CAMing-out-too-wasted-to-write

Romanzi che esplorano il lato “maledetto” della letteratura, storie di alcolismo, tossicodipendenza e marginalità, raccontate da autori estremi e orgogliosi di esserlo.

 

Nicolas Alejandro Cunial segnala:
Lello Voce, Il cristo elettrico, No Reply Edizioni, 2006, 224 pgg.

La verità è che avrei voluto parlarvi di Blu quasi trasparente – romanzo vincitore del premio Akutagawa del 1976 – del nipponico Ryū Murakami (ben più crudo e sintetico del suo omonimo Haruki, ma meno famoso). Purtroppo, il libro non è più edito da anni e si fatica a trovarne delle copie al mercatino dell’usato (si vocifera, inoltre, che il prezzo di una copia di quel meraviglioso romanzo costi una follia). Non è a malincuore, però, che consiglio Il cristo elettrico di Lello Voce, poeta napoletano ormai naturalizzato trevigiano che ha certamente dato un ampio contributo alla poesia contemporanea italiana, varcando anche i confini della nostra penisola.
Il cristo elettrico è un’opera che assimila due romanzi, Eroina e Cucarachas, precedentemente editi e poi riuniti sotto un unico titolo. In particolare, Cucarachas fu scritto da Voce per mezzo di una sorta di reality letterario: una webcam trasmetteva in tempo reale l’immagine del testo che scriveva, e ogni utente poteva leggere il romanzo che piano piano prendeva forma e interagire con l’autore consigliandolo e criticandolo.
Ma passiamo ai fatti: l’Enrico, protagonista di questo duplice romanzo, è un intellettuale eroinomane, che passa le sue giornate tra piccoli crimini per riuscire a guadagnarsi un pezzo di “bella, buona e bianca” (eroina). Se rubare la pensione alla povera madre rimasta vedova non è sufficiente, allora è necessario assaltare le farmacie, oppure svendere l’anima al rifornitore sfiduciato già troppe volte: ma la scimmia è sulla schiena (per dirla in termini burroghsiani) e non è possibile far finta di nulla. Enrico, che pure sarebbe un bravo ragazzo e un intellettuale tutto d’un pezzo, si lascia divorare dalla tossicodipendenza, narrando con un linguaggio prosaico, surreale e magnifico l’universo che lo circonda e gli avvenimenti che lo portano ad essere continuamente sconfitto. Perché non c’è vittoria nell’eroina, se non un’altra spada. E un’altra ancora. E un’altra ancora. E un’altra ancora…

Valentina Mele segnala:
Charles Bukowski, Compagno di sbronze, Feltrinelli, 2009, 208 pgg.

«…ho avuto i miei riconoscimenti. Da parte dei miei amici delle poste. Sono conosciuto come ubriacone e come scommettitore.»
Insomma, lo ammette lui stesso: il vecchio Bukowski non poteva proprio mancare in un CAMing out! su questo tema.
In un proseguo della versione di Storie di Ordinaria Follia, ritroviamo un Bukowski erotomane, sciagurato e terribilmente volgare che nuovamente ci costringe a fare i conti con una realtà un po’ sua e un po’ trasfigurata dai fumi dell’alcool e ci porta, un po’ increduli, tra le piaghe del degrado della società con la brutalità di una lampada a neon che illumini una ferita aperta.
Se temevate che il perbenismo e la moralità potessero prendere il sopravvento, niente paura, dunque: in Compagno di Sbronze, Bukowski si riconferma il precario alcolizzato e dissacrante che già conoscevamo.
Ciò che però costituisce uno scarto rispetto alla raccolta precedente – Erezioni Eiaculazioni Esibizioni – è una componente che sembra sfuggire di mano al Bukowski noncurante e tutto d’un pezzo, e agisce da valore aggiunto al peso complessivo dell’opera: la tragicità. L’insieme degli episodi è infatti una sorta di percorso autodistruttivo senza possibilità di ritorno e senza purificazioni catartiche. È disperazione elevata all’ennesima potenza, che si nutre della disperazione stessa e rivela un Bukowski fragile e proprio per questo piuttosto inaspettato.
Compagno di Sbronze è un altro efficace rovescio della California degli anni ‘70 e, allo stesso tempo, un tentativo di vanificare il sogno americano in un comodo formato da venti pezzi.
Insomma, come recita l’epitaffio nella lapide del nostro affezionato: “don’t try”.

Tommaso De Beni segnala:
Edgar Allan Poe, Il Corvo e tutte le poesie, Newton Compton, 2012, 303 pgg.

Liberare Poe dall’etichetta di autore di nicchia per includerlo nel pantheon della letteratura americana è stato difficile e, in ogni caso, ciò è avvenuto solo dopo la sua morte, nel 1849, nell’ospedale di Baltimora dove l’avevano portato dopo averlo trovato svenuto in un seggio elettorale con addosso vestiti non suoi. Le circostanze e le vere cause della sua morte non sono mai state del tutto chiarite.
L’unica zona della sua bibliografia che i critici americani hanno riconosciuto fin da subito di gran valore sono le sue poesie e i suoi scritti critici e teorici sulla poesia.
La sua morte è stata strana e la sua vita difficile.
La madre muore giovanissima e lui viene affidato a una famiglia che lo trascura. I suoi racconti vengono ignorati e anche come giornalista non riesce mai a raggiungere la stabilità. A ciò si aggiungono i problemi di salute, che lo colpiscono anche prima del suo trasformasti in un alcolista, fatto che però ebbe sicuramente un’influenza decisiva sulla sua sorte.
Nel 1842 sua moglie Virginia, sposata a quattordici anni, si ammala e per Poe inizia un periodo di depressione in cui abusa dell’alcol, che (ormai si sa) può avere effetti non meno devastanti delle droghe: «I miei amici preferiscono il vizio del bere piuttosto che bere al vizio: fu l’orribile, infinita oscillazione fra la speranza e la disperazione che non potei più sopportare senza la totale perdita della ragione.[…] Io non trovo alcun piacere nell’uso di stimolanti verso i quali sono così indulgente. Solo per il desiderio di sottrarmi alla tortura dei miei ricordi ho messo in pericolo la mia vita e non per un desiderio di piacere.» Virginia muore nel 1847 (più o meno alla stessa età in cui era morta la madre di Poe) e lui è distrutto, anche se intreccia relazioni con altre due donne. Nonostante la sua vita privata fosse precaria, quella intellettuale era invece molto attiva. Fino all’ultimo infatti scrisse saggi e tenne conferenze – l’ultima proprio sul Poetic Principle.
Oggi la sua opera e la sua figura di intellettuale sono rivalutate e tutto si può dire, tranne che Poe fosse  un autore “maledetto” e di nicchia.

Isacco Tognon segnala:
Stephen King, L’acchiappasogni, Sperling&Kupfer, 2001, 680 pgg.

Due premesse necessarie: Stephen King non ha scritto L’acchiappasogni sotto gli effetti di qualche droga e io, quel libro, non ho mai finito di leggerlo. Quindi prendete queste righe come il racconto di un’esperienza travisata di lettura: non si tratta di una recensione, né, tanto meno, di una stroncatura per partito preso; del resto la fantascienza, lo confesso, la leggo mal volentieri e Stephen King mi ha aiutato a fare un po’ di chiarezza in merito.
Detto questo, c’è una cosa che ricordo precisamente quando lessi quel libro, per quanto non riesca a giustificarla fino in fondo: la percezione che L’acchiappasogni fosse stato scritto da un tossico. Certo, sono passati un po’ di anni da quando rimisi il tomo con il cervo in copertina lassù, nello scaffale dei libri poco appetibili, e sono cambiati nel frattempo i connettori che fanno associare le cose, in una mia mappa concettuale del tutto teorica, all’uso di stupefacenti. Ma poco cambia: l’associazione tra quel libro e la droga rimane indelebile, come un’alterazione inspiegabile e inspiegata della memoria selettiva.
Fatto sta che una specie di donnola assassina che esce dal fegato di un uomo mi sembrava una cosa da drogati, ma non un’allucinazione geniale – per quanto malata – come quelle di Lewis Carrol o del miglior Boris Vian; una cosa, insomma, che solo un autore che si faceva di brutto poteva scrivere. Mi fermai a pagina 404, rinunciando senza troppi ripensamenti a conoscere il finale di quella storia che sapeva di sporco, che non volevo continuare.
Scoprii qualche anno più tardi, leggendo questo articolo, che Stephen King si drogava per davvero: pippava così tanto da doversi mettere dei tamponi nel naso per non imbrattare di sangue la tastiera del computer, ma dicono che nel 2001, quando uscì il libro, fosse già disintossicato. In ogni caso, quando lessi la notizia non riuscii a fare a meno di associarla a quella percezione di lettore adolescente e avvertii, senza giustificazione alcuna, la sensazione che il cerchio quadrava.
In ogni caso, se c’è chi sostiene che le vie del Signore siano infinite, anche le creazioni letterarie nate da droghe e alcool non sono da meno. Ma non so se il signor King sarebbe d’accordo con gli scrittori “tossici” per vocazione, quelli che fanno, che facevano e faranno uso di droghe quasi per scelta professionale, per una sorta di condizione irrinunciabile. A giudicare dalle sue parole su Hemingway e Fitzgerald (“non bevevano perché erano creativi, diversi o moralmente deboli. Bevevano perché è quello che fanno gli alcolisti”), direi proprio di no.

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