CAMing-out-croce-sopra-elezioni

Romanzi che parlano di politici, politica ed elezioni, sforzandosi di raccontare – attraverso le armi della letteratura – qualcosa che riesca ad essere più vero di un exit-poll.

 

Antonio Lauriola segnala:
Ken Follett, L’inverno del mondo, Mondadori, 2012, 958 pgg.

Non il romanzo più riuscito del prolifico – e multimilionario – scrittore britannico. Né, certamente, l’autore più riuscito della letteratura (?) internazionale. Certo è che Ken Follett è uno che sa come fare soldi e come scrivere best-seller da manuale (nel senso letterale del termine).
Con L’inverno del mondo (titolo originale Winter of the World) Follett scrive il secondo capitolo della Trilogia del secolo e percorre gli anni dell’ascesa del Nazismo e della Seconda Guerra Mondiale. Come di consueto, la narrazione segue le vicende di alcune famiglie di fiction che incrociano la propria esistenza con i fatti della Storia e con i suoi protagonisti: Germania, Gran Bretagna e USA, i loro palazzi del potere e le loro strade fanno da scenografia all’impianto di un romanzo che, nonostante la tensione alla monumentalità, è spesso con un piede nel secchio del banale e uno nello stucchevole. Perché suggerirne la lettura, dunque? Primo, perché malgrado la mole (poco meno di 1000 pagine) è un’agevole lettura “da cacca” e un buon diversivo a RealTime. Il secondo motivo – e vengo al dunque – è che tra due giorni si va tutti a mettere le ICS sui loghi di partito, un privilegio che diamo sempre per scontato. L’inverno del mondo può servire a ricordare le leggerezze (troppo spesso le consapevoli scelte) commesse dai milioni di cittadini che in Italia, in Germania, in Spagna (ma anche nelle “più democratiche” UK e USA, ecc.) hanno subito il fascino di modelli di virilità da baraccone e di ignoranti simboli di potere, di teste calve, di baffetti e di uniformi; che sono stati soffocati, cioè, dal bisogno di appartenenza a un gruppo “forte” che li facesse padroni del mondo. Ché lo scandalo non è il supporto a certi ceffi da parte di soggetti con interessi (economici, politici, ecc.) quanto quello di chi, come la maggior parte degli elettori, non otterrà mai nulla se non da una buona e onesta politica.
In altre parole: quando andate a votare, almeno, non fatelo a cazzo! Ecco l’insegnamento di questo romanzo.

Nicolas Alejandro Cunial segnala:
Vladimir Majakovskij, Poesie, BUR, 2008, 503 pgg.

Non avete letto poesia se non avete letto Majakovskij, questo è certo.
La capacità di questo poeta russo di agitare – non mescolare – poesia e politica e sentimenti e visioni e realtà e tutto ciò che circonda l’uomo nonché ciò che risiede internamente, è qualcosa di incomunicabile.
Sarei tentato quindi di mandarvi, con una certa urgenza, a comprare uno qualsiasi dei suoi scritti e lasciarvi alla lettura, poiché capireste immediatamente cosa ho cercato di dirvi. E lo faccio. Però vorrei aggiungere qualcosa in più. Per esempio, mi sorprende quanti siano convinti che la poesia sia puro estetismo, ermetismo, eccheccazzo. No. Sono esistiti – ed esistono tuttora – Poeti (qui l’iniziale maiuscola è doverosa) che non hanno soltanto parlato di come le fave gli facciano ricordare di quella volta in campagna con la propria donzella a ridere e correre nelle valli verdi speranza, ma hanno scritto, come Majakovskij, sul passaporto sovietico, sulla rivoluzione, sulla burocrazia, sulla servitù e su chi comanda questa servitù. Oh, siamo seri, avrei potuto parlarvi della Fattoria degli animali di Orwell, mica roba da poco, ma c’è qualcosa che non quadra. Sono bravi tutti (o forse no?) a scrivere romanzi distopici, ma chi di noi sarebbe capace di scrivere della propria società in relazione all’individualità in relazione alla società? Già è complessa da capire, ‘sta cosa, ‘sta politica: figuriamoci scriverne. Perché se è vero che non tutto è politica, è altrettanto vero che tutto può essere letto in questa chiave, dipende dal punto di vista. Un rivoluzionario dirà che, appunto, la politica è tutto; un individualista vi dirà, al contrario, che la politica è nulla. Un tutto-nulla che Majakovskij ha illuminato, dimostrando come sia possibile immaginare l’infinito lungo la canna d’una baionetta. E smettiamola di dare la poesia ai vecchi, riprendiamocela anche noi giovani, e ai cittadini che questo fine settimana andranno a votare, dedico:

Ci ritroveremo a dire: «sì, io voto»
per porre fine a tutto questo vuoto.
(ma il vuoto ha fine?)

Giulia Cupani segnala:
Stefano Benni, Elianto,  Feltrinelli, 2008, 320 pgg.

Questo romanzo è un viaggio intergalattico meraviglioso.
Una storia di diavoli che si innamorano, di ballerini di tango che si aggirano nottetempo lungo i corridoi di una clinica invitando i malati a fare un ultimo giro, di ragazzini intrepidi pronti a sfidare qualsiasi nemico armati solo di una telecamera, una minigonna e una chitarra. La storia di tre missioni parallele, che attraversano mondi onirici diversi seguendo i tenui fili di mappe misteriose che compaiono nei posti più imprevisti (tatuate sulle natiche di satanassi bolsi, per esempio. O, più poeticamente, sul muro d’una stanza d’ospedale su cui la luna piena proiettale ombre dei rami di un antico castagno) e indicano la strada da seguire per salvare Tristalia, un triste paese che voleva essere una Nuova Repubblica e in cui invece il potere è finito nelle mani di un mostro tecnologico, il Zentrum, che governa la vita di tutti i cittadini e ne appiattisce la mente a forza di quiz televisivi, condannandoli a un destino di immobilità cerebrale, di totale e anestetizzante mancanza di libertà.
Ma a Tristalia, nonostante questo, la democrazia formale non manca: 20 presidenti si sfidano a vicenda in una campagna elettorale “a eliminazione diretta”, e nei loro dibattiti surreali, così come nei commando armati di mitra che compaiono a tratti abbattendoli a manciate, è riassunto il peggio di Tristalia, il centro della sua verità. Perché, nel paese, non cambierà nulla in nessun caso: il Zentrum continuerà a spadroneggiare, e i cittadini a vivere sotto le sue grinfie, senza alternative.
L’unica speranza, per la nazione, passa attraverso il destino del giovane Elianto, ragazzino geniale e anima nobile: per guadagnare alla sua Contea l’autonomia e la libertà dovrà vincere una sfida di intelligenza contro un “campione” tredicenne, dopato di nozionismo, scelto dal governo. Ma Elianto è malato, vittima di un misterioso morbo dolce che condanna gli spiriti buoni come il suo. Proprio per salvare lui, per vincere la sfida e salvare Tristalia dalla sua campagna elettorale e dal suo destino, i vari equipaggi intergalattici si sono messi in viaggio, alla ricerca di una strada che liberi il paese prima dai suoi vizi atavici e poi dai mali della sua politica. Far guarire Elianto diventa così l’unica possibilità di far guarire Tristalia, di mettere la parola “fine” a una campagna elettorale eterna e inutile, di guadagnare almeno uno spiraglio di affascinante, pericolosa libertà. Nel mondo surreale e fantastico di Stefano Benni, tutto ciò è possibile, brillante come un fuoco d’artificio.
Quaggiù, invece, tocca accontentarsi di mettere una croce su una scheda. E poi, sperare.

Tommaso De Beni segnala
Italo Calvino, La giornata di uno scrutatore, Mondadori, 1994, 83 pgg.

Nel 1953 Italo Calvino, come molti intellettuali ed artisti italiani, era comunista, il che significava non solo credere in determinate cose ma anche militare attivamente nel partito. Il passato era il regime fascista, il presente quello democristiano, il futuro, forse, l’utopia comunista di una società più equa e giusta.
Durante la campagna elettorale di quell’anno, proprio per la sua attività politica, visitò il Cottolengo, e vi tornò alcuni anni dopo arrabbiandosi molto vedendo che le suore accompagnavano i disabili nella cabina elettorale. Nacque in molti il sospetto che le suore votassero al posto dei malati – mettendo una croce sulla DC – o che comunque ne influenzassero fortemente le scelte. Calvino meditò molto e dopo una lunga gestazione pubblicò La giornata di uno scrutatore, romanzo breve (o racconto lungo) uscito nel 1963, quindi cinquant’anni prima delle elezioni di oggi. Nel frattempo, nel 1956, l’invasione dell’Ungheria aveva scosso le coscienze di molti comunisti, almeno in Europa.
Il libro si svolge, come già in Joyce e Woolf, nell’arco di una sola giornata. Il protagonista, Amerigo Ormea, è un alter ego dello stesso Calvino e rappresenta allegoricamente il suo sviluppo ideologico e intellettuale: all’inizio è un intellettuale illuminista e marxista, ma a fine giornata le sue idee e forse la sua vita sono diverse. I dogmi marxisti non sono adatti per il tipo di realtà che vede al Cottolengo e che lo costringe a interrogarsi sulla natura del suo impegno. Tanto dolore tutto assieme può essere riequilibrato e sopportato solo con tanto amore: «L’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo». Così quello che avrebbe potuto essere un violentissimo pamphlet anti-democristiano alla Voltaire diventa la confessione di un comunista pentito e allo stesso tempo uno spartiacque importante nella bibliografia calviniana. Da un punto di vista intellettuale egli non smise di essere razionale – anzi, la sua ricerca letteraria assomigliò sempre di più alla ricerca di un metodo scientifico – mentre da un punto di vista politico sappiamo che abbandonò il Partito Comunista, anche se non bisogna pensare che questo significhi necessariamente saltare dall’altra parte della barricata.

Annalisa Scarpa segnala:
Jean-Paul Sartre, La nausea, Einaudi, 1990.

Ho scelto un libro che più che politico è filosofico, me ne rendo conto. Ma credo che abbia molto a che fare con la politica, anzi, con il clima politico che si respira in questi giorni quando si prova a parlare con qualcuno in cerca di conforto e di qualche buona idea che ci sosterrà di fronte alla scheda elettorale. La Nausea di Sartre non propone programmi – a malapena si può dire che racconti una storia – ma per caso o per congiuntura astrale pare che descriva nell’Autodidatta, Anny e Roquentin uno stato d’animo non distante dagli elettori italiani col loro malumore.
Procediamo con ordine. La Nausea è un diario, ma comincia senza data”, con un tentativo di fare ordine nelle possibilità di stesura: “La miglior cosa sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno”, e prosegue con un appunto delle “ore dieci e mezzo” – di quando, non sappiamo: “Dopo tutto, può ben darsi che sia stata una piccola crisi di pazzia, ma non ve n’è più traccia” (p. 12). Uno stato di coscienza alterata, ipersensibile a momenti, fino a sentir vive perfino le cose. Non vive, meglio: esistenti. Ed ecco quella Nausea dolciastra. Quando passa è un sollievo, ma rimane solo il sentirsi parte del freddo, o l’annullarsi: “Io sono troppo calmo da tre anni a questa parte. Queste solitudini tragiche non possono darmi più nulla se non un po’ di purezza a vuoto” (p. 44).
C’è una sorta di opaca rassegnazione che serpeggia in tutto il romanzo, fino alla maschera di Anny: “L’accento non corrisponde affatto al viso. Non è tragico è… orribile; esprime una disperazione secca, senza lacrime, senza pietà. Sì, c’è in lei qualcosa di irrimediabilmente disseccato” (p. 195).
La sensazione che “il mio posto non è in nessun luogo; io sono di troppo” (p. 165). Sintomi di depressione e di crisi, fin troppo familiari.
E se invece si prova a sfoderare entusiasmo, è difficile non farsi simili all’Autodidatta, coi suoi discorsi fatti delle idee ora di questa, ora di quella teoria; qualcosa di già sentito e qualcosa di intuito, qualcosa di citato e qualcosa di inventato, convinzioni basate su fin troppo composite trame di patchwork filosofico.
Ma perfino Sartre ha almeno un pensiero positivo per chi crede, che in fondo, sia tutto uguale: “Immagino sia per pigrizia che il mondo si rassomiglia tutti i giorni” e prosegue: “Oggi aveva l’aria di voler cambiare. E allora tutto, tutto poteva succedere” (p. 107).

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