Carofiglio, Ostuni e la corazzata Potemkin

La querelle Carofiglio-Ostuni è una gara a chi fa più lo stronzo. E tirarne fuori una campagna per la liberà d’espressione è una cagata pazzesca.

Sulla crassa querelle Carofiglio-Ostuni ci sarebbero molte cose da dire. Innanzitutto l’antefatto. Vincenzo Ostuni, editor di Ponte alle Grazie, distrugge Carofiglio su Facebook all’indomani del Premio Strega. Non prima o durante, ma dopo (e già qua). Carofiglio lo querela, poi ci ripensa, e avanza una richiesta di danni in sede civile. Ecco le parole incriminate di Ostuni:

«Finito lo pseudo fair play della gara, dirò la mia sul merito dei libri. Ha vinto un libro [Inseparabili, di Alessandro Piperno ndR] profondamente mediocre, una copia di copia, un esempio prototipico di midcult residuale. Ha rischiato di far troppo bene anche un libro letterariamente inesistente [ll silenzio dell’onda, di Gianrico Carofiglio ndR], scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di responsabilità dello stile, per dirla con Barthes». 

In rete potete immaginare la bagarre. Micromega, chissà perché solo ora, propone la raccolta firme ed un flashmob davanti al commissariato di Piazza del Collegio Romano in difesa di Ostuni (appello in data 24 settembre, mentre l’accaduto risale a bel po’ di tempo fa, primi di luglio se non erro). In Italia si sa, la prurigine firmataria è di casa tanto quanto l’adesionismo compulsivo in favore di battaglie civili libertarie. E ci mancherebbe. Tuttavia occorrerebbe riflettere sul merito di tali battaglie, non tanto sullo spirito di queste iniziative – che si fonda su principi e valori sacrosanti – ma sulla forma, sulla mentalità e, soprattutto, sull’oggetto della contesa.

Mi vengono in mente le campagne per la libertà di stampa, in pieno tardo-berlusconismo, quando si innalzavano le barricate in difesa di un giornalismo, quello italiano, già di per sé vessato da addetti ai lavori che facevano (e fanno) della carta stampata carta da culo. In quei frangenti mi faceva molto riflettere il fatto che tutte queste crociate partissero per prendere le difese di professionisti del calibro di Michele Santoro. Voglio dire: noi ce l’abbiamo nel sangue questa cosa di retoricizzare anche le dispute più banali, trasformando dei pulcinella in eroi o, peggio ancora, in martiri. E il contatto con la realtà dei fatti?

Perciò, al di là dei dibattiti deontologici – libertà d’espressione, diritto di replica, alibi della stroncatura eccetera, eccetera – a me sembra che la questione Carofiglio-Ostuni sia un’altra. E cioè che sempre più spesso, in letteratura, anzi, allargherei il campo all’intero mondo dei media e della comunicazione, tutto si sia ridotto ad una gara a chi ce l’ha più lungo o a chi fa più lo stronzo.

Per dirla con le parole di Emanuele Zinato, persino la critica letteraria sembra aver adottato una certa dialettica trash, figlia dei salotti televisivi, nei quali chi espone le viscere merita sempre visibilità e considerazione. E in questo caso persino solidarietà. Quindi mi chiedo perché innalzare le barricate della libertà d’espressione per una trollata di Ostuni su Facebook, a prescindere dalla denuncia di Carofiglio o meno. Davvero non ci sono pretesti, cause, battaglie migliori da poter cavalcare?

A proposito di Carofiglio, diciamocelo francamente: in tutta questa faccenda l’ex magistrato fa un po’ la figura dello Schifani. Il personaggio – ex magistrato, ex senatore, e quindi scrittore – non ha nessuna carta in regola per essermi simpatico, e infatti il suddetto mi sta proprio qua (viva la sincerità). Detto questo – inutile specificare come in questo caso il dibattito sull’effettiva qualità o meno del suo libro risulti irrilevante – va aggiunto che Ostuni ci mette del suo. È vero: una dichiarazione su Facebook non equivale ad un’affermazione rilasciata sui giornali o in diretta tv, ma è anche vero che Facebook non è affatto un salotto privato, tanto meno lo sono i profili di Ostuni e di certi altri personaggi.

Perciò l’editor di Ponte alle Grazie è consapevole di quello che fa. Il suo non è lo sfogo di un normale lettore (e ci tiene implicitamente a ribadirlo, o ci leggo solo io del compiaciuto sarcasmo nelle sue parole?). E Carofiglio ci tiene a farglielo capire, con una mossa, prima che inopportuna o incongrua, di cattivo gusto. Proprio così, perché l’autore de Il silenzio dell’onda ai miei occhi non fa tanto la figura dell’arrogante o del prevaricatore, ma dello sfigato, del borghesoccio grigio e frustrato. Perché non rispondere per le rime? Ci sarebbe voluto molto poco (Piperno è stato più furbo: è rimasto zitto, tanto lui lo Strega se l’è portato a casa).

Altra constatazione: trovo difficile annoverare tale querelle all’interno dell’etichetta “critica letteraria” (con buona pace dei firmatari di Micromega). Se Massimo Moratti si lamenta della Juve di Moggi è perché lo “scudetto di cartone” lo vuole per sé. L’unica differenza è che Ponte alle Grazie ha perso lo scudetto (lo Strega) per molti meno punti. Quindi sarebbe meglio non confondere le acque ed analizzare i pulpiti di tali prediche con sincero disincanto: dite che fosse passata ad Ostuni la bruciante delusione per la sconfitta di Trevi al fotofinish nel momento in cui ha deciso di pronunciarsi in quel modo? Magari no. Perciò è bene distinguere: una cosa è il dibattito culturale, la querelle letteraria, la critica al fulmicotone – per quanto aspra, sanguigna e scorretta, ce ne fossero! – altra cosa sono le risse rionali e i regolamenti di conti del far west editoriale.

Tutte questioni che emergono in un articolo pubblicato quest’estate da Agorà Twain, il blog del progetto Scuola Twain (di cui sono peraltro caporedattore, giusto per essere trasparenti): un intervento collettivo in cui ho raccolto i pareri di vari scrittori ed editori (tutto questo prima di Micromega, raccolte firme, flashmob ecc…). Come potete leggere, in questo articolo emergono molti spunti interessanti e contrastanti, ai quali aggiungo l’intervento di Edoardo Brugnatelli (Strade Blu Mondadori) che ho pubblicato sempre su Agorà Twain: «L’ecosistema culturale nel quale viviamo ha un bisogno terribile della critica, anche di quella più corrosiva. Ma se si attribuisce all’insulto e allo sfogo rabbioso il nome di critica si spalanca la porta a uno dei miei topoi cinematografici preferiti, il “Free for All”, ovverossia la rissa generalizzata nel saloon, tutti contro tutti, senza alcuna regola […] P.S. Il giorno che mi capitasse di scrivere una frase come “un esempio prototipico di midcult residuale” ho già dato piena autorizzazione ai miei figli di prendermi a calci in culo (con rincorsa e urlo)». Touché.

Un’ultima considerazione. Mi chiedo come mai il caso sia esploso ora (magari sono poco informato e nel frattempo è successo qualcosa, ma non mi risulta) dal momento che sono passati diversi mesi dall’accaduto. Il mio senso senso di “uomo della strada”, gretto e sincero, mi suggerisce che d’estate la gente si preoccupa d’altro, cioè di un cazzo. Vale a dire: paladini della libertà, sì, ma dopo le ferie.

P.S: Quello che dice Simone Regazzoni su Affari Italiani è largamente condivisibile: esiste pure il diritto di fare come Fantozzi (a rischio però di erodere lo spazio di discussione, quindi non attraverso le intimidazioni dei Carofigli ma del buttare tutto in vacca degli Ostuni). Solo che in questo caso è la battaglia stessa a prendere le fattezze della Potëmkin (si scrive Potëmkin, Regazzoni).

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