Campiello, Campiello, perché sei tu, Campiello?.

Stassi, Magrelli, Masini e Riccarelli:
ecco a voi i talenti scelti tra i Campielli
Cinque sono in tutto
se no sarebbe un lutto
Cocco entra in finale
per chi gli vuole male

Esclusi – e non è ovvio –
Di Grado e Andrea Canobbio

Scusate un’altra rima
ma il Campiello Opera Prima
è stato una sorpresa:
la storia di un’obesa
con mille fissazioni
Cellini ha consegnato
al cielo dei campioni.

Perdonate la patetica filastrocca ma, a leggere i nomi della cinquina finalista al Premio Campiello 2013, non ho resistito al richiamo della rima.

Sono le 15 del 31 maggio 2013 e sono appena rientrato dalla proclamazione dei cinque, dall’aula magna di Palazzo del Bo a Padova. Ammesso – e non concesso – che si trattasse di un evento di richiamo per gli amanti della letteratura, ho pensato di parteciparvi spinto essenzialmente dal desiderio di incontrare Vincenzo Mollica e chiedergli di elogiare un nome a caso. Che ingenuità! Niente Mollica nel piatto culturale.

Nessun problema – mi sono detto – scriverò un pezzo ‘giornalistico’ sulla mattinata. Invece – causa, forse, la rinuncia alla colazione e la posizione un po’ defilata – ho concentrato buona parte delle energie alle mie piccole seccature quotidiane e alle facce dei presenti in sala. Così: quanto alle prime, fatti miei; sulle seconde, per pudore taccio.

Confesso, però, una certa delusione nell’aver riscontrato l’assenza quasi totale di professori padovani del campo letterario. A parte, ovviamente, l’ex Piero Luxardo Franchi – presidente del comitato di gestione del Premio – e Silvio Ramat, giurato. Non è stato recapitato loro l’invito? Tutti troppo sinistrorsi per mescolarsi ai confindustriali? O non gliene può fregar di meno di un premio che, pur con tutte le contraddizioni, è dedicato alla narrativa contemporanea?

C’erano, invece, in prima fila i rappresentanti delle forze dell’ordine: colonnelli fregiati di tutto punto, dissimulatori discreti di una noia giustificabile. C’erano l’assessore alla cultura di Padova e quello del Veneto; c’erano gli imprenditori e i loro rappresentanti di Confindustria – i promotori e patrocinatori del premio. C’è – credo abiti in una dependance dell’aula magna – il delegato del rettore di Unipd.

Soprattutto, la giuria di letterati. Presieduta, quest’anno da Paolo Crepet, può vantare la presenta di intellettuali del calibro di Salvatore Nigro e dell’istrionico Philippe Daverio (che, finita la cerimonia, tossendo dice: “Vado a farmi una sigaretta, così tossisco meglio”. Sic!). O di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, come a dire denaro e cultura.

Finalmente, dopo i saluti dei rappresentati di tanto rappresentabile istituzionale, che hanno sottolineato la necessità di investire sulla cultura e che i lettori non ci sono più e che siamo tutti più ignoranti ma gli imprenditori veneti credono nella cultura ecc ecc, si è parlato di libri. Paola Italia, filologa e docente a Siena, ha offerto una panoramica degli oltre 200 titoli vagliati dalla giuria. Passato il momento dei romanzi sul precariato – ha detto – nell’ultimo anno editoriale si possono evidenziare almeno tre filoni importanti: i romanzi sulla crisi, sui tempi che corrono; le storie di degrado, spesso apocalittiche o disforiche; le narrazioni di recupero delle radici, in una sorta di antirivolta nei confronti dei Padri.

I libri più apprezzati, stando alle motivazioni dei giurati, sono stati quelli ben scritti, quelli che alle belle storie hanno saputo unire una scrittura non ingenua e non tipicamente commerciale. Tanto che il consesso – diceva Ramat – ha temuto di mettere in difficoltà 300 giurati popolari che dovranno eleggere il vincitore tra i cinque.

E poi giù a snocciolare nomi, titoli ed editori. Ciascun membro ha raccontato i propri preferiti, motivando scelte o giustificando azzardi. A parte qualche nome inaspettato: dall’amico Matteo Righetto con il suo La pelle dell’orso (Guanda), a Mauro Corona, a Santarossa che doveva avere una letterina già pronta per Satisfiction.

Prima della votazione finale, il Premio Campiello Opera Prima è stato assegnato a FaziMatteo Cellini per il romanzo Cate, io, l’ironica storia di un’adolescente cicciona che, sulla soglia del diciottesimo compleanno, affronta le difficoltà sociali e percettive del suo corpo. Una decisione che non spiace.

Infine – e finalmente – la votazione che, in un solo turno, ha deciso la cinquina finalista:

Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio, Palermo (8 voti)

Giovanni CoccoLa caduta, Nutrimenti, Roma (7 voti)

Valerio Magrelli, Geologia di un padre, Einaudi, Torino (7 voti)

Beatrice Masini, Tentativi di botanica degli affetti, Bompiani, Milano (7 voti)

Ugo RiccarelliL’amore graffia il mondo, Mondadori, Milano (7 voti)

Esclusi: per un voto Andrea Canobbio; per due Viola di Grado.

A voi le dovute considerazioni.

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )