Pascoli centenario

di Isacco Tognon.

Moriva cent’anni fa il poeta del fanciullino, Giovanni Pascoli. Era il 6 aprile 1912. Come uno degli scherzi curiosi che la vita – la vita che continua, la Storia – tende agli uomini, il centenario della morte ricorre in quest’anno bisestile nel giorno del venerdì santo. Coincidenza, destino sornione, casualità, ognuno ci veda un po’ quello che vuole; io vedo una sovrapposizione che lancia qualche spunto: non senza un sorriso (per quanto beffardo), di quelli da non mostrare troppo.

La morte, cosa risaputa, è tema che permea in profondità la produzione poetica del Pascoli, a partire dall’uccisione del padre Ruggero quando il fanciullo era ancora lontano dal diventare il poeta che fu; o forse lo era già un poeta, allora più che mai, se vogliamo prestare fede alla prosa che lo rese celebre, pubblicata dalla rivista Il Marzocco nel 1897. Morte che si carica di un “mistero preoccupante e angoscioso”, fa da specchio alla cattiveria degli uomini, si contrappone alla natura benigna e all’alternarsi delle stagioni in cui vita e morte cedono il passo l’una all’altra significando fine e rinascita, non distacco e mancanza. Mi piacerebbe anche solo per un istante avere uno sguardo meno parziale verso questo poeta: dimenticare di averlo studiato troppo, di essere letteralmente incappato in lui in esami di Letteratura italiana, Stilistica e metrica, Storia della lingua. Vorrei, per essergli più vicino, tornare ad essere quel bambino che si innamorò di X agosto e la recitò a memoria, con voce incerta e un po’ di timore, al primo appuntamento ufficiale della sua carriera scolastica, il “fu” esame di quinta elementare.

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Non ci capii, lì per lì, più di tanto. Ma appena la lessi sentii che qualcosa mi rassicurava: era quel “io lo so”. Il tono era perentorio ma triste, affascinante, e la consapevolezza, per quanto diversa, aveva la stessa dignità ed aura di verità che scoprii poi nelle parole di quel Pasolini sepolto insieme al suo scomodo e vibrante “Io so”. Continuai a leggere, iniziai a comprendere. Era così cristallina la metafora della rondine uccisa, così grande il dolore finalmente esplicito nelle ultime tre quartine.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

Erano un grido straziante questi versi, avevano il suono di un fischio continuo. E il poeta, per quanto smarrito, solo, sembrava aver capito qualcosa in profondità nelle cose del mondo attorno: sapeva chi aveva ucciso suo padre, aveva il coraggio di apostrofare Dio con un tono disperato ma pieno di forza che avrei trovato, anni e anni più tardi, soltanto in testi teatrali splendidi e diversissimi fra loro, dall’Ippolito di Euripide alla Monaca di Monza di Testori. Sono passati cent’anni dalla sua morte: un secolo di rotture e cambiamenti, di improvvise accelerazioni e perdizioni, nella Storia e così in poesia. Oggi guardiamo il Pascoli poeta come un anello importantissimo nel passaggio tra poesia ottocentesca e poesia moderna, riconosciamo le sue rotture nel linguaggio, la sua idea di poesia “alta” ma al contempo pronta ad abbassarsi (o innalzarsi) al lessico quotidiano, alle piccole cose della vita. Vediamo un Pascoli simbolista e un Pascoli già seguace dei poeti crepuscolari, ispiratore per temi ed echi – sia metrici che lessicali – di Montale e D’Annunzio.

Fin qui tutto bene. E allora perché quel sorriso beffardo nel ricordare la sua morte, nell’accostarla in quest’anno a suo modo speciale alla Passione di Cristo? La risposta non va ricercata, ben inteso, nei meriti letterari di Pascoli: è una risposta che chiama in causa argomenti che si allontanano da ogni discorso critico e fanno appello a parametri molto meno accademici e più “sensoriali”, tirando in ballo il poeta come uomo e l’uomo Pascoli come poeta. Sì, perché il buon Giovanni di San mauro di Romagna ha scritto molto, e gran parte di ciò che ha scritto nasce, si sviluppa e si concretizza a partire dai suoi lutti familiari, dalla solitudine, dall’attaccamento quasi morboso alla sorella Maria. Leggiamo un poeta, insomma, la cui grandezza sta nell’aver saputo sperimentare, dal punto di vista metrico, forme nuove, e che ha saputo – cosa pertinente ai veri poeti, a loro soltanto – rendere universali sentimenti vissuti sulla pelle dell’Io, reale prima e poetico poi. Eppure non sempre si riesce a perdonare a Pascoli questo suo biografismo spinto, questa correlazione troppo stretta tra vita privata e materia poetica, tra poesia e morte. Troppo spesso, insomma, viene da chiedersi se stiamo studiando un poeta o le sfighe di un poeta. Come detto, siamo ben oltre i binari della critica, al confine tra la chiacchiera da bar e il commento sarcastico e sguaiato da studente medio. Ma non ci si può sottrarre a questo pensiero e il mood con il quale ci si accosta al poeta ne risente in ogni occasione. Proviamo però ad accettare che Pascoli abbia scritto e poetato a partire dal pensiero della morte, senza il quale “la vita (…) è un delirio”, come scrive il poeta nella prefazione ai Canti di Castelvecchio; proviamo a leggere questo suo radicamento al lutto come un’eredità non voluta ma generatrice di senso, di poesia. È l’unico modo per scongiurare una lettura sprezzante e a tratti nauseata della sua opera e ritrovare invece un nuovo senso che ponga morte e natura in primo piano, senza malizia alcuna.

Pace, fratelli! e fate che le braccia
ch’ora o poi tenderete ai più vicini
non sappiano la lotta e la minaccia.

E buoni veda voi dormir nei lini
placidi e bianchi, quando non intesa,
quando non vista, sopra voi si chini

la Morte con la sua lampada accesa.

Le ricorrenze segnavano per Pascoli i lutti, cadenzavano ricordi, visite cimiteriali; ne sono testimoni tre testi intitolati Anniversario (I, II, III) presenti in Myricae e dedicati tutti al ricordo della madre. Quest’anno invece, nel centenario della morte, la sua memoria incrocia la Pasqua cristiana nel giorno del calvario. Morte del poeta e morte del Dio incarnato coincidono, danno a questo venerdì santo appena passato una tinta in toni cupi un po’ più carica di sempre. Continueremo a studiarlo, Pascoli, purtroppo o per fortuna, e sarà segno che la sua poesia era davvero eccezionale, che è riuscita a trovare il modo di sopravvivere alla morte, ormai centenaria, del suo autore. Continueremo anche a sorridere, questo sì, in modo irriverente e impietoso, ma non sarà mancanza di rispetto.

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )