Caryl Chessman

Per approfondire l’argomento Carcere e Letteratura, CAM ha deciso di inaugurare QUEI BRAVI RAGAZZI, una rassegna di presentazioni di autori che hanno avuto alle spalle esperienze carcerarie. Vissuti personali che hanno influenzato in modo profondo la loro opera letteraria.

Nella nostra prima puntata abbiamo parlato di Chester Himes. Oggi è la volta di Caryl Chessman.

 

Caryl Chessman

 

Caryl Chessman (1921-1960) è un criminale incallito, un uomo in costante ribellione verso qualsiasi autorità. Cresce nell’America devastata dalla crisi economica, dentro e fuori dai riformatori, passa un bel po’ di anni in carcere e poi viene definitivamente rinchiuso all’età di 27 anni a San Quintino: rapina, sequestro, abuso sessuale. La sentenza: pena capitale. Passa dodici anni dentro il braccio della morte, prima di essere giustiziato nella camera a gas.

Chessman è un caso emblematico nella letteratura carceraria moderna. Inizia a scrivere clandestinamente in carcere. Il suo primo romanzo autobiografico è Cella 2455. Braccio della morte. I suoi libri e la sua vicenda giudiziaria riescono a sollevare una fortissima ondata emotiva, creando il primo movimento di massa contro la pena di morte negli Stati Uniti.

Personaggio davvero notevole questo Chessman. In carcere non solo matura un grande talento per la scrittura ma studia legge e diritto penale (per tutti questi anni si difenderà da solo). Grazie alla sua grande astuzia e alla sua determinazione riesce a rimandare, per ben otto volte, l’esecuzione capitale attraverso trovate legali ed il coinvolgimento dell’opinione pubblica.

Forse si tratta del caso di mala giustizia più famoso degli anni ’50, forse no. Un’incriminazione caratterizzata da prove che al giorno d’oggi non considereremmo scientificamente attendibili. Chessman si proclama innocente – non si riconosce nel “Bandito della Luce Rossa” che nei ’40 aveva gettato nello sgomento e nel terrore la città di Los Angeles – e attraverso la propria opera letteraria si prefigura come un reietto condannato a morte che si serve degli strumenti letterari e legali per fronteggiare l’orribile macchina giudiziaria degli Stati Uniti. Uno scontro epico, anzi, tragico.

Il 2 maggio 1960 Chessman viene giustiziato, malgrado l’ennesimo appello per la revisione del processo, l’ennesimo tentativo di commutare, attraverso la domanda di grazia inoltrata dai suoi sostenitori, la pena capitale in ergastolo, e le prove che il magazine Argosy aveva nel frattempo scoperto e che avrebbero potuto scagionare il condannato. Un’inutile corsa contro il tempo.

Durante la sua detenzione Chessman scrive cinque libri. Storie ricche di violenza e disperazione, contenuti troppo forti per l’epoca. Romanzi crudi, lucide riflessioni sulla follia della pena capitale, testimonianze borderline tra vita criminale e vita in carcere. Quel ragazzo è un killer è il suo ultimo romanzo, pubblicato nel ’60, anno della morte di Chessman, addirittura confiscatogli dal carcere in quanto libro “pericoloso”, un romanzo che racconta un’escalation di violenza, una formazione criminale dai contorni animaleschi. Chessman prende in esame le radici psicologiche e le implicazioni sociali che rendono un uomo talmente violento da regredire ad uno stato bestiale e lo fa attraverso un’angoscia e una forza morale tipici del condannato che sa di lasciare la propria opera come testamento alle generazioni future. Probabilmente si tratta del termine di un lungo percorso di dolore ed introspezione di un uomo che affronta la sua condanna senza mai chinare la testa.

 

Ipse dixit:

«Un gatto, mi è stato detto, ha nove vite. Se questo è vero, so come si sente un gatto»

«Per tre volte, la mia esecuzione è stata sospesa alla vigilia del giorno fatale. Un’altra volta il tribunale rispose alla domanda  di rinvio solo tre ore prima dell’istante in cui era stata fissata l’esecuzione. Se l’obiettivo era esclusivamente quello di punirmi, esso è stato più che raggiunto con questa successione di veglie macabre, la tortura più tragica che mente umana possa concepire, con queste attese, ansie, improvvise fermate sull’orlo dell’abisso»

«Al popolo della California lascio il mio cadavere. È del resto quello che la folla reclama, esige da tanti anni: il corpo di Caryl Chessman»

 

Titolo consigliato:
Quel ragazzo è un killer, Dalai Editore, 2006, 262 pgg.

 

Curiosità:

La vicenda Chessman ha lasciato un’impronta nell’immaginario collettivo. Furono scritti molti libri, vennero girati dei film e vennero composte anche delle canzoni, come Caryl Chessman di Johnny Mathis, Death Row di Jimmy Minor e non solo. In Italia Ornella Vanoni (!) interpretò La ballata di Chessman – una riedizione in italiano di un pezzo di Ronnie Hawkins, The ballad of Caryl Chessman, singolo registrato due mesi prima dell’esecuzione – che potete ascoltare in La rabbia di Guareschi/Pasolini, ovvero nel punto in cui si parla del caso Chessman (ecco il video, dal minuto 02:55 in poi).

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