Carmine Abate - La collina del vento

di Emanuele Caon.

“Questi luoghi sono ricchi fuori e dentro. Solo chi è capace di amarli sa capirli e apprezzarne la bellezza e i tesori nascosti. Gli altri sono ciechi e ignoranti. O disonesti e malandrini che pensano solo alle loro tasche.”

La collina del vento di Carmine Abate è la storia di una famiglia legata saldamente alla propria terra, un romanzo con elementi storici che riesce ad essere qualcosa di più dell’ennesima storiella familiare. Siamo nel meridione, in Calabria e precisamente a Punta Alice, che sembrerebbe essere il sito dell’antica città di Krimisa.

La storia si apre immediatamente con un fatto di sangue e procede tra fascino e mistero, la famiglia Arcuri, a cominciare da Alberto, è la custode della collina del Rossarco, un luogo magico, che il duro lavoro trasformerà da una pietraia a un giardino in fiore, il posto più bello del mondo, riconoscibile già dal suo odore. Più di un secolo di storia viene raccontato nel romanzo, un secolo che permette all’autore di ripercorrere la storia d’Italia. I tre figli di Alberto partono per la Prima Guerra Mondiale, solo uno riuscirà a tornare vivo, Arturo, che con il suo ritorno darà linfa vitale alla famiglia. Dovrà affrontare le difficoltà economiche che hanno subito tutti i contadini, contrastare il latifondista locale che vuole mettere le mani sul Rossarco, opporsi al fascismo. Arturo è il personaggio della famiglia più fermo nei propri valori, un contadino comunista, così come possiamo immaginarlo, semplice ma duro e puro. Una vera « capatosta», come d’altronde sono tutti gli Arcuri. A difendere la collina toccherà poi a Michelangelo, figlio di Arturo, che dovrà affrontare la Seconda Guerra Mondiale, e poi le nuove difficoltà che investono tutto il sud d’Italia, dalla mafia fino ai pericoli che si celano dietro alle nuove energie. In questo caso le pale eoliche che sono di certo fonte di energia pulita ma rischiano di trasformarsi nell’ennesima minaccia pronta a violentare la terra calabrese.

Gli Arcuri si presentano come instancabili difensori della bellezza della terra, come i detentori di valori semplici e tradizionali che non si lasciano piegare dalle difficoltà che la vita gli sbatte in faccia. Per rafforzare ulteriormente la storia Carmine Abate tira in ballo sapientemente Paolo Orsi e Umberto Zanotti-Bianco. Due personalità su cui l’autore si è diligentemente documentato, il primo porterà fin sulla collina il mito di Krimisa, il secondo ne riprenderà i lavori, prendendo di petto la questione meridionale, che fin dall’inizio è sullo sfondo di questa storia.

Gli elementi che compongono la narrazione sono numerosi e ben legati tra loro, non ci sono forzature, il romanzo risulta saldo e intenso, perfino troppo. Con tutto quello che l’autore ha messo sulla carta forse il libro avrebbe dovuto essere dilatato. I dialettismi colorano la prosa e gli imprevisti che investono la famiglia mantengono alto l’interesse. Questo non è un libro da leggere con calma, è necessario avanzare con rapidità perché una pagina ne trascina subito un’altra. Ma a lettura ultimata resta il senso di una mancanza, come se Carmine Abate non fosse riuscito a portare a termine il suo compito. I personaggi che, certo, appartengono al mondo contadino, risultano, così come devono essere, personalità semplici e ben piantate nelle loro certezze, saldi nei loro valori, sono tutti tenaci e testardi. Ma anche questi protagonisti sono attanagliati dalle incertezze, dai vari oscillamenti interiori che si manifestano in tutti gli individui. Il dubbio e l’inquietudine toccano anche loro. Il desiderio di migliorare la propria condizione di povertà, la tentazione di fuggire, l’esigenza di restare, la paura e il dovere di resistere sono tutte pulsioni che investono i personaggi del libro, in maniera, però, troppo chiara. Così come viene descritta la collina rossa, con i suoi colori e i suoi odori, così bene da comparirci davanti agli occhi, allo stesso modo l’autore dipinge il mondo interiore dei personaggi. E questo è il punto debole del libro. Le emozioni dei protagonisti sono conosciute troppo bene dal lettore perché possa rimanerne avvinghiato e turbato.

L’altro elemento di perplessità riguarda il finale. Rino è l’ultimo della famiglia, ha abbandonato il suo luogo d’origine per un altro mondo, per un’altra vita. Ma ora attraverso i racconti di suo padre sta ricostruendo più di un secolo di saga familiare. In sostanza è l’ultimo difensore del Rossarco, il lettore all’avvicinarsi del finale deve chiedersi quale sarà la scelta di Rino. Deciderà di tornare, di difendere la collina rossa come ha fatto suo padre prima di lui? Oppure continuerà la sua vita lasciandosi alle spalle la magia del Rossarco? Non ho intenzione di rovinare il finale a nessuno, il mio dubbio però sta nel fatto che a Rino verrà negata la possibilità o anzi il dovere di scegliere che strada prendere, e si tratta di una scelta netta, o da una parte o dall’altra. Il finale invece risulta estremamente conciliante, certo nell’ordine del possibile e forse anche del probabile ma troppo bello, troppo a lieto fine. Troppo, perché all’ultimo degli Arcuri viene negata la possibilità di essere effettivamente protagonista della storia.

Forse però il finale racchiude un senso particolare, almeno questo è quello che ho iniziato a pensare alcuni giorni dopo aver terminato la lettura del libro . Quale? Non posso essere esplicito perché una delle regole è non svelare la fine delle storie. Ma forse la decadenza che travolge la collina nelle ultime pagine del romanzo non serve solo a creare dalla tragedia il lieto fine per la famiglia Arcuri, forse il messaggio vuole essere più ampio. Come se la vittoria sulle avversità spettasse non solo all’ultimo degli Arcuri ma a tutto il meridione. Anche se questo fosse il significato ultimo del finale, l’impressione che si ha voltando l’ultima pagina è quella della conclusione in stile: e vissero tutti felici e contenti.

Non riesco quindi a condividere quanto scritto su L’Espresso: « sconosciuto a chi segue solo grandi premi e classifiche ma ben noto ai lettori forti che sanno di poter aprire ogni suo nuovo romanzo senza delusioni». Il romanzo certo non delude, ma credo che difficilmente possa appagare in pieno un lettore forte. Poi ad essere sincero provo un senso di fastidio nel leggere un giudizio del genere, il significato che «lettori forti» sembra sottendere è: se conosci Carmine Abate, o anche solo se hai letto il suo ultimo romanzo e, soprattutto, questa recensione puoi considerarti un lettore forte che non ha nulla da condividere con quella massa di volgari lettori che si leggono solo i libracci dei vari Fabio Volo o Paulo Coelho. Insomma una bella lavata di coscienza, ora per essere dei lettori forti, termine fastidioso solo a scriverlo, e distinguersi dai lettori di best seller e libri da premi letterari basta leggersi Carmine Abate. Ma, con tutto rispetto, La collina del vento non si rivela sufficiente a caratterizzare i lettori come campioni e non come schiappe qualunque.

 

Le nostre recensioni della cinquina finalista del premio Campiello 2012:

Carmine Abate, La collina del vento, Mondadori
Marcello Fois, Nel tempo di mezzo, Einaudi
Francesca Melandri, Più in alto del mare, Rizzoli
Marco Missiroli, Il senso dell’elefante, Guanda
Giovanni Montanaro, Tutti i colori del mondo, Feltrinelli

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