Infatti occuparono militarmente e violentemente l’Italia, dando origine della guerriglia partigiana, che solo in un secondo momento fu aiutata e sovvenzionata dagli angloamericani. A Salò i fascisti misero in piedi una macchinetta burocratica che era solo il fantasma di un governo, ma si dimostrava fuori dal mondo e dalla realtà. Mussolini lo capì, ma non capiva perché gli italiani gli avessero voltato le spalle e temeva una rivoluzione comunista. Provò quindi a mettere in pratica progetti mai attuati durante il ventennio, come la socializzazione delle industrie, senza ottenere grandi risultati. Allora lui e i suoi gerarchi ripiegarono sulla violenza, che colpì non solo i partigiani e gli ebrei deportati, ma anche alcuni fascisti come Ciano. Un libro decisamente da leggere.

Giulia Cupani consiglia:
Luigi Meneghello, I piccoli maestri, BUR, 2006, 234 pgg.

Copertina I piccoli maestriPoche storie, tra tutte quelle che raccontano la Resistenza italiana, hanno la lucidità di sguardo, la chiarezza di comprensione, l’onestà martellante di questo racconto semplice e sublime, denso di episodi e di persone, intenso fino allo stremo e mai, nemmeno in una delle sue righe, eccessivo o retorico, mai vanamente auto celebrativo o assolutorio, ma sempre attento a stare vicino al cuore delle cose e a raccontarle con la maggior leggerezza possibile, con la consapevolezza che, almeno qualche volta, i fatti sono in grado di parlare con un’evidenza che non ha bisogno di altre sottolineature, di sbavature retoriche di nessun tipo.

I piccoli maestri è la storia di una Resistenza che non ti aspetti: una Resistenza fatta di interrogativi e incidenti, di senso di colpa e di sconfitte, di errori che si sommano uno dopo l’altro. Ed è anche, insieme a tutto questo, la storia orgogliosa di un manipolo di giovani studenti vicentini che, dopo l’otto settembre 1943, sono consapevoli che l’unica speranza per l’Italia e per loro stessi sta nascosta dentro la lotta armata, dentro la rivolta violenta contro il marciume della società fascista, rivolta condotta con tutta la forza possibile e a rischio della vita, nonostante ogni possibile interrogativo. La storia dei Piccoli maestri, in fondo, non è che questo: la storia di un gruppo di ragazzi, giovani e fascisti, educati fin dalla nascita dentro la culla del regime, delle sue scuole, delle sue istituzioni, che scoprono di colpo che esiste anche un modo diverso di vivere, e scelgono di provare ad andarselo a prendere, spianando i parabelli contro lo stesso sistema che li aveva cresciuti e nutriti fino a quel momento.
È una storia fatta di errori e di ingenuità: “Non eravamo mica buoni, a fare la guerra”, ammette nelle prime pagine del libro il protagonista di questa storia che però, nonostante questo, non riesce a non essere una storia eroica. Una storia in cui l’eroismo brilla ancora più chiaro proprio grazie al suo essere sottointeso, nascosto in un mare di incertezze e di equivoci, di interrogativi che scavalcano i confini della guerra e pongono domande che hanno a che fare con la natura stessa dell’Italia, con ciò che era stata prima del conflitto e anche – dolorosamente – con ciò che è diventata dopo la Liberazione.
Si conclude, questa storia, proprio col racconto della Liberazione della città di Padova, descritta con la forza allucinata di un sogno fatto di carri armati che attraversano il quartiere del Bassanello e di salve di spari sotto i portici di Prato della Valle, di americani enormi e misteriosi a cui spiegare che si è “just fucking bandits”, prima di consegnargli una città già liberata e di ritirarsi in un luogo segreto, con il proprio imperdibile bagaglio di coraggio, lucidità, eroismo e antiretorica e con il proprio piccolo, roccioso “tesoretto di antifascismo” messo in salvo, nonostante tutto.

Alice Campagnaro consiglia:
Cesare Pavese, La casa in collina, Einaudi, 2008, 172 pgg.

Copertina La casa in collinaLa casa in collina
è un romanzo “stonato”, perché parla di Resistenza senza parlarne veramente. La narrazione serpeggia abilmente tra rastrellamenti, partenze in direzione delle montagne, combattimenti, capi partigiani e staffette; ma non viene mai narrato un episodio culminante, uno scoppio, uno sparo, una decisione improvvisa, una azione brusca che possa farsi icasticamente simbolo dell’avvenuta presa di coscienza che è giunto improrogabilmente il momento di dire: “no”. Corrado, il protagonista, conosce in un’osteria sulla collina degli uomini e delle donne sfollati come lui da Torino; tra essi c’è Cate, che lui ha amato (male), molti anni prima – ora Cate ha un figlio, Dino, cui Corrado si affeziona perché ha il sospetto che sia suo figlio e che Cate non voglia dirgli la verità. Cate, insieme a molti altri, un giorno viene portata via, e di questo rastrellamento si percepisce solo un’eco: la voce di Dino che racconta a Corrado com’è andata, la preoccupazione di Corrado per sé, la necessità di trovare una nuova sistemazione al ragazzo. Nel frattempo lo stesso Corrado corre pericolo, e si rifugia presso il collegio di Chieri in cui poco dopo viene portato anche Dino. Ma mentre Corrado crede, e ripete dentro di sé, che “lui è come me”, Dino un giorno scappa, a raggiungere i compagni sfuggiti al rastrellamento sulle colline, sulle montagne, dove pulsa l’urgenza degli eventi e della Storia. Corrado resta lì, rintanato. Si risolve a partire solo quando il pericolo aumenta: decide allora di raggiungere la casa dov’è nato, nelle Langhe, e per via attraversa le zone della guerra, le zone in cui altri come lui rischiano la pelle per la libertà, per l’Italia e per infiniti altri motivi. Ma Corrado sguscia da un riparo ad un altro, mancando sempre, e sempre di proposito e in piena coscienza, il momento fatale in cui tutto potrebbe cambiare: il suo destino, e insieme al suo quello dell’Italia. Corrado-Pavese sa la sua vigliaccheria e il tradimento (è un ragazzo in un cespuglio, che ci sta bene “e si dimentica di uscire mai più”); ma dall’altra parte gli è chiaro che “ogni guerra è una guerra civile”, fatta di sangue e non di celebrazioni. Pavese ci parla delle sue lacerazioni ma anche delle nostre, e questo piccolo libro ci pone di fronte al più atroce degli interrogativi: ci saremmo rintanati, noi? Al di fuori dell’epica e dell’estetica della lotta partigiana, prima della sua decodificazione nelle pagine della Storia, avremmo avuto il coraggio di capire, di scegliere? Ed ora: ci stiamo rintanando, noi?

 

 

 

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