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Traumi infantili: libri che, per un motivo o per l’altro, hanno segnato l’età dell’innocenza e hanno modificato per sempre il nostro immaginario, letterario e non solo.
(I parte qui)

 

Caterina di Paolo consiglia:
Raymond Queneau , Suburbio e fuga, Einaudi, 2005, 204 pgg.

Raymond Queneau - Suburbio e fuga–  Loufifi non si fida, – disse Thérèse, – è colpa della sua malattia.
– Che cos’ha? – domandò Lulu Doumer a Des Cigales.
– Un’ontalgia, – rispose Thérèse.
– Una che?
– Un’ontalgia.
– E che roba è?
– Una malattia esistenziale, – rispose Thérèse, – somiglia all’asma ma fa più fino.
– Diavolo com’è istruita.
Sono una ragazza fortunata: ero ancora alle medie quando la mia professoressa di francese ci portò a teatro a vedere Zazie nel metro. In quel momento, a dodici anni, qualcosa mi è entrato dentro, qualcosa che ha avuto tutto il tempo di crescere in silenzio finché qualche anno dopo – avevo quattordici o quindici anni, letture confuse e rissose – Queneau è tornato di nuovo sulla mia strada. Se la mia tesina di maturità ha avuto lo sbilenco titolo La leggerezza del pensiero lo devo soprattutto a lui, che mi ha fatto ridere mentre lo inseguivo nelle sue evoluzioni, pilota delle parole: negli anni dell’adolescenza ho letto ogni suo libro con fame crescente. Mi sembrava di aver trovato una voce tra Rodari e Calvino: un miracolo. Queneau ha l’umorismo di chi è maestro con le parole, e mente fresca per creare vertigini.
Non sapevo cosa sarei diventata. Ero piccola, sapevo solo che amavo leggere – le cose non sono molto cambiate da allora. Pensavo tantissimo e diventavo ogni cosa. Disegnavo, scrivevo, suonavo la chitarra: ogni mia azione poteva rivelare un destino. Ero Jacques L’Aumône, che da un pensiero all’altro, complice il cinema, è il personaggio più caleidoscopico e rocambolesco della storia: un anti-personaggio, tutto pensiero e niente storia, uno Zelig ante-litteram. Meraviglia! Queneau è felicità.
Tutti gli altri sono arrivati dopo, non meno pirotecnici: Cidrolin, John MacCormack, lo scemo dal cappotto sciancrato, Icaro, ogni componente del cosmo cantato nella Piccola cosmogonia portatile. Farsi inondare dall’acume di quel signore strano con gli occhiali tondi è una delle scelte più sagge che un adolescente possa fare. Sagge e divertenti, come tutte le cose davvero preziose.

Isacco Tognon consiglia:
A.A. Milne, La strada di Puh, Salani, 1993, 201 pgg.

Di questa storia ricordo poco o niente, non saprei dire se ci sia un protagonista, un colpo di scena improvviso, se finisce bene oppure no. Quando ripenso a La strada di Puh non mi viene in mente la fame inappagata di Tigro, né la saggezza di Gufo o la totale mancanza di cervello dell’orso destinato a diventare uno dei personaggi più ispirati di Walt Disney, un orso poeta e ingenuo con un ammasso di peluria grigia dentro la testa.
Quel libro è per me una copertina arancione (a dire la verità l’arancione me lo ricordo più intenso, ma forse è il tempo a confondermi) e una frase che mia madre ancora mi ricorda: “Dici sempre che quella storia ti è piaciuta, ma che non hai capito niente”. Niente, davvero. Leggere e non capire, leggere e capire che ti piace: le contraddizioni della lettura a sette anni.
Non mi ricordo se l’ho scelto io quel libro, anzi, se la memoria mi soccorre direi che fu un regalo di compleanno. Lo riprendo in mano adesso per capirne qualcosa di più, per capire cosa non ha funzionato o se qualcosa, al contrario, ha funzionato troppo bene.
Cristopher Robin, un nome che avevo rimosso e che subito mi ritorna in testa e non se ne va più. Uno di quei nomi come Roger Rabbit o Angela Fletcher, che una volta entrati rimangono lì, a farti compagnia. Cristopher Robin è un bambino che come ogni bambino sogna; ma sogna così forte, così bene che non occorre spiegare che tutti gli animali e le loro avventure sono il frutto compiuto e semplice della sua immaginazione, i protagonisti di una storia che esiste solo nella fantasia. Avrei dovuto partire, forse, dal primo e più famoso libro – ma questo lo dico adesso –, avrei dovuto iniziare da Winnie Puh. Ma poco importa. Al tempo non capii i dialoghi surreali tra Tigro e Puh, la sfida ad inventar poesie tra l’orso e Porcelletto, la presenza rassicurante ma fuori luogo di un bambino in un mondo troppo slegato dalla realtà per fare spazio a Cristopher Robin.
I capitoli della storia, ognuno un racconto breve, ognuno una piccola avventura, avevano fatto leva sulla logica del piccolo lettore. Come se non bastasse, anche la lingua aveva in mano un grimaldello per forzare parole e cose, immagini e qualche sapore, e non ero convinto di sapere fino in fondo cosa volesse dire una frase come questa:
SONO
USITO
O DAFARE
TRORNO
BUSITO.
C. R.
Quando finii il libro non ci pensai più, lo dimenticai un po’. È rimasto nel corso degli anni, invece, il ricordo di una copertina con un colore più forte di quello reale e il dubbio che in quel libro ci fosse qualche verità così vicina a me da non poterla riconoscere. Sono rimaste le parole di mia madre e la convinzione, mai rinnegata e tuttora inspiegata, che sia uno dei libri più belli che abbia mai letto.

Antonio Lauriola consiglia:
Carlo Picchio, Scaròla, 1975.

Forse ero troppo piccolo per apprezzare questo genere di storie. Scritte in questo modo.
Fatto sta che un romanzo come Scaròla di Carlo Picchio non lo farei mai leggere, come è successo a me, a un bambino di sei o sette anni. Ricordo ancora la brutta sensazione tattile e visiva dell’oggetto-libro che mi fu messo tra le mani: puzzo di muffa, colori bruciati che vanno dal giallo senape al rosso sangue rappreso; pagine gialle e tipica tipografia low-fi. Scaròla è un romanzo di formazione costruito sullo sfondo della Roma della Seconda Guerra Mondiale. Il protagonista è un ragazzino che, afflitto dalla miseria, si arrangia aiutando un ortolano a vendere frutta e verdura. Il lettore è immerso in un’atmosfera di povertà, distruzione e tristezza cosmica. Continuo la lettura. Bombardamento: madre e sorella del ragazzo ci rimettono la vita. Scarola è ferito e portato in ospedale. Il lettore continua a vedere tutto grigio, anzi a colori desaturati. Visti attraverso un filtro marrone. In ospedale conosce un giovane partigiano e decide a sua volta di entrare a far parte della resistenza e tirare fuori tutto il coraggio e l’orgogliosa strafottenza della sua giovane età. Insomma, non ricordo molto di più di questo romanzo. Di sicuro c’è il trauma. E il libro che lo seguì e che mi ha ridato la voglia di leggere: Il vecchio e il mare di Hemingway. Poi Salgari, Twain, ecc.

 

Prima Parte

CAMing out! – Traumi Infantili (I parte)

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