CAMing-out-working-class

Romanzi che parlano di lavori e di lavoratori, di mestieri da amare o da odiare; storie che ruotano attorno all’universo del lavoro e degli autori che hanno provato a raccontarlo.


Isacco Tognon
segnala:

Primo Levi, La chiave a stella, Einaudi, 1991, 194 pgg.

Copertina La chiave a stellaParlare di lavoro dopo il Complesso del primo maggio (Elio sa regalare sempre bei momenti) è un po’ difficile, ma ci si può provare. Partendo, ad esempio, da un libro in cui è il lavoro a raccontare e a raccontarsi: le persone, i personaggi, sono solo strumenti della narrazione, le cartine al tornasole per sancire i passaggi dal prima al dopo e definire il cambiamento di strumenti e condizioni, di spostamenti nel tempo e nello spazio.
Poco importa, quindi, che a raccontare sia una voce autorevole: Faussone parla come può, come riesce, nella lingua ibrida del dialettofono o del “poco istruito” che parla italiano; è una lingua di materia che parla (e lo fa con nettezza inattaccabile), è la lingua dei gesti ripetuti, dei materiali e del prodotto in divenire. Il padre di Faussone è magnino, lavora il rame e continua a farlo fino a morire col martello in mano, senza accettare il cambiamento in atto – l’alluminio, l’acciaio inossidabile – per una fedeltà implicita, un attaccamento più sincero che compulsivo al lavoro di una vita; la stessa sorte non toccherà al figlio, avviato prima negli stabilimenti della Lancia e finito a girare il mondo per seguire la costruzione di un ponte, di uno stabilimento, di una gru, del lavoro in divenire.
Forse La chiave a stella non è un libro ottimista, come spesso è stato giudicato: a parlare di felicità e lavoro si finisce spesso per avvertire un suono metallico che stona, qualcosa che non quadra, anche quando non c’è una virgola manifesta ad intaccare davvero la bellezza.
Ma se il lavoro di per sé non può salvare vite, renderle piene, l’amore per il lavoro può riuscire dove l’inerzia non arriva:

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono.”

Oggi La chiave a stella rischia di essere un miraggio da poco, un mondo delle piccole cose già difficile da raggiungere. Oggi c’è la necessità di fare, e aspettarsi l’amore per il lavoro, la gratificazione, la sintonia, sono discorsi che lasciano il tempo che trovano. Non per questo si smette di cercare, non per questo ci è tolta la possibilità di scegliere.
Con il rischio di essere troppo “choosy” sempre lì, dietro l’angolo.


Tommaso De Beni
segnala:
Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Garzanti, 2008, 221 pgg.

Copertina Quaderni di Serafino Gubbio operatoreSe si parla di lavoro e letteratura, penso a figure di operai e contadini raccontate nei romanzi di autori come Silone, Volponi, Bacchelli, Pratolini, Ottieri e più recentemente Pennacchi.
Pirandello negli anni ’30 scrisse la sceneggiatura di Acciaio, un film ambientato in fabbrica. Nel 1929 ebbe anche modo di visitare Hollywood. Prima ancora, però, aveva raccontato a modo suo questo mondo particolare in ascesa, quello del cinema e dell’industria culturale. Nei suoi confronti egli è critico, anche se poi nemmeno lui resisterà al suo fascino. Entrambi i mondi, sia quello industriale delle fabbriche, sia quello cinematografico, erano ai tempi solo agli albori, soprattutto in Italia. Pirandello riesce comunque a cogliere degli elementi fondamentali. Quello di Serafino Gubbio, del resto, è pur sempre un lavoro. Quello degli attori, dei macchinisti, degli operatori, è anch’esso un lavoro. La Kosmograph è una grande azienda e di fronte c’è il progresso e il futuro. Il protagonista, allora, anche se con ambizioni da filosofo che alla maniera dei taoisti vorrebbe fare di se stesso e del mondo una pagina bianca, nella veste di operatore cinematografico si trova a contatto con questo strano mondo. Lui in realtà deve solo girare una manovella, ed è consapevole che in futuro qualcuno inventerà una macchina che lo farà al posto suo, rendendolo inutile. Ma entra in contatto con i divi del cinema e i loro vizi e capisce per esempio che Vera Nestoroff è una donna tormentata e problematica. Ciononostante persegue la sua ricerca dell’atarassia e alla fine è costretto ad assistere ad un tragico evento. Il suo lavoro gli impedisce di urlare, ma soffocando lo sgomento rimarrà per sempre muto. Egli così diventa puro occhio contemplante, un corpo al servizio di una macchina. Pirandello coglie così un elemento che anche Marx aveva evidenziato parlando delle fabbriche, cioè l’alienazione dell’individuo.


Giulia Cupani
segnala:

Cesare Pavese, Officina Einaudi, Einaudi, 2008, 431 pgg.

Copertina Officina Einaudi

Questo libro non è un romanzo, ma è capace di incantare come la più bella delle storie.
Lascia a bocca aperta, questa raccolta di parole che si leggono con un misto di imbarazzo – sono pur sempre lettere indirizzate a qualcuno che non siamo noi – e di meraviglia, e che scagliano chi le legge nel cuore di un mondo meraviglioso e perduto, dentro il miracolo del lavoro lento e quotidiano del “fare” i libri, dentro una storia (quella della casa editrice Einaudi) tanto bella da non poterla credere accaduta davvero, e che invece non solo è una storia vera, ma è stata capace anche di cambiare – almeno un po’ – la Storia del nostro paese.
Questo libro raccoglie dieci anni di “lettere editoriali” scritte da Cesare Pavese per conto della casa editrice Einaudi, e nelle parole di quest’uomo secco, geniale, acuminato, troviamo la rappresentazione più perfetta di quello che è il lavoro culturale inteso nella sua accezione più alta e più nobile, più perfetta e perduta. Assistiamo alla nascita e alla crescita di una casa editrice che, negli anni del fascismo e della seconda guerra mondiale, è stata capace di resistere, vivere, tradurre e stampare a una velocità incredibile una quantità impressionante di testi imprescindibili. E che, soprattutto, è stata capace di farlo senza dimenticare mai che, dietro questo lavoro senza freni e senza soste, condotto con responsabilità e ostinazione e incredibile freschezza, si nascondeva la possibilità di costruire qualcosa di grande e di importante per tutta l’Italia, un paese alla deriva che, proprio per questo, aveva un disperato bisogno di leggere finalmente Il capitale di Marx, ma anche Le mille e una notte, e L’urlo e il furore, e l’Antologia di Spoon River.
Sembrano un romanzo, queste lettere secche e precise, che organizzano tanto nei dettagli minuti che nella pianificazione di lungo periodo un lavoro che sa essere insieme tecnico, meccanico, onirico, creativo, rivoluzionario. Sembrano un romanzo, e spalancano un intero mondo fatto di giovani intellettuali onnivori che leggono libri con disperata voracità, scegliendo quali tradurre, e curano revisioni e scrivono introduzioni e quarte di copertina e gettano tutti se stessi dentro questo mestiere folle e sublime, condotto con passione smodata, e i cui risultati sono in qualche modo, nonostante tutto, ancora tangibili per tutti noi.
Queste lettere parlano della storia d’amore grande tra un uomo e il suo mestiere, senza alcuna retorica e alcuna concessione alla commozione: queste lettere sono quel lavoro, presentato senza filtri e senza bisogno di inutili precisazioni, e a leggerle si percepisce qualcosa che ha molto a che vedere con l’ammirazione, e con il vago rimpianto nei confronti di qualcosa – un modo di lavorare, e forse anche di vivere – che molto probabilmente abbiamo perso per sempre.

1 commento a “ Working class hero ”

  1. Marco

    Marco

    E anche l’ Einaudi è andata…con la sua dote di classici in sposa alle politiche commerciali (mi risulta che sia controllata da Mondadori, ora)

    Rispondi
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