CAMing-out-romanzo-piccolo-piccolo

Libri con protagonisti bambini o adolescenti: romanzi che provano a raccontare, attraverso storie di lente “formazioni”, di sogni e tentativi e fallimenti, il mondo dell’infanzia.

Alice Campagnaro segnala:
Ian Mc Ewan, L’inventore di sogni, Einaudi, 2002, 116 pgg.

Peter Fortune è un bambino-bambino, diverso da tutti gli altri personaggi bambini e adolescenti che, in altri romanzi di McEwan, scoprono con innocenza le sabbie mobili degli oscuri impulsi annidati nelle pieghe del loro inconscio. Le fantasie di Peter sono luminose e pure, fantasticherie di un perfetto bambino-sognatore il cui mondo sembra appena sfiorato dal dolore dell’età adulta. I suoi mostri sono solo quelli degli incubi notturni o delle paure infantili. La morte, la violenza, la solitudine, l’amore iniziano a far parte della vita del giovane protagonista poco per volta, con dolcezza e gradualità: grazie al mondo protetto in cui Peter ha la fortuna di crescere, le sfaccettature del reale giungono alle sue orecchie bambine come degli echi, che sempre diventano spunti per la costruzione di storie, sviluppi ulteriori e immaginari.
L’intensità del sentimento non è mai lacerante, non è mai tale da indebolire l’atmosfera ovattata che permea i racconti; solo grazie a questa temperatura moderata, la realtà può continuamente fluire nel sogno e viceversa. Il lettore bambino è incantato dall’audacia immaginifica di Peter, che rifiuta l’inevitabilità del reale; il lettore adulto apprezza l’ironica, limpida e avvincente leggerezza della scrittura di McEwan, ma resta sottilmente inquietato da una semplificazione “troppo semplice”, che nasconde in sé, senza dirli, gli abissi vertiginosi dell’esistenza.
Tutti questi racconti sono belli, ma io ho una predilezione per Il piccolo, in cui Peter sogna di prendere il posto di Kenneth, un irritante cugino che si stabilisce temporaneamente in casa dei Fortune, e che ancora appartiene all’età in cui si gattona. Peter, attraverso l’immaginario scambio di identità, riesce a sperimentare il mondo a lui usuale con la sensibilità particolare di chi scopre ogni cosa per la prima volta: il sapore del cibo, i colori, i riflessi del sole pomeridiano sulle tende. La descrizione delle ore nelle quali Peter si trova ad essere Kenneth è un susseguirsi di sensazioni totali ed esplosive: canzoncine bizzarre che è necessario ascoltare con tutta l’attenzione; oggetti talmente colorati, o dalle forme così nette, che non è sufficiente sentirli con le mani ma anche con la bocca e le gengive. Peter attraversa l’esperienza dell’Altro punto di vista e supera la sua antipatia nei confronti del piccolo. Ma, soprattutto, vive come fosse nuova un’esperienza che lui stesso ha già vissuto molti anni prima, ma di cui non può avere memoria; così come il piccolo non avrà memoria di quelle prime impressioni che s’incidono in lui e formano la sua coscienza.

Nicolas Alejandro Cunial segnala:
Joe Dunthorne, Piccole indagini sotto il pelo dell’acqua, Piemme, 2008, 350 pgg.

Ogni tanto mi piace dare voce a libri semi-sconosciuti e, dato che Italo Calvino è stato già vittima di un mio CAMing out!, questa volta voglio parlare di un autore che non vi dirà molto: Joe Dunthorne. Scrittore e poeta di trent’anni, è laureato in Scrittura Creativa all’Università dell’East Anglia e ha pubblicato il suo primo romanzo all’età di ventisei anni, riscuotendo un ampio successo di critica in Inghilterra.
Submarine (questo il titolo originale di Piccole indagini sotto il pelo dell’acqua), narra le vicende di un quattordicenne piuttosto eccentrico che cerca di risolvere alcuni problemi personali: aiutare la vita coniugale dei suoi genitori; capire le motivazioni di una apparente depressione del padre; perdere la propria verginità. Oliver, il protagonista, vive in un piccolo e isolato paese del Galles, dove non accade mai nulla, e cerca di passare la sua noiosa esistenza alimentando le paranoie della madre, nonché indagando su Jordana, la ragazza con la quale vorrebbe introdursi al mondo del sesso. Nel 2010 ne è stato tratto un film che in Italia non si è mai visto e vanta una colonna sonora scritta da Alex Turner, il cantante degli Arctic Monkeys.
Dunthorne scrive in modo diretto e sciolto, creativo e tutt’altro che superficiale, mettendo in risalto il carattere peculiare del personaggio di Oliver e non cadendo mai in facili luoghi comuni adolescenziali, ma approfondendo aspetti che denotano una profonda maturità artistica.

Tommaso De Beni segnala:
Ferenc Molnàr, I ragazzi della via Pal, Einaudi, 2003, 166 pgg.

Questo, oltre ad essere un libro sull’infanzia, è uno di quei libri che di solito si leggono da piccoli. Anche mio fratello maggiore e mio padre, credo, hanno letto questo libro durante l’infanzia. Insomma è un classico della letteratura per ragazzi. Ma, stando a quanto mi ricordo, non è uno di quei libri che ti fanno leggere per forza e che si rivelano essere una palla assurda (tipo Cuore). Infatti, tra tutti i libri che ho letto da piccolo, insieme con Salta!, Le avventure della mano nera, Il principe e il povero e Ventimila leghe sotto i mari questo è uno di quelli che mi sono piaciuti e rimasti impressi di più (anche perché poi ho iniziato subito a leggere Wilbur Smith, Clive Cussler e Stephen King).
I ragazzi della via Pal racconta a mio avviso meravigliosamente quei giochi d’infanzia pieni di fantasia, ma allo stesso tempo presi molto seriamente dai bambini. Inoltre è un libro sull’amicizia, e a questo proposito verso la fine c’è un episodio molto commovente. La scuola è solo il pretesto per incontrarsi, ma tutte le energie e i pensieri sono concentrati sul gioco. Che ovviamente, per i ragazzini protagonisti, è molto più di un gioco.
A suo tempo mi sono identificato con quei bambini e con la loro straordinaria ma precisa inventiva. Il gioco della guerra, le battaglie, le fortezze, mi sono rimaste impresse. E c’è anche un po’ di campanilismo e senso di appartenenza a un paesetto o addirittura a un quartiere, come appunto la via Pal. Forse adesso il campanilismo e i giochi di guerra possono sembrare cose stupide e diseducative, ma sono elementi che ho conosciuto e sperimentato anch’io da piccolo. Certo, che i maschietti giochino alla guerra è un luogo comune – e la guerra vera è un orrore – ma qui si tratta fondamentalmente di un gruppetto di persone giovanissime che credono in qualcosa e vi si dedicano con tutte le energie a loro disposizione.

Giulia Cupani segnala:
Andrea Bajani, Cordiali saluti,  Einaudi, 2008, 98 pgg.

Non è una storia di bambini in senso stretto, questo piccolo racconto che parla di lavoro, di malattia e di salvezza, di umanità e di cinismo, scritto da un autore italiano energico e appuntito, capace di dire molte cose, e tutte giuste, con eccezionale economia di parole e di sguardi. Non è una storia di bambini, almeno in apparenza, perché il protagonista di Cordiali saluti è quanto di più lontano possa esistere dal candore innocente dell’infanzia: è un killer del tempo presente, un assassino armato di penna, un tagliatore di teste che, per professione, scrive educate, appassionate, travolgenti lettere di licenziamento da recapitare ai dipendenti di cui la sua ditta si deve liberare, per dirgli con spietata eleganza, con finta e simulata partecipazione, che non sono più graditi. Il protagonista vive facendo questo, ammantando di parole zuccherate e sorridenti una realtà crudele che non è possibile rendere migliore. Vive così, finché un giorno la vita vera non irrompe nella sua esistenza, sottoforma dei due figli dell’ex-direttore vendite della sua azienda e dell’inevitabile necessità di occuparsi di loro mentre il padre (che il killer stesso ha “contribuito” a licenziare) è in ospedale e tenta di sopravvivere a un trapianto di fegato. Trasformato in padre di emergenza, il killer vive la vita di Martina e Federico, e conosce la verità di un’esistenza diversa, fatta di pomeriggi al mare, di “cene dei primitivi” da consumare con le mani e rigorosamente nudi, di filastrocche stupide su rane che si innamorano di girini da ripetere all’infinito, con divertimento e gioia, mentre si danza sull’orlo del baratro. Perché Martina e Federico, senza saperlo, comprendono benissimo il dramma della situazione che li circonda (il padre all’ospedale, la madre che non riesce a tornare a prenderli, il lavoro stesso del killer che, per mestiere, distrugge la vita della gente), ma non sanno reagire se non continuando tenacemente a vivere, a portare avanti la loro esistenza bambina in tutto il suo elementare splendore.
Raccontare l’infanzia, e soprattutto un’infanzia così, un’infanzia vista “da fuori” e descritta attraverso il racconto delle minime cose che la riempiono e la sostanziano, è materia scivolosa: il rischio di cadere è a un passo. Ma Bajani non cade, e raccontando la storia di questi due bambini più veri del vero, e del loro finto-padre di riserva riesce a dire, dell’infanzia e del mondo adulto, molto più di quanto promette la copertina di questo piccolo libro.

Annalisa Scarpa segnala:
Selma Lagerlöf, Il viaggio meraviglioso di Nils Holgersson, Mondadori, 2005, 228 pgg.

Piccolo, certo, un ragazzino. E uno scansafatiche, per giunta, uno di quelli che i libri additano come cattivi esempi. O come esempi da imitare, una volta che trovino la loro strada e mostrino di essere, in fondo, anche loro degni di fiducia, coraggiosi, onesti e leali. Oltre che furbi, nel pieno spirito delle fiabe nordiche (dalla Germania dei Grimm in su).
Ma Nils Holgersson, fin dalle primissime pagine è piccolo, certo, come un ragazzo, ma anche come un coboldo: a fare i dispetti, nella Svezia delle leggende, ci si pente in fretta. Di lì a volare via con un’oca domestica che è stufa di stare nell’aia il passo è brevissimo.
Le oche selvatiche non guardano certo per il sottile, si prendono gioco immediatamente di Nils e di Mårten: ma il piccolo Pollicino mostra in fretta alla superba Akka di Kebnekajse e alle altre oche di cosa è capace. In fondo, avere per amico un umano in miniatura, che per giunta vede come un coboldo, non è una cattiva idea, contro nemici come il volpone Smirre, gli avidi corvi o i topi grigi.
Un bel libro educativo: il protagonista sperimenta se stesso per riscoprirsi nuovo e quindi poter tornare ad essere l’umano che era (ma di carattere nobile e affabile). Tutto qui? Non esattamente. Intanto, si tratta di un libro con un ragazzo come protagonista, ma ci sono capitoli interi in cui questo protagonista scompare, per lasciare il posto alle leggende e alle descrizioni della Svezia con le molte varietà di paesaggi naturali, di animali, di tradizioni – qualche volta nella forma di digressioni non proprio divertentissime, qualche volta in quella di fiabe perfette. In secondo luogo, l’autrice stessa si mette in scena, quasi alla fine: lei che alle fiabe non crede, che per una volta vorrebbe scrivere un romanzo educativo, non le solite novelle. Ma che trova ispirazione solo nell’incontro con… un coboldo! Niente di più fantastico… e niente di più educativo: un colpo di genio.
Eppure a Nils Holgersson rimane la nostalgia del volo, della libertà, del comunicare con gli animali. Un libro sul diventare grandi, bravi e buoni?
Piuttosto una storia su come renda liberi e migliori cambiare radicalmente il proprio punto di vista.

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