CAMing-out-urbano

Romanzi urbani, ambientazioni metropolitane, città-labirinto che non si limitano a restare sullo sfondo delle storie ma che si fanno portatrici di memorie, segreti, imprevedibili significati.

 

Tommaso De Beni segnala: 
Paul Auster, Sunset park, Einaudi, 2012, 222 pgg.

Copertina Sunset parkMiles Heller vive in Florida e fotografa le cose nelle case da sgomberare. Il suo lavoro è fare gli inventari degli oggetti desueti nella vita delle persone che hanno perso la loro casa.
Nel mondo della crisi economica lo sgombero, il trashing out, è un’attività che rende: le pianure del sud della Florida sono state urbanizzate in maniera selvaggia e adesso sono piene di strutture vuote che le banche vogliono liberare al più presto per poterle rivendere. La città fuoriesce da se stessa e trasforma in altre città la pianura circostante. In effetti al giorno d’oggi in città non c’è quasi più niente, a livello di possibilità materiali, che non ci sia anche in provincia.
Miles però non è originario della Florida, bensì di New York, una città che è tutto un programma, e precisamente del West Village di Manatthan. A questa città è legato il ricordo della sua vita precedente, perché in effetti la sua esistenza è divisa in un prima e un dopo,anche se questo la sua ragazza cubana minorenne non lo sa. Ma è proprio a causa di questa relazione, per evitare rogne, che Miles deve partire per un po’, sparire almeno finché Pilar non compirà diciotto anni. Chiama quindi Bing, l’unico amico che gli è rimasto, che vive guarda caso proprio a New York, più precisamente a Brooklyn, in una zona chiamata Sunset Park. Ma la sua casa, che giace vicino a un cimitero pieno di personaggi famosi, è occupata illegalmente.
Il romanzo è ambientato nel 2008, nel pieno della bolla speculativa e della crisi immobiliare che poi è diventata crisi economica globale e che ha rischiato di far collassare l’intera economia americana. E in questo contesto tre ragazzi si prendono da soli ciò che la società non sa o non vuole dare loro. E per un bel pezzo nessuno se ne accorge (forse questa è la vera differenza tra città e provincia). La trama va avanti ma non è importante. La scelta della casa, nucleo del romanzo, merita di essere riportata per intero:

«Quella domenica andarono ad esplorare il territorio fra la Quindicesima e la Sessantacinquesima di Brooklyn Ovest, un’area vasta ed eterogenea che corre dalla Upper New York Bay alla Nona Avenue ospitando oltre centomila persone, tra cui Messicani, Dominicani, Polacchi, Cinesi, Giordani, Vietnamiti, bianchi Americani, neri Americani, e una comunità di cristiani del Gujarat, in India. Magazzini, fabbriche, esercizi del lungomare abbandonati, vista sulla Statua della Libertà, l’Army Terminal chiuso dove un tempo lavoravano diecimila persone, una basilica dedicata a Nostra Signora del Perpetuo aiuto, bar per motociclisti, (…) poi, costeggiando il cimitero, svoltarono a caso per un isolato deserto tra la Quarta e la Quinta Avenue e videro la casa, una torpida casa di legno a due piani con il portico verandato, che sembrava in tutto e per tutto rubata da una fattoria nella prateria del Minnesota e scaricata accidentalmente nel centro di New York.»


Nicolas Alejandro Cunial
segnala:

Massimiliano Santarossa, Viaggio nella notte, Hacca, 2012, 139 pgg

Viaggio nella notteQualcuno lo chiama neon-realismo, forse giustamente. Si sente spesso parlare di questo “nuovo” filone emergente che ha per protagonista il territorio, anche se a dire il vero non è che nel Novecento, e anche prima, del territorio se ne fregassero: e lo sa bene Massimiliano Santarossa che col suo Viaggio nella notte vuole richiamare l’opera novecentesca per eccellenza, il Voyage au bout de la nuit del caro Céline.
Questo romanzo – narrato con voce forte e con intonazione di intimità profonda, che chiede a chi legge di non limitarsi ad essere un semplice lettore – vuole di più: la questione è se vogliamo capire, se vogliamo davvero comprendere che ciò che ci circonda (mi riferisco in particolar modo al contesto del Nord Est) non è qualcosa che si ferma fuori di noi, ma ci plasma a sua immagine e somiglianza.
Non possiamo dunque stupirci se le periferie degradate dallo sviluppo economico d’un tempo, divenuto sviluppo grigio in quest’epoca di crisi, ci derubano dei colori. Viviamo tra le macerie degli anni d’oro: la ruggine s’è mangiata tutto e restiamo solo noi a sforzarci di frenare la sua fame. Ed è questo che racconta questo romanzo: il corpo d’un uomo senza volto, senza nome, senza futuro, divenuto cibo per l’industria decadente d’un paese fantasma.
Il libro ripercorre appunto l’ultimo giorno di un operaio corroso da un sistema lavorativo che gli ha rubato l’anima: per sapere se questa si trovi ancora da qualche parte, magari in svendita, il protagonista si spingerà fino sull’orlo dell’abisso, sul ciglio d’un palazzo sotto il quale non c’è distinzione tra il grigio asfalto e il grigio movimento delle masse spinte a vuoto. Non servono dialoghi, non servono cubetti di zucchero per mandar giù il boccone che è amaro e come tale dev’essere ingoiato. E se lo si vomita, c’è da chiedersi come sia stato possibile non vomitare ben altro, in tutti questi anni sopportati nell’attesa di una ricompensa falsa: la possibilità d’essere indipendenti. Ben presto, scorrendo le pagine di Viaggio nella notte, tenute assieme da un filo narrativo al limite del delirio iper-realistico, ci accorgeremo che non siamo mai stati soli, sono i rumori della città a tenerci compagnia, a svegliarci la mattina, a cullarci la notte. E se alla fine della notte saremo diventati sordi, sarà soltanto una nostra scelta.


Alice Campagnaro segnala:
Arthur Conan Doyle, Il segno dei quattro, Mondadori, 2005, 154 pgg.

Copertina Il segno dei quattroNella primavera del 2010 ho trascorso alcuni mesi a Londra. Prima di andarci non credevo che avrei sentito tanto forti gli echi della città descritta da Conan Doyle. Nella grandiosa capitale che già si preparava alle Olimpiadi del 2012 si percepiva ovunque, perfino tra le architetture avveniristiche della City, l’annidarsi delle storie: l’odore fantasma del carbone, i colori tetri del fumo, della notte, della pioggia. Mille dettagli mi riportavano alla suggestiva ambientazione di molte delle vicende che vedono protagonisti Sherlock Holmes e il suo unico fido amico, il quieto medico scrittore Watson. Queste storie avvincono per l’affastellarsi di dettagli apparentemente inspiegabili, che rendono sempre più intricata la matassa degli avvenimenti che hanno condotto al delitto, e per la maestria con cui la mente acuta di Holmes li rende parte di un quadro perfettamente logico, di una visione d’insieme (che ci pare quasi una visione del mondo e della vita) tanto semplice ed evidente da risultare utopisticamente riposante. “Elementare, Watson”.
L’ambientazione, in una Inghilterra insieme polite e cruda, fatta di umidità e nebbia, di brughiera, di nobiltà in decadenza e buone maniere insidiose, è essenziale. Londra in  particolare viene descritta dalla voce narrante del dottor Watson con compiacimento e affetto, nonostante le vie buie e sudicie dei suburbs. Ne Il segno dei quattro si svolge una vicenda che affonda le sue radici nel passato colonialista inglese, alle Isole Andamane. In questa Londra notturna e indistinta affiorano particolari inquietanti e affascinanti: case piene di suppellettili che provengono dall’altra parte del mondo, esseri umani con i piedi piccoli come quelli dei bambini, freccette avvelenate infallibilmente letali. La “solita” città diviene a sua volta uno scenario irreale, in cui la vita si svolge a due livelli: da una parte la luce del giorno, il brulicare operativo della brava gente appartenente ad ogni classe sociale, la rassicurante grandiosità dei quartieri centrali; dall’altra parte l’insicurezza della malavita, la corruzione, il furto, l’assassinio, l’agghiacciante degenerare di tutti i più bassi impulsi umani, perfettamente situabili tanto alle Isole Andamane che in una delle città più “civili” del mondo. In mezzo, a fare da tramite tra i due livelli, si muovono Sherlock Holmes, Watson e la turba di monelli prezzolati che si sguinzagliano per la città e riportano informazioni essenziali in Baker Street. In mezzo a questa caotica osmosi di diverse genti e zone della città ci siamo anche noi, che leggiamo col fiato sospeso, sentendo pagina dopo pagina quanto l’approssimarsi dello scioglimento conclusivo non sia altro che un fittizio riequilibrarsi dello status quo.

Tommaso De Beni segnala:
Paolo Volponi, Le mosche del capitale, Einaudi, 2010, 383 pgg.

Copertina Le mosche del capitaleLa gestazione di questo romanzo, pubblicato nel 1989, durò circa dieci anni. Il periodo che interessa a Volponi, in particolare, va più o meno dal 1975 al 1980. In mezzo ci sono le lotte operaie, i movimenti antagonisti a sinistra del PC, il terrorismo e la trasformazione del capitalismo italiano, ma anche della società, che passa da industriale a post industriale. A Bovino, trasfigurazione balzachiana di Torino, Bruto Saraccini vive la sua esperienza da dirigente “illuminato” che spera di cambiare dall’interno l’industria, avendo a che fare direttamente con l’alter ego della famiglia Agnelli. Il romanzo si apre con una stupenda descrizione della città che dorme. Gli oggetti sono solo apparentemente inermi e le persone dormono perché sotto l’effetto di sedativi. Quello che non dorme e che cresce anche di notte è il capitale, che è il sangue che scorre nelle vene del corpo-mondo messo in scena da Volponi. Un’immagine analoga era stata abbozzata anche da Albino Saluggia nel finale di Memoriale, quando si lamentava dei contadini, dell’urbanizzazione e delle ferite inflitte alla terra. Saluggia era l’inetto sveviano, educato dalla madre e dal prete di campagna. Saluggia aveva paura della città perché pensava fosse popolata da maghi, truffatori e donnacce, mentre invece Saraccini è integrato. Illuso, coglione, ma pur sempre integrato ed euforico nei confronti della città viva e pulsante come non mai. Ai margini della città e del destino del capitalismo italiano c’è spazio anche per operai, terroristi e travestiti. Alla fine la marcia dei 40000 quadri segna il fallimento delle lotte operaie e anche dell’utopia di Saraccini. Intanto la città ha rotto gli argini, è fuoriuscita fagocitando tutta la natura, che è sempre più compromessa con l’artificiale, senza però che ci sia una vera integrazione, ma solo un vampiresco sfruttamento.

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