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Romanzi che parlano del mare, storie ambientate sopra, accanto, sotto l’acqua. Racconti che sguazzano nel regno di ogni epica, in abissi colmi di suggestioni abitati da mostri, archetipi ed enormità.

Nicolas Alejandro Cunial consiglia:
Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare, Mondadori, 2011, 142 pgg.

Comincio col dire che quest’opera non è solo valsa al suo autore due tra i più prestigiosi premi letterari al mondo (Pulitzer e Nobel, scusate se è poco. Se permettete, direi che ha pigliato due squali con un solo amo), ma gli ha anche consentito di mettere in luce la forza umana più potente: la volontà. Questo libricino di appena 142 pagine, infatti, è in grado di comunicare, con una potenza narrativa fuori dal comune, tutto quello che serve sapere a proposito della spinta verso i propri obiettivi.
Il vecchio e il mare non è di certo il libro più bello che abbia mai letto, ma è sicuramente quello che, in poche pagine, riesce a descrivere meglio la più semplice delle morali: fa’ ciò che vuoi, ma fallo. E così, anche se mi riesce difficile scrivere queste righe (provate voi a consigliare un libro universalmente conosciuto e su cui si è già detto tutto), lo faccio, spinto da quella forza di volontà che il “vecchio” Hemingway ha descritto così bene.
Quest’opera è fondamentale per capire moltissime vicende: quella di Batman, per esempio, che senza la sua forza di volontà avrebbe smesso di prenderle già da un pezzo. Ma anche quella del mio personale rapporto con quello sport olimpico dalle regole semi-sconosciute che porta il nome di “braccio di ferro” (nel caso non lo sappiate, io non ho certo i muscoli di Bruce Wayne), e in cui, senza forza di volontà, molte volte mi sarei arreso (invece ho perso con orgoglio). Ok, lo so, sto andando fuori tema. O forse no. Comunque sia, Il vecchio e il mare è un ottimo libro da cui si può dedurre una morale di base solidissima: punta sempre al meglio (il pesce Marlin, in questo caso) e lascia perdere tutto il resto; se lo vuoi (sempre il Marlin), prenditelo.
Insomma: leggetelo, ne vale la pena. E non solo perché sono poche pagine, ma perché vi chiederete chi vorrete essere nella vita: Santiago (la volontà); Manolo (la speranza); il Marlin (la volontà opposta o il fine) o il mare (l’osservatore silenzioso)?
In tutti e quattro i casi, sarete sempre un personaggio chiave, poiché alla volontà serve la speranza quando questa si attenua; ma le servono anche un fine o una volontà opposta contro cui combattere, e un osservatore che sia testimone della sua impresa.

Giulia Cupani consiglia:
Astrid Lindgren, Vacanze all’isola dei gabbiani, Salani, 2011, 258 pgg.

Dimentichiamoci per un momento delle distanze oceaniche, del mare aperto, degli abissi e delle profondità sterminate. Dimentichiamoci anche, sempre per lo stesso attimo, di Moby Dick (che – vergogna tremenda vergogna – non ho mai letto, ma che resta lì, nella sua copertina grigioverde, fermo ad aspettarmi) e dell’Odissea e di tutte le altre grandi epiche nate e cresciute accanto al mare, da quando l’uomo è uomo. Fermiamoci più vicino, questa volta. Teniamo i piedi saldamente piantati in una cosa piccola, piccola come un libro per ragazzi che però, in qualche modo, riesce a descrivere la stessa cosa, la stessa infinita meraviglia che sorge dalle onde, con una precisione leggera e un amore semplice capaci di trapassarti la testa a otto anni e non spostarsi più dal luogo in cui si insediano. Saldamente e per sempre, come un’isola di pace facilissima e di bellezza elementare a cui ritornare, almeno col pensiero, per un intero oceano di vita adulta.
Vacanze all’isola dei gabbiani è la storia di una famiglia di Stoccolma e delle sue vacanze trascorse in una casa di legno costruita esattamente sulla punta più lontana dell’arcipelago, proprio “all’estremo confine del mare”. In questo mondo insulare, scintillante, traboccante di bellezza e di amore per questa bellezza si mescolano storie piccole piccole di ragazzini che, a bordo di una barca a remi, si perdono dentro banchi di nebbia, di enormi cani pacifici, fedeli e intelligenti come esseri umani, di bambini che fantasticano e di volpi che mangiano amatissimi coniglietti domestici – perché nei libri per bambini, quasi sempre, accanto alle cose minuscole sbocciano e crescono interrogativi sull’enormità delle cose davvero imprescindibili.
C’è il mare nella sua forma più dolce, più domestica, dentro queste pagine. Il mare come concentrato di bellezza, come controcanto e contrappunto all’esistenza degli individui, come luogo accanto a cui vivere nel modo più puro e più semplice, respirando e godendo del meraviglioso e complesso splendore della vita. Per questo, Vacanze all’isola dei gabbiani è una storia che non si può perdere: se conoscete qualche ragazzino attorno agli otto anni, ed è Natale, e non volete rassegnarvi alla narrativa in cui esistono solo topi parlanti o gnomi saltellanti, provate a regalargli tutta questa meraviglia. Entrerà nella sua vita con lo splendore facile dell’acqua, con la quieta pesantezza delle onde, e ci resterà. Saldamente. Per sempre.

Tommaso De Beni consiglia:
Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari, Newton Compton, 1995, 347 pgg.

Avrei potuto parlare di un qualche libro marinaresco di Wilbur Smith, ma sinceramente quello che più mi è rimasto impresso, dei suoi libri, sono le scene di sesso.
Allora, meglio parlare di uno dei padri delle storie d’avventura e di un libro, letto nella purezza dell’infanzia, che all’epoca mi affascinò e piacque tantissimo: verso la fine dell’Ottocento si inizia a mormorare di una presenza strana che solca le profondità dell’oceano. Non si sa se sia una balena o un mostro marino, ma quando vengono affondate alcune navi la gente comincia a farsela sotto temendo un attacco terroristico. Un giorno, il segretario della marina degli Stati Uniti organizza una spedizione per cercare ed eliminare la strana presenza. Così avviene che la fregata Abraham Lincoln si imbatta nella “creatura” ed abbia la peggio, anche se il suo equipaggio sopravvive. Il naturalista e medico Pierre Aronnax e qualche altro membro dell’equipaggio naufragano su un’isola ed entrano in contatto con la “creatura”, che si rivela essere uno speciale sottomarino a forma di nautilo. Essi salgono a bordo ed iniziano così una serie di mirabolanti avventure: Aronnax si interfaccia personalmente con il capitano del Nautilus, il solitario e misterioso Nemo (che in latino significa “nessuno” e che rimanda quindi a un altro mirabolante viaggio per mare, l’Odissea, dato che Nessuno è il nome che usa Ulisse quando viene catturato da Polifemo), da sempre in lotta con tutto il mondo. Il mare, da qui in poi, viene penetrato e perlustrato nei suoi abissi, e l’esperienza sarà così sconvolgente ed entusiasmante da far dimenticare ad Aronnax che lui, nel Nautilus, è prigioniero. Ne L’isola misteriosa, seguito di Ventimila leghe sotto i mari, il personaggio di Nemo viene approfondito: si racconta la sua storia e forse si comprendono di più le sue ragioni.

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